BAZAR TRILUSSA, POETA PER TUTTE LE STAGIONI


BAZAR TRILUSSAA cura di Augusto Benemeglio

1.SENATORE A MORTE
Uno va a pregare sulla tomba di un grande poeta e pensa ai Sepolcri di Foscolo , si immagina di trovare una tomba d’oro, – “con i palpiti dello spazio e dell’eternità” – e di “riudire i passi del silenzio, /l’Eco e l’estro delle sue stagioni liete/ sulle braci dell’anno che muore”. E sarebbe giusto e sacrosanto perché va a trovare il sepolcro del simbolo stesso della romanità della prima metà del novecento. E invece no. Al Verano, cimitero storico antichissimo di Roma, ( il nome deriva dalla gens senatoriale “Verani”, dell’antica repubblica romana), c’è solo una gran desolazione: la tomba è semiabbandonata, è sporca, senza una targa, un’indicazione, con due anfore incrinate, un paio di crisantemi già seccati, e un sorriso seppellito: questo è il sepolcro di Carlo Alberto Salustri, in arte TRILUSSA, anagramma del suo cognome, – nato a Roma nell’ora instabile del crepuscolo mattinale del 26 ottobre 1871, e ivi morto, in solitudine, alla luce d’una lampada crepuscolare, il 21 dicembre 1950. Venti giorni prima, pe’ ironia de la sorte, era stato eletto senatore a vita e aveva detto a Rosa, la governante, l’ultima donna che gli era rimasta: “A Ro’, semo ricchi…”Ma poi aveva soggiunto – consapevole delle sue disperate condizioni di salute, con l’autoironia che gli era propria e non l’abbandonò fino all’ultimo istante: “Rosa mia, me sa che m’hanno fatto Senatore a… morte!”
E senza che lo sapesse, era la pura verità. Perché Trilussa prese il posto di un altro illustre personaggio della patria, che era stato nominato tale, ma rinunziò. Si tratta di Arturo Toscanini, che allora e già da molti anni viveva in America, e non era tipo da orpelli. Infatti, in vita sua, rifiutò qualsiasi tipo di onorificenza. L’allora presidente della Repubblica, Einaudi, si trovò con un senatore a vita in meno e qualcuno gli parlò del poeta romano, che stava messo male, sia economicamente che – soprattutto – con la salute.

2.LA BOLLA DI SAPONE

Sulla lapide di marmo, ci sono – scolpiti e incastonati in un libro aperto – alcuni versi: “C’è un’ape che se posa / su un bottone de rosa: lo succhia e se ne va… Tutto sommato, la felicità / è una piccola cosa”.
In autunno , quando andai a far visita alla tomba del poeta, spesso lungo il viale del cimitero si spargevano le “classiche” foglie, e par che dentro l’anima di quelle foglie ci fosse una sorta di malinconia crepuscolare, cioè i versi , forse meno noti di Trilussa , sospesi tra l’ironia e la lacrimetta tra le ciglia: “Indove ve n’annate / povere foje gialle / come tante farfalle spensierate? / Venite da lontano o da vicino? / Da un bosco o da un giardino? / E non sentite la malinconia / der vento stesso che ve porta via?”
E lo stesso Trilussa si chiese , ad un certo punto, se tutta la nostra vita non fosse altro che “‘na bolla de sapone
Lo sai ched’è la Bolla de Sapone? / l’astuccio trasparente d’un sospiro. / Uscita da la canna vola in giro, / sballottolata senza direzzione, / pe’ fasse cunnalà come se sia / dall’aria stessa che la porta via. / Una farfalla bianca, un certo giorno, / ner vede quela palla cristallina / che rispecchiava come una vetrina / tutta la robba che ciaveva intorno, / j’agnede incontro e la chiamò: – Sorella, / fammete rimirà! Quanto sei bella! / Er celo, er mare, l’arberi, li fiori / pare che t’accompagnino ner volo: / e mentre rubbi, in un momento solo, / tutte le luci e tutti li colori, / te godi er monno e te ne vai tranquilla / ner sole che sbrilluccica e sfavilla.- / La bolla de Sapone je rispose: / – So’ bella, sì, ma duro troppo poco. / La vita mia, che nasce per un gioco / come la maggior parte de le cose, / sta chiusa in una goccia… Tutto quanto / finisce in una lagrima de pianto.

