ArteRecensione: Ugo Mulas. L’operazione fotografica, a cura di Denis Curti e Alberto Salvadori

Vediamo sempre più con gli occhi degli altri […] Di queste migliaia di occhi, pochi, pochissimi, seguono un’operazione mentale autonoma, una propria ricerca, una propria visione. Anche inconsapevolmente, le migliaia di occhi sono collegate a pochi cervelli, a precisi interessi, a un solo potere. (Ugo Mulas)

Eugenio Montale, che affronta un’upupa (imbalsamata) – ilare uccello –  in una similarità simbolica. Eduardo De Filippo e il travaglio drammatico nelle rughe che ne incidono l’antico volto. Lo sguardo spiazzante di Giorgio De Chirico, vasto come una piazza deserta. La genuinità popolare del volto di Carla Fracci, in un sorriso aperto su orizzonti di armonia danzante. Emilio Vedova, che pare un mistico russo o un monaco del Monte Athos. Il Maestro Claudio Abbado dai lineamenti scolpiti di soave musicalità. L’intensità arcaica del volto di Maria Callas, erede della tragedia classica trasfusa nel melodramma. Dino Buzzati a figura piena e un manichino nudo (o una sagoma dipinta?) che ci volta la schiena: la surrealtà del quotidiano. Keith Richards con l’immancabile sigaretta fra le dita, l’immagine pura della trasgressione. Gianni e Marella Agnelli, il glamour fatto carne. Alberto Arbasino, intellettuale quanto mai eclettico. Giuseppe Ungaretti, il soldato del Carso dai versi scabri e spogli come le doline di quella terra aspra e di vertiginosa bellezza, in versione elegantissima. Una giovane e già ultravolitiva con la sua macchina da scrivere Oriana Fallaci nel disordine del proprio studio. Salvatore Quasimodo che sorride, oltre i drammi e il disagio esistenziale.
Non c’è ritratto più ritratto di quello dove la persona si mette lì, in posa, consapevole della macchina, e non fa altro che posare. I ritratti di Ugo Mulas ti rimangono felicemente e inesorabilmente dentro. Nella mostra allestita al Palazzo Reale di Milano e dedicata all’immenso fotografo di Pozzolengo sono innumerevoli le personalità di ogni ambito artistico, culturale e non solo raffigurate in uno stupendo b/n, immagini che “feriscono” dolcemente lo spirito di noi visitatori.
E, ancora, nelle oltre 250 immagini compaiono Carlo Carrà in posa con la famiglia, il poeta Alfonso Gatto, l’irriverente Marcel Duchamp con un sigaro dadaista, Fausto Melotti e gli equilibri o della ferma instabilità (la linearità precaria che trova la sua stasi plastica… “La fragilità intrinseca nelle opere di Melotti è il concetto che rafforza la poetica di entrambi. Mulas amava molto le opere dell’ultimo periodo, realizzate con rame, reticelle metalliche, tubicini in acciaio, ottone e argento. […] Qualità primaria della fragilità per Mulas è la sua capacità di favorire la comprensione dell’altro, aprendo alla dimensione della cura, sino all’intuizione dell’indicibile e dell’invisibile che ci accompagna nella vita”), Alexander Calder o dell’aerea leggerezza della materia (il gioco lieve e mutevole di legno e metallo), la visionarietà di Lucio Fontana nell’atto di pensare e compiere il suo implacabile gesto artistico (i tagli con la sequenza preparatoria), Hans Arp a Spoleto e Palermo, i pennelli e i colori di Marc Chagall, Jasper Johns al lavoro, il falso cinico e bohémien di genio Henry Miller, il pranzo affollatissimo del Giorno del Ringraziamento nello studio di Robert Rauschenberg, Roy Lichtenstein, l’irripetibile avventura di Andy Warhol & The Factory, quindi tutta la scena artistica newyorkese e inusitati scorci della Grande Mela, il Guggenheim Museum e la città minimale non scintillante, la Pop Art.
Poi nel 1964 sono andato per qualche mese in America, per una mia necessità, perché là nessuno mi aveva mandato. Ho sentito il bisogno di andarci dopo aver visto la Biennale di Venezia […] In un primo momento sono stato più stordito che convinto, poi mi sono entusiasmato, perché non si trattava solo di prendere contatto con una certa pittura, quanto di entrare nel mondo dei pittori, e al tempo stesso condividere un momento straordinario, di essere testimone di qualcosa di importante nel momento in cui capitava e si affermava. Mulas esplora tutta la “vitalità della scena artistica newyorchese: i ritratti, gli artisti Pop ripresi mentre lavorano in studio, la loro vita in casa e in giro per la città, gli happening, le feste. Da questo straordinario reportage sulla Pop Art nascerà un nuovo linguaggio fotografico per la rappresentazione della scena artistica […] Mulas in queste immagini presenta la novità ideologica del discorso del fotografo che non deve documentare l’opera ma il personaggio che costruisce l’opera.”
Ma non è finita qui. A quanto già elencato, agli interni e agli esterni di studi e atelier – privilegiata materia di osservazione e studio per Mulas – con tutti gli oggetti, parti dismesse o inutili che infine, nella composizione, diverranno opera d’arte, vanno aggiunte le fantastiche prove della collaborazione con Il Piccolo Teatro di Milano: immagini e suggestioni scenografiche senza pari, fra astrazione, meditazioni sull’apocalisse, panorami urbani di geometria perfetta, vaporosità, foschie, soli polari, contrasti acidi, in negativo, luci psichedeliche che confinano con le tenebre. Magistrale, arte pura.
E ci sono i reportages… Milano, fra oggettività documentaristica e sentimento: nella notte deserta, solo i lampioni; la costruzione dei grattacieli; università, musei e supermercati; falò improvvisati sull’umido selciato; casermoni popolari, la neve, bambini; macerie e rovine ancora della Grande Guerra; il mercato; un anziano che vende modellini di aerei (quadrimotori) in legno; panni stesi fra povere casette nel degrado della strada; dormienti nei luoghi d’attesa; un giovanissimo suonatore di chitarra; il bar Jamaica, la feconda “movida” intellettuale degli anni Sessanta; i letti del dormitorio allineati e vuoti, una teoria senza fine, una prospettiva di desolazione; case di artisti e  collezionisti; gallerie, serate mondane e inaugurazioni; caffè, ristoranti e cantieri della metro; palazzi ed edifici storici; i funerali delle vittime di Piazza Fontana… La Russia: al museo; sulle rive di uno stagno; davanti al mausoleo di Stalin e Lenin; una serata danzante; una folla di signore in pedalò (o qualcosa che vi somiglia) sulle acque di un laghetto; un padre con la bimba addormentata in braccio; icone e devozione popolare; la Piazza Rossa… La Calabria, la Sicilia e le Eolie, Venezia sotto la neve, Copenaghen, l’Etiopia, la Svezia, Buchenwald con allucinati ganci alle pareti, la quercia di Goethe, il confine fra le due Germanie in un paesaggio abbandonato, derelitto, deprimente, e nessuno a sorvegliare la sbarra di delimitazione, solo un lucchetto che ha il marchio della chiusura e della ineluttabilità.
E gli eleganti e oggettivi lavori per la moda, i raffinati nudi le poetiche immagini a commento degli Ossi di seppia di Eugenio Montale – invero ben più che un commento, trattandosi di un’interpretazione sì, ma anche, nel contempo, di un’operazione autonoma.
Oltre agli eccelsi esiti formali il nostro è artefice di un lavoro anche teorico di tutto rispetto. “Nel 1968 Mulas inizia il progetto delle Verifiche. “La Fotografia stessa ne è il soggetto, in una sorta di analisi al fine di individuare, capire, come le parti che costituiscono l’immagine fotografica siano in relazione semantica e ontologica fra loro. Si evince fin dagli studi – qui mostrati per la prima volta – come Mulas effettui un’analisi scientifica, filologica, del linguaggio fotografico per definire il suo grado zero. Riesce in quella difficilissima  operazione di spogliarsi e cancellare sé stesso per mostrarci, restituendola, la vita nascosta di un fotogramma, quella legata prettamente al lato concettuale, all’idea. Risuona in questo progetto il silenzio fotografico, il rumore della materia, il suono della luce.”
E la forza, fino ad allora trascurata, dei negativi. “Mulas costruisce una serie di immagini, i primi appunti visivi di una nuova fenomenologia che lo porterà a interrogare il tempo fotografico e lo spazio dato, l’ambiente che l’opera crea e come i differenti soggetti agiscono al suo interno.”
A soli 45 anni sarebbe morto Ugo Mulas, una perdita terribile per l’universo della fotografia e il milieu culturale. Ci rimangono le sue immagini, emblema di cuore, pensiero, bellezza. Infinitudine.

Alberto Figliolia

Ugo Mulas. L’operazione fotografica, a cura di Denis Curti e Alberto Salvadori. Una mostra Comune di Milano-Cultura/Palazzo Reale/Marsilio Arte. Fino al 2 febbraio 2025. Palazzo Reale di Milano, Piazza Duomo.
Info e prenotazioni: palazzorealemilano.it.
Orari: da mar a dom 10-19,30, gio 10-22,30, lun chiuso. Ultimo ingresso un’ora prima.

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