Werner Bischof. Point of View, a cura di M. Bischof, A. Holzherr, T. Kuhn

Poi arrivò la guerra e con essa la distruzione della mia torre d’avorio. Il volto sofferente dell’umanità diventò il mio punto focale.

Il volto di un bambino rigato di lacrime, piccoli fiumi di dolore, lo sguardo incredulo e disperato, da cui è quasi cancellato il futuro. Uno scatto straziante, che ancora adesso ci colpisce come una frustata spirito e coscienza. E ci domandiamo… perché?
Un altro bambino su un giaciglio di fortuna sul marciapiede, immagine di un’infanzia derelitta, grido di condanna verso i seminatori di odio, morte e ingiustizia. Senza più alcuna aspettativa, si direbbe. E ci domandiamo… perché?
Un uomo addormentato, come un sonno per sempre, angosciosa catalessi, su una panchina: un giacere semi-sdraiato o semi-seduto, i piedi nudi, sporchi, i vestiti laceri. Forse è in un limbo senza sogni per scordare i morsi della fame, la tragedia della perdita. E ci domandiamo… perché?
La donna orientale, occhi chiusi, bocca aperta – deliquio senza riparo né rimedio – e povere ciabatte ai piedi, con il figlio in braccio. Lacerante. E ci domandiamo… perché?
È la semplice descrizione (fra sentimenti evocati, ansiosi interrogativi e un senso di smarrimento da parte del visitatore) di alcune delle oltre 200 foto vintage in esposizione, scattate – nella sua rapidissima, vertiginosa, intensa, luminosa carriera, conclusa con una tragica carambola e parabola – da Werner Bischof, fotografo zurighese e cittadino del mondo, classe 1916. A questo gigante della fotografia dedica una stupenda e stupefacente mostra, in corso sino al 18 ottobre, il Museo Diocesano Carlo Maria Martini-Chiostri di Sant’Eustorgio.
Mago della luce, padrone del mezzo, tecnica perfetta (ma mai freddo esercizio), una sorta di mistica simmetria a governare i suoi lavori fotografici e, soprattutto, una umanità pulsante, viva. La  raffinatezza formale e il grande senso della composizione sono del tutto palesi, ma quel che, come detto, spicca è in primis la massima attenzione riservata ai temi sociali, al dramma umano, alle persone. Un fotogiornalismo, il suo, non sensazionalistico né morboso, bensì umanista e sempre “consapevole della responsabilità etica e sociale del proprio mestiere”. Uno sguardo acuto, profondo, empatico.
Sovente protagonisti dei suoi servizi sono i bambini – tanti… – vittime della devastazione e dell’apocalisse scatenata da guerrafondai e maledetti assortiti. Bambini che, pur nella loro condizione di miseria materiale e abbandono, sono visti come speranza per questo consorzio umano disgregato e disgregante, alla deriva (Werner cercherà la salvezza fra i semplici, i puri d’animo).
Il suo occhio estetico è tale, tuttavia, da non impedirgli di cogliere anche momenti estatici o di serenità. Del resto nei primi anni della sua attività aveva scattato magnifiche foto di paesaggio, con sapientissimi giochi di luce, e ritratti pregnanti, meravigliosi studi di linee e una formidabile, ma mai prolissa, attenzione ai dettagli. Come si può ben constatare in quella splendida e sognante distesa di vele, sotto nubi quasi barocche, su un placido mare d’Oriente.
Ogni foto richiede attenzione, tanto vale e tanto dice (o suggerisce): il gruppo di donne indiane dall’espressione sofferente, invocanti; il giovanissimo peruviano che marcia spedito ai bordi di un’altura, un sacco sulle magre spalle e il flauto fra le labbra a suonare un’invisibile e pur tangibile, antica, melodia. Quasi un piccolo inca redivivo. Tale immagine, iconica (non a caso simbolo della mostra), ispira una serena quiete Ancora in Perù Bischof immortala le possenti mura della civiltà incaica, perfetti incastri di matematica bellezza e armonia.
E in questa meravigliosa e amata terra il fotografo troverà la morte in un incidente automobilistico (con l’autovettura precipitata in un burrone). Aveva solo 38 anni Werner e una vita già spesa in ogni luogo del mondo.
Dopo gli studi presso la Kunstgewerbeschule (Scuola di Arti Applicate) di Zurigo e i primi lavori per moda e pubblicità, Bischof si  trasferisce a Parigi con la volontà di dedicarsi alla pittura. Farà invece ritorno in Svizzera.
Edifici crivellati di colpi di mortaio, tante persone vestite di cenci che cercano o aspettano qualcosa. Rimangono ore sedute sui loro fagotti con le poche cose ancora in loro possesso, lo sguardo fisso nel vuoto. La fosca luce della guerra che tutto annienta e tutti annichilisce. Città rase al suolo. Macerie di edifici, gli stessi esseri umani in frantumi. La madre che con fatica – una specie di dolorosa assenza – allatta al seno il figlio. Il Reichstag arso e in piedi. Bambini scheletriti. L’esondazione del fiume Tibisco. Sono gli anni dei viaggi in Germania, del post guerra, in Francia, Olanda, Ungheria, Romania, Italia, dove Werner conosce la  sua futura moglie, Rosellina Mandel, che talora lo segue nei vagabondaggi fotografici ed esistenziali. La rivista Du pubblica il suo reportage Europa in ricostruzione.