3.LA QUARTA ELEMENTARE
Trilussa – figlio di un cameriere di Albano Laziale, Vincenzo, e di una sartina bolognese, Carlotta Poldi – vive in un’ epoca di transizione. Roma, neo-capitale, cambia a vista d’occhio, si trasforma, con la calata dei “buzzurri“ della burocrazia piemontese e il loro seguito: piccoli impiegati, segretari, portaborse, portinai, facchini, camerieri, e poi ancora funzionari e impiegati fiorentini. Cambia Roma e cambiano i romani. Intanto a soli tre anni, il piccolo Carlo Alberto perde il padre, appena trentacinquenne, per un cancro allo stomaco. Vengono ospitati al quinto piano del Palazzo di Piazza di Pietra del marchese Ermenegildo Del Cinque, presso cui il padre aveva lavorato come cameriere di sala, una sorta di maggiordomo. Il bambino guardava dalla finestra del quinto piano, sospeso tra il sogno e l’ombra, il brulicare di signore e gagà. Ascoltava la remota vibrazione dei timbri delle voci delle signore della buona borghesia che frequentavano la sartoria materna e si facevano le confidenze fra di loro.
Carlo Alberto alzava gli occhi in cerca del cielo e del sole e vedeva l’arpa e le corde della biancheria stesa ad asciugare e, più in là, i tetti e le mansarde fiorite, le gradazioni del cielo, con i suoi “fonetici” colori.
Li panni stesi giocheno cor vento / Tutti felici d’asciugasse al sole / Zinali, sottoveste, bavarole, / fasce, tovaje, che sbandieramento!
Frequenta, ormai già grande, in due Collegi Religiosi le prime classi della scuola elementare, senza grandi risultati, anzi: ripete la seconda e la terza elementare e si ferma definitivamente alla quarta. Il prof. Chiappini, amico del marchese e mentore di Trilussa, dice alla madre Carlotta che Carlo deve continuare gli studi. “Mandatelo a prendere quest’esame a Rieti, a Terni o in qualche altro paese dove non abbia a soffrire un’umiliazione che gli sarebbe penosa, e tornato qui con la sua licenza fatelo iscrivere all’Istituto e fategli studiare Ragioneria. Con tre anni d’Istituto egli può prendere la licenza tecnica e può ottenere un impiego governativo”. Ma lui preferisce fare escursioni a Piazza di Spagna, andar dietro la gonnella di una ciumachella de Trastevere l’ottava meraviglia di Roma.
Ma contemporaneamente il giovanissimo Carlo Alberto, asino a scuola, scopre dentro di sé la musa della poesia, che comincia a sussurrargli tra le fronne dell’arberi, i platani del lungotevere, nelle voci dei suoi antichi avi, nella fiamma ardente di quei tramonti di Roma , unici ar monno, o nella rugiada tenera dell’alba. E comincia a legge , a studià come un matto , un assetato, un affamato de gloria, de romanità; in poco tempo ha già letto tutti i favolosi sonetti der Belli, che er marchese Der Cinque ha appena acquistato a peso d’oro; insomma ha deciso che vole studià sur serio pe’ conto suo e in soli due anni , siamo nel 1887, cià solo sedici anni, ecco che trova il coraggio de presentasse a Giggi Zanazzo, direttore der Rugantino e poeta dialettale importante, il maggiore, insieme a Pascarella , con un suo sonetto di chiara ispirazione belliana, intitolato L’invenzione della stampa. Sarà la sua prima poesia pubblicata. Ma di sonetti ne scriverà a fiumi

5. BAZAR TRILUSSA
Trilussa ha scoperto la sua vocazione, da questo momento non finirà mai di scrivere e con risultati davvero apprezzabili. Le sue poesie, pubblicate sui giornali e riviste locali (Il Capitan Fracassa, Il Messaggero, il Travaso delle idee, Il Don Chisciotte), trovano subito estimatori entusiasti, soprattutto fra la gente del popolo, e lui diviene, in capo a qualche anno molto noto, lavorando nelle redazioni dei giornali, in particolare del Don Chisciotte. Ecco il suo primo volume in versi, ”Stelle di Roma”, ha appena diciotto anni. Ne seguiranno molti altri e la sua fama, nella cerchia romana man mano si consolida. Egli – cosa davvero rarissima per non dire unica nel panorama della poesia italiana – riesce a vivere di soli versi…
Aveva affittato un grande studio da pittore (era un discreto disegnatore e un ottimo caricaturista) in Lungotevere Arnaldo da Brescia, una sorta di bazar, come questo allestito dal nostro scenografo, dove c’era un po’ di tutto: tappeti, divani, quadri, cianfrusaglie, valigie , arredi ecclesiastici , dischi e lampade misteriose, statuette in bronzo, libri fisarmoniche, e soprattutto una grande sterminata quantità di fotografie e caricature delle sue poesie.
Tri, come lo chiamano ormai gli amici, è un poeta da Bazar, parola magica, che sa un po’ de tutto, d’arabo, de casino, de kitsch! E nun a caso il suo studio veniva chiamato proprio così, er BAZAR TRILUSSA, in cui affluivano amici e visitatori occasionali e leggevano le sue poesie che sapevano più o meno a memoria. Ma com’erano ‘ste poesie?

6. ER FRAGGELLO D’IDDIO
Con tutto che Belli era stato il suo ispiratore, il suo maestro e donno, il suo “dio”, la poesia trilussiana è esattamente l’opposto , non ha nulla di epico, anzi è piuttosto scettica, un po’ crepuscolare, con un sostanziale cinismo di base, che prepara e poi asseconda la dittatura mussoliniana; è la Roma di Attila, er fraggello d’Iddio: “Attila, er Re più barbero e feroce, / strillava sempre: – Dove passo io / nun nasce più nemmeno un filo d’erba: / so’ er Fraggello d’Iddio! – / Ma, a l’amichi, diceva: – Devo insiste / su l’affare dell’erba perchè spesso / me so’ venuti, doppo le conquiste, / troppi somari appresso
Siamo alla fine dell’ Ottocento, Trilussa ha trovato la sua strada, non smetterà mai più di scrivere il suo bestiario senza fine, mutuato dalle favole di Esopo, La Fontaine, e qualche riferimento a Orazio e La Bruyere, di cui il poeta registra i suoni e spesso capovolge la morale, come ne Er leone riconoscente: “Ner deserto dell’Africa, un Leone / che j’era entrato un ago drento ar piede, / chiamò un Tenente pe’ l’operazzione. / – Bravo! – je disse doppo – Io t’aringrazzio: / vedrai che sarò riconoscente / d’avemme libberato da ‘sto strazio; / qual’è er pensiere tuo? d’esse promosso? / Embè, s’io posso te darò ‘na mano… – / E in quella notte istessa / mantenne la promessa / più mejo d’un cristiano; / ritornò dar Tenente e disse: – Amico, / la promozzione è certa, e te lo dico / perché me so’ magnato er Capitano.

7.POETA DA PORTINERIA
Trilussa pubblicò in rapida successione “Favole romanesche”, “Caffè concerto” e “Serrajo”. Gli editori lo cercavano, se lo contendevano e lo pagavano bene. La sua poesia ormai andava oltre i confini della città; fece delle vere e proprie tourneè in tutta Italia (Milano, Padova, Brescia, Ferrara) in tornei di poesia dialettale, riscuotendo ovunque successo. E c’erano poeti agguerriti come Salvatore di Giacomo, Testoni, Crespi, ecc. Ormai non era solo il poeta della romanità, ma il poeta della gente semplice, la piccola borghesia, gli artigiani , che mandavano a memoria le sue poesie, le recitavano per la strada, gli offrivano un bicchiere di Frascati, lo additavano come oggi si fa con un divo del cinema, un cantante o un calciatore… scriveva di tutto, per il varietà, il teatro, per Petrolini, Fregoli e altri attori del tempo, aforismi e mottetti per i giornali, ma soprattutto poesie satiriche, umoristiche, di tutti i generi, dei fatti di cronaca, avvenimenti sociali e politici…
Sì, è vero che Trilussa denuncia, sottintende, allude, ma non emette condanne. Secondo alcuni critici – che non gli hanno mai perdonato tanto spudorato successo, sia editoriale che di pubblico – la sua non è una poesia di contenuti, ma d’ uso e getta, come se dice oggi, insomma ‘na poesia de consumo immediato. Disse Pasolini che Trilussa era un poeta con la sindrome della portinaia, uno che aveva la propensione “de mette era naso nei fatti dell’artri”. Sarà pure vero, ma quanno se tratta de sfotte nun risparmia nessuno , neppure er neo Ministro: “Guardelo quant’è bello! Dar saluto / pare che sia una vittima e che dica: / – Io veramente nun ciambivo mica; / è stato proprio el Re che l’ha voluto! – / Che faccia tosta, Dio lo benedica! / Mó dà la corpa ar Re, ma s’è saputo / quanto ha intrigato, quanto ha combattuto… / Je n’è costata poca de fatica! / Mó va gonfio, impettito, a panza avanti: / nun pare più, dar modo che cammina, / ch’ha dovuto inchinasse a tanti e tanti… / Inchini e inchini: ha fatto sempre un’arte! / Che novità sarà pe’ quela schina / de sentisse piegà dall’antra parte!”

8.LEGGEREZZA E AUTOIRONIA
I versi di Trilussa sono naturali, autentici, frutto dei tempi mutati, e con essi il poeta certifica la propria modernità. La sua non è più la Roma papalina e stracciona del Belli, che scriveva versi che eruttavano il fuoco del vulcano sotterraneo che è l’anima del popolo oppresso; i versi di Trilussa magari sono permeati di luoghi comuni, dello scetticismo e della protesta del piccolo borghese, ma sono leggeri, ironici, sembrano scritti con la matita d’un vignettista, mettono allo scoperto la pochezza umana d’ un piccolo mondo di filosofi senza filosofia, di sopraffattori, di furbastri e anche di babbei, piccoli uomini allo sguardo de L’aquila. Il Belli diceva dei romani, senza mezzi termini: “Semo grevi, sboccati, indifferenti, senza ideali, senza sentimenti…”. Trilussa dice esattamente le stesse cose, ma con uno stile diverso, un vernacolo più attuale, più alla portata di tutti, anche dei non romani, e chissà perché passa per un qualunquista. Belli era serio anche quando recitava i suoi sonetti, mentre lui era il primo che non si prendeva sul serio… quanno me so’ visto così serio, m’è venuto da ride…”. Trilussa possiede l’autoironia, e la tenerezza di un Debussy, la velata malinconia di uno Chopin e un animo fanciullesco, giocoso, mentre Gioachino Belli ha la possanza di un Beethoven o di un Michelangelo, leoni che dentro di lui ruggiscono, ma esteriormente, come cittadino, si comporta da codino rifatto, da reazionario. Sono troppo diversi l’uno dall’altro, come l’acqua dal vino; Trilussa è una vetrina sempre aperta, un bazar, dove ci trovi un po’ di tutto, miracolo, sentimento e l’incontentabilità dell’Uomo.

9. CANTASTORIE E PRODIGIOSO CARTOONIST
Io credo che la sua caratteristica sia quella di fare il poeta croniquer, il Forattini in versi, un prodigioso cartoonist della società del suo tempo, che sapeva divertire il popolo di Roma prima di ogni altro. Con lui la cronaca assurge a metastoria, la vita degli uomini, l’immutabilità delle leggi che regolano le umane vicende: la violenza, l’astuzia, il calcolo, l’egoismo, la panza che si fa beffa dell’idea, ecc. Si faceva portavoce di uno stato d’animo inespresso ed eloquente, che è proprio della scontentezza, della esclusione da ogni speranza, di rassegnazione totale da parte del popolo. Fotografa le situazioni, riesce a distillare le vicende del suo tempo nell’emblema caratteristico della strip, una striscia che ha una formidabile rapidità di sintesi a tratti vagamente surreale come “l’incontro de li sovrani”, “un miracolo”, “er porco”, “la politica”, “er compagno scompagno”, “er pappagallo ermetico”.
Annota criticamene Paolo Mauri in occasione del secondo monumento fatto a Trilussa, ovvero la pubblicazione di tutte le sue opere ne “I meridiani Mondadori”, oltre duemila pagine, che lo consegnano definitivamente alla storia: ”Il suo è il punto di vista popolare, tipico dell’ignorante che non ammette di esserlo, e dunque si chiude ad ogni nuova esperienza, ignora le nuove correnti di pensiero, la poesia che muta, si chiude a riccio nell’ambito delle sue mura, della sua fortezza”.
Er fatto è, caro Mauri, che Trilussa nun è un intellettuale , è un cantastorie, e i cantastorie ce so’ sempre stati, da Omero in poi, so’ eterni. E poi dovemo dì che Tri, negli esiti più felici, come nella satira sulla razza, sull’autarchia e sulla libbertà de penziero der periodo fascista, dimostra anche d’avè quer coraggio che spesso je viene rimproverato de nun avè . Poesie come Questione di Pelle, Romanità, Er cervo e All’ombra so’ abbastanza esaurienti. “Mentre me leggo er solito giornale / spaparacchiato all’ombra d’un pajaro / vedo un porco e je dico: – Addio, majale! – / vedo un ciuccio e je dico: – Addio, somaro! – / Forse ‘ste bestie nun me capiranno, / ma provo armeno la soddisfazzione / de potè di’ le cose come stanno / senza paura de finì in priggione

