Recensione: Riccardo Bacchelli – Il mulino del Po


Una grande saga
Nella vita accadono fatti strani, del tutto inspiegabili, come nel caso di una grande opera, Il mulino del Po, osannata dalla critica, accolta con ampio favore dai lettori, oggetto di uno sceneggiato televisivo in cinque puntate che agli inizi del 1963 entrò nelle case di tutti gli italiani, con protagonista principale un attore di grande calibro quale era Raf Vallone; ebbene, forse fu proprio la produzione televisiva, con la conseguente grande diffusione, che finì per bruciarlo, tanto che si tratta di un romanzo da tempo dimenticato (basti pensare che l’ultima ristampa nella collana Oscar Mondadori mi pare risalga al 2013 e non è che prima ce ne siano state a bizzeffe). Può essere che a interessare poco i lettori sia anche l’elevato numero delle pagine, ma ritengo più logico pensare che, dopo il grande clamore degli anni ‘60 e ‘70, ci si sia proprio dimenticati, nonostante che il romanzo possa essere avvincente, una saga familiare che va dalla fine del periodo napoleonico per arrivare al termine del Grande guerra, un po’ più di un secolo quello attraversato da quattro generazioni della famiglia Scacerni. In questo lasso di tempo c’è tanta storia d’Italia, con il nostro Risorgimento, il brigantaggio, i primi moti sociali, e proprio per questo risulta ancora più difficile comprendere l’oblio per un’opera che prima della seconda guerra mondiale uscì in tre volumi (Dio ti salvi nel 1938, La miseria viene in barca nel 1939 e Mondo vecchio sempre nuovo nel 1940), per poi essere riunificati in un unico libro con il titolo Il mulino del Po, pubblicato nel 1958 dalla Mondadori. Tutta la vicenda gira intorno a un mulino, il San Michele, ormeggiato sulle rive del Po alla Guarda Ferrarese, ed è appunto il grande fiume a determinare i fatti più salienti, con le sue improvvise e grandi piene, con avvenimenti che riguardano soprattutto la famiglia dei mugnai Scacerni, intorno alla quale comunque gravitano altri personaggi con le loro storie. In quattro generazioni ne capitano di tutti i colori, con disgrazie, arricchimenti, impoverimenti, insomma, nel bene e nel male, é la saga di una famiglia che finisce con il diventare la storia di un paese che attraverso le guerre riesce ad avere un’identità nazionale, a crescere fino a diventare un grande stato.
Il romanzo è ben strutturato, tanto che non ci sono mai degli alti e bassi, e del resto lo stile dell’autore è pregevole, riuscendo a far pervenire l’opera a toni epici, non tralasciando tuttavia e anzi dimostrando un attenzione particolare per i singoli, protagonisti a loro modo di una vicenda che finisce con l’essere corale, in una dinamica sociale che vede la presa di coscienza dei contadini della bassa ferrarese, quasi sempre gente povera, per non definire miserrima, la cui vita era tutta una lotta per non subire la furia della natura, le malatie endemiche e quelle ricorrenti, le tasse opprimenti che uno stato insensibile rinnovava di continuo.
Quindi, oltre all’aspetto strettamente storico, nel libro è presente anche un’attenta analisi sociologica, due elementi di pregio che da soli lo renderebbero degno di attenzione. E poi c’è la trama, di indubbio interesse, ben raccontata, insomma, per dirla in poche parole, Il mulino del Po è il classico caso di un capolavoro dimenticato. E se non è facile comprenderne i motivi, però sarebbe altrettanto facile riportarlo all’attenzione dei lettori; basterebbe che a scuola se ne parlasse per togliere la polvere del tempo da un’opera che dovrebbe essere invece oggetto di studi e quindi rientrare nei programmi scolastici.

Titolo: Il mulino del Po
Autore: Riccardo Bacchelli
Prezzo copertina: € 24.00
Editore: Mondadori
Collana: Oscar classici moderni
Data di Pubblicazione: agosto 2013
EAN: 9788804633136
ISBN: 8804633131
Pagine: 1164

Riccardo Bacchelli (Bologna 1891 – Monza 1985) scrittore italiano. Collaboratore della «Voce», fu poi tra i fondatori della «Ronda», accademico d’Italia e dei Lincei. Poeta, narratore, saggista, drammaturgo, ha al proprio attivo una produzione letteraria vastissima che si riallaccia sapientemente alla tradizione ottocentesca, soprattutto al filone manzoniