Gia dalle prime pagine di “La città dalle finestre chiuse” di Sara Notaristefano mi fa fatto piangere tutte le mie lagrime perché non lascia spazio a preparazioni: Gabriella, tredici anni, si lancia dal nono piano davanti alla scuola. Da quel momento il racconto si costruisce attorno a ciò che resta, non tanto per ricostruire un fatto quanto per misurare l’assenza che produce. La madre, il padre, lo zio, il fratello più piccolo provano a orientarsi dentro un dolore che non trova una forma stabile, che non si lascia spiegare e che, proprio per questo, continua a interrogare.
Gabriella non è una figura marginale, è una ragazza seguita, brillante, inserita in un contesto familiare che non presenta crepe evidenti. La frattura è interna e riguarda il modo in cui Gabriella si percepisce. C’è uno scarto continuo tra ciò che è agli occhi degli altri e ciò che sente di essere: da una parte il bisogno di appartenere, di entrare in un gruppo, di essere riconosciuta; dall’altra una sensazione persistente di inadeguatezza che non riesce a colmare. È in questo spazio che si costruisce la sua solitudine, una solitudine che resta in gran parte invisibile. Non perché nessuno guardi, ma perché quella sofferenza non trova un modo per mostrarsi fino in fondo.
La narrazione si muove su due piani, gli adulti cercano una spiegazione, provano a dare ordine a ciò che ormai è spezzato, mentre si impone un’altra verità e cioè che non tutte le domande hanno risposta. Il dolore non si risolve, si attraversa, e nell’attraversarlo ciascuno reagisce a modo suo: la madre resiste, il padre cede, lo zio cambia, il fratello vede ciò che agli altri sfugge e apre uno spiraglio, minimo ma necessario, per andare avanti.
La scrittura di Sara Notaristefano lavora per insistenza, torna sui nodi, li riprende e li approfondisce. In alcuni passaggi può sembrare ripetitiva, ma è una scelta coerente con la materia che affronta, il dolore che non si lascia archiviare e continua a riaffiorare. Il ritmo è controllato, mai compiacente, e tiene il lettore dentro una tensione costante, senza offrire scorciatoie emotive.
Quello che emerge con maggiore forza è la difficoltà di riconoscere il disagio quando non assume forme esplicite. Il romanzo mette in scena una zona opaca, in cui la sofferenza resta in parte inaccessibile anche a chi è più vicino. Ed è proprio in questa opacità che si colloca la riflessione più dura: non sempre è possibile intervenire, soprattutto quando chi sta male non riesce a trasformare quel malessere in una richiesta.
La lettura di La città dalle finestre chiuse lascia una traccia emotiva intensa, ma non si esaurisce nella commozione. Costringe a rallentare lo sguardo, a interrogare ciò che normalmente si dà per acquisito, a riconoscere quanto possa essere fragile l’equilibrio tra ciò che si vede e ciò che resta nascosto.
La città dalle finestre chiuse è un romanzo che mi ha fatto male, perché ti obbliga a guardare meglio, senza dare per scontato ciò che hai davanti.
Titolo: La città dalle finestre chiuse
Autore: Sara Notaristefano
Prezzo copertina: € 20,00
Editore: Les Flâneurs Edizioni
Collana: Montmartre
Data di Pubblicazione: 30 gennaio 2026
EAN: 9791254512326
ISBN: 1254512322
Pagine: 362
Citazioni tratte da: La città dalle finestre chiuse di Sara Notaristefano
Le persone non sono nostre. Vero. E allora che cos’è che fa male quando le perdiamo? Che nome dare a quel dolore? (pag 25)
Conta l’apparenza. È una delle forme che può assumere il vuoto. (pag 198)
L’orrore non è il volo; nell’affrontare tutti quei metri senza avere la possibilità di tornare indietro in caso di pentimento; nel fendere l’aria in modo non abbastanza rapido per non pensare. (pag 225)
Il ricordo è di questo mondo e, senza memoria, il passato non esiste. (pag 227)
Morire quando si è ancora in vita è la cosa più agghiacciante che si possa provare… (pag 236)
Forse quella ragazzina aveva nutrito la convinzione che la conoscenza e la bellezza potessero impedire al male di annidarsi nella vita. Scoprire che invece potessero solo riconoscerlo, gestirlo, perfino disarmarlo ma mai evitarlo doveva averla delusa. Impulsiva, non aveva voluto concedersi il tempo di trasformare quella delusione in consapevolezza, in bussola per seguire la bellezza. (pag 289)
Credo di sapere quando accade la bellezza; accade quando sentirsi piccli è piacevole.
(…)
Chissà se riuscirò ad accontentarmi di me. (pag 290)
Una mente impegnata nella quotidianità non affonda nei pensieri neri, quelli che più di notte ti pulsano nelle vene come ondate di paura. (pag 292)
Il paradiso terrestre non esiste. Ciascuno può scegliere il proprio inferno e io ho scelto questo. (pag 302)
A volte, per capire la bellezza, devi guardarla da lontano. I dettagli faranno pure la differenza ma è l’insieme a mancarti. (pag 339)
…il tempo delle seconde possibilità viene colto da chi non mette limiti al proprio orizzonte. (pag 345)
Non sempre dire la verità significa amare. A volte, anche il silenzio può essere un atto d’amore. (pag 350)
Un illuso è un sognatore che non si arrende, talmente ostinato da essere stupido. E non c’è sognatore più stupido di quello che lotta contro il potere del denaro. (pag 355)
Chi non sceglie è già morto. Da dove ricomincia la vita? Dalle scelte. La nostra ricomincerà quando non ci sentiremo più condannati a essere ciò che vogliono gli altri e finalmente sceglieremo di vivere. (pag 360)
Katia Ciarrocchi
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