Werner entra nell’agenzia Magnum Press, il primo a farvi ingresso dopo i soci fondatori, tutti autentici numi della fotografia mondiale. Pubblica per Life. E, ancora, Polonia e Finlandia.
Per quel che concerne le foto italiane… “Scatta fotografie che mostrano interessanti affinità con il Neorealismo, documentando la vita quotidiana in varie città da nord a sud: dalle persone in movimento nelle piazze di Verona e per le strette vie di Genova a un’affollata manifestazione a Milano, dai gruppi di bambini che giocano nelle strade di Napoli fino a scene di vita in Sardegna, dove immortala il lavoro nei campi e la realtà di tutti i giorni nelle strade, ma anche negli interni di semplici abitazioni”. Come sempre, Bischof si muove nelle vene della realtà, senza sconti, indagandone l’essenza più intima e quella più remota: bambini scalzi, sdraiati in gruppo su marciapiedi o alle prese con un gregge; la fatica del lavoro con strumenti arcaici; volti adulti fieri e forti; interni di case.
Del 1951-52 sono i viaggi in Oriente: India, Giappone (ammirava sinceramente i paesaggi naturali e culturali del Paese del Sol Levante, l’armonia e l’equilibrio, l’eleganza formale, di cui era naturalmente intriso), Hong Kong (qui fotografa i rifugiati che avevano abbandonato la Cina a causa dell’avvento del regime maoista; vivrà, conquistata la loro fiducia, in un villaggio di pescatori).
Si ritrova in Indocina, inviato da Paris Match, per documentare il conflitto fra  il governo coloniale francese e i guerriglieri di Ho Chi Minh. “Durante questo lavoro si ferma nel villaggio di Barau, dove riesce  a rifugiarsi momentaneamente dalla guerra che infuria, soffermandosi sulla vita degli abitanti ritratti con grande partecipazione emotiva”. La fotografia mi sembra qualcosa di sempre più superficiale, e il giornalismo una specie di malattia. Bischof con il suo atteggiamento aperto, spontaneo, senza pose, cattura, ancora una volta, la fiducia degli abitanti, confezionando un reportage straordinario per effetti e simpatia simbolica in cui documenta ogni aspetto del lavoro, della quotidianità e della ricca e genuina socialità.
La carestia in India, nel Bihar, come Calcutta e Bombay, sono un’altra tappa fondamentale dell’eterno viaggio del giovane e già esperto Werner. Un subcontinente misterioso e sovrappopolato. La povertà e la cultura millenaria. In una lettera alla moglie il fotografo scrive: Mi sono preparato alla miseria e a tutto, ma quello che c’è qui per strada è indescrivibile […] Dovrò fare un grosso sforzo per lavorare bene, io che sono cresciuto nella perfetta Svizzera. Ma vi è spazio anche per brevi e pur forti momenti di gioia: danzatori o bambini giocosi sulle rive dell’oceano.
Ed è Corea, con la sua guerra che tutto annienta e tutti annichilisce. È il campo di prigionia (e “rieducazione”) di Koje-Do. È duro fotografare in un campo di prigionia, restare umani e poi vedersi eliminare dalla censura le foto migliori. Bishof testimonia fra l’altro “… il drammatico e disumano sgombero della popolazione del villaggio di San Jang Ri dal proprio territorio”. Ah la fosca luce della guerra  e i suoi nefasti esiti!
Ancora, nel suo vagare, Stati Uniti (rimane affascinato dal dinamismo di New York), Messico, Panama, Cile, verso luoghi maggiormente incontaminati, fino alla fatale ultima meta.
Mi addentro sempre troppo nel soggetto. Non è giornalistico. Mi rendo conto di non essere un giornalista. In fondo, sono ancora – e sarò sempre – un artista. “Bischof era solito prendere appunti, fare schizzi veloci o veri e propri disegni, come si osserva nei suoi diari, in modo da entrare in totale sintonia con i luoghi, le vicende e le persone che intendeva raccontare, rispettando la loro dimensione e avvicinandosi a queste realtà con finezza intellettuale e con sensibilità da puro umanista.”
Solo il lavoro fatto in profondità, con un impegno e un coinvolgimento totali, può davvero aver valore.
Altro elemento ben posto in evidenza è costituito dai tanti provini a contatto esposti, un archivio di immagini davvero eccezionale: sequenze che dicono molto sulle scelte estetiche e culturali di Bischof, ordinati per soggetto/luogo, un’incredibile vastissima galleria di volti e temi, e, di nuovo, tanti struggenti ritratti dell’infanzia. Da segnalare anche un lungo documentario assemblato dal figlio Marco.
Una mostra d’incredibile struggente bellezza, che vanta l’enorme pregio di invitare a una profonda riflessione.

Alberto Figliolia

Werner Bischof. Point of View, a cura di M. Bischof, A. Holzherr, T. Kuhn. Museo Diocesano-Chiostri di Sant’Eustorgio. Fino al 18 ottobre.
Info: chiostrisanteustorgio.it.
Orari: mar-dom 10-18, ingresso da piazza Sant’Eustorgio 3.
Biglietti: intero 9 euro, ridotto 7 euro. La biglietteria chiude alle ore 17,30.

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