10. IL MONUMENTO A TRASTEVERE
Quest’ultima poesia la trovate trascritta in una lapide di pietra presso il suo monumento a Trastevere, nella piazza a lui dedicata. Il monumento fu eretto nel 1954 e non senza polemiche, sia per la strana posizione asimmetrica che per le sembianze, in cui tanti amici, poeti ed estimatori non lo riconoscevano, come ad es. l’amico Gugliemo Guasta. “Pover’amico mio, chi t’ha stroppiato? / Tu che vivo parevi un monumento, / ner monumento pari un disgrazziato; / tu ch’eri tanto bello, fai spavento. / Io me ce sento rabbia, me ce sento, / de nun poté conosce st’ammazzato / che prima t’ha scorpito a tradimento, / poi mette in mostra er còrpo der reato. / Tutto pe sbieco, mezz’a pecorone / lui pò ringrazzià Dio che nun te vedi / arinnicchiato accanto ar fontanone. / Se te vedessi, Tri nun ciabbozzavi / e benché t’abbia fatto senza piedi, / ma sai li carci in culo che je davi!. Così, in quer BRUTTO monumento, ritroviamo er poeta a Trastevere, er quartiere che amava più di tutti , il quartiere popolare dove visse a lungo e con viva partecipazione alle feste e ai balli della gente , ma anche ai drammi che ogni giorno venivano consumati in quelle stradette, tra quelle povere anguste antiche , malsane casette de trastevere, che venivano abbattute, a forza di picconate, e ognuna di esse alzava polvere e calcinaccio e abbatteva NON solo muri, ma sfasciava pure er core de la povera gente, come nella canzone “ Casetta de Trastevere”. De Trastevere a Tri je piaceva tutto, la gente schietta, generosa, leale, gente d’osteria sempre pronta all’amicizia, all’aiuto, alla pietà, ma pure ar bicchiere de troppo , alla lite e ar coltello come ner “Fattaccio de Vicolo der Moro”, che sta nei pressi dell’Isola Tiberina ,famoso monologo drammatico in versi, un classico della tradizione romanesca popolare di Americo Giuliani.

11.UN UNICO GRANDE AMORE
Gran frequentatore e animatore di salotti e teatri, ma anche di osterie, caffè e varietà, corteggiatore di belle signore con le quali amava andare per le passeggiate di Roma, Trilussa fu ritenuto un tombeur de femmes, ma anche un ex mammone, un narciso cinico e disincantato che visse da scapolo fino alla morte. Si dice che ogni sera si portava nella casa-studio di via Maria Adelaide, una donna diversa. Ma , ammesso e non concesso che abbia avuto tante donne, Trilussa ebbe un solo grande amore, Giselda Lombardi, che introdusse nel mondo dello spettacolo e fece diventare attrice col nome d’arte Leda Gys, anagramma del suo nome. Era una di quelle romanine de Trastevere che fanno girar la testa, vent’anni, bella, ambiziosa, effervescente, capricciosa, labbra rosse e svelta favella, vissero insieme per tre quattro anni, poi tutto finì. Siamo nel 1915 e Leda conosce il produttore napoletano Gustavo Lombardo, con cui avrà una lunga relazione sentimentale che sfocerà nel matrimonio dopo la nascita del loro figlio Goffredo, il futuro padre della Titanus. Ma lui all’amore in fondo non ci aveva mai creduto: “Anche l’Amore è un‘arca / che salva dal silenzio della vita. / Ma, a tempesta finita, / non si sa mai la roba che si sbarca. E che dire de La voce della coscienza e de L’onestà de mi’ nonna, due capolavori della poesia trilussiana?

12.PAPA LUCIANI E LA GUERRA
Sulla religiosità del poeta qualcuno ha espresso riserve conoscendo la vita mondana da lui condotta in gioventù e negli anni della maturità e anche qualche poesia anticlericale, come in “Riunione clericale” e “Carità Cristiana”. Osservando però con attenzione le sue opere, ci si accorge di una vena spirituale che affiora in più occasioni, e l’abbiamo già visto in alcune poesie. E se ne accorse papa Giovanni Paolo I, papa Luciani, che recitò una sua poesia “La fede”, in un dei pochi mercoledì delle sue udienze (tre in tutto, poi morì) e lo fece con il suo immancabile dolce accento veneto:
“Quella vecchietta cieca, che incontrai / La notte che me spersi in mezzo al bosco, / me disse: – Se la strada nun la sai, / te ce accompagno io, che la conosco. / Se c’hai la forza de venimme appresso, / de tanto in tanto te darò ‘na voce, / fino là in fonno, dove c’è un cipresso, fino / là in cima, dove c’è la Croce… – / Io risposi: – Sarà… ma trovo strano / che me possa guidà chi nun ce vede… – / La cieca allora me pijo la mano / e sospirò: – Cammina! – Era la Fede
Gli fu detto, “Tri hai visto du’ guere, ma ce sei passato indenne. Eri già troppo vecchio pe’ a prima, figurate pe’ la seconna. Ma perché nun hai scritto gnente ? Allora lui replicò , Vatte a legge la ninna nanna de la guera e poi me dichi.
Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Chè quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.
Di fronte allo strazio dei bombardamenti e dei massacri, che si perpetuano all’infinito, il poeta è intervenuto, eccome! Ha denunciato, come in questo caso, a chiare lettere, tutta la stupidità feroce della guerra. E non solo di quella tra gli uomini, ma anche quell’infinito massacro che perpetuiamo ogni giorno sugli animali da macello, il poeta è intervenuto con quella sua amara ironica grazia, che è solo sua, in Er porco e er somaro .
Una matina un povero Somaro, / ner vede un Porco amico annà ar macello, / sbottò in un pianto e disse. Addio, frate: / nun ce vedremo più, nun c’è riparo! / Bisogna esse filosofo, bisogna. / Je disse er Porco via, nun fà lo scemo / ché forse un giorno se ritroveremo / in quarche mortadella de Bologna

13. LA FINE
Trilussa ora ricorda le passeggiate a Villa Borghese a braccetto con Lina Cavalieri, lui da una parte e D’Annunzio dall’altra – la trasteverina che era diventata la donna più bella del mondo, morta nella sua villa di Fiesole per la bomba sganciata da un areo della Raf – ripensa alle sfide a suon di versi con Salvatore Di Giacomo, nei tornei dialettali un po’ in tutta Italia, alla tourneè in Brasile e in Argentina, dove era stato insieme a Fregoli, ripensa a Petrolini, con quel volto pallido, emaciato, lunare, quella voce sottile piena di buio e di ironia, di pianto e di pernacchie, di sfottò e malinconia. Ormai è senza maschera, ripensa a quegli scorci gentili della sua infanzia, ai fili esili, ai primi versi sospesi insieme alla biancheria stesa, splendente al sole, o arrossati di tramonto, a quelle rapide aperture della vita, orizzonti infiniti, a quel se stesso sempre nascosto, occultato, mascherato, a quei momenti in cui si prova er piacere…Che piacere, Tri? “… de sentì dolore nella favola che tutti conosciamo. / Pe’ conto mio la favola più corta / è quella che se chiama gioventù / perché c’era una vorta / e adesso non c’è più / E la più lunga? È quella della vita / la sento raccontà da che sto ar monno, /e un giorno, forse, cascherò dar sonno / prima che sia finita.

E siamo alla fine, al vecchio poeta che soffre d’asma, che rinuncia al bicchiere di Frascati, e alle passeggiate. Ed è sempre più ripiegato in se stesso, estraneo a quanto accade fuori, nella vita sociale e letteraria. Vive in solitudine, pronto a fare i conti con la propria anima. E tuttavia proprio in questo frangente molti suoi ex allievi e imitatori fanno circolare sonetti e poesie, come “er passerotto in chiesa” di Natale Polci, che vengono attribuite ancora oggi al maestro.
E’ il 1° dicembre 1950. Trilussa viene nominato, dal Presidente della Repubblica Giulio Einaudi senatore a vita per altissimi meriti nel campo letterario e artistico. Al ricevimento della notizia vuole festeggiare, dice a Rosa di chiamare tutti gli amici dei vicoli di Roma, i vetturini, gli osti, i portinai, i facchini e tutti gli umili che trova per le strade , vuole abbracciare, insieme ai suoi adorati gatti, Didì e Lollò, tutti i personaggi che ancora oggi ci regalano momenti di ilarità, di leggerezza, d’ironia, ma anche di grande solidarietà umana, in cui ogni sogno e ogni ferita si riversa nel canto immortale della sua poesia.

 Augusto Benemeglio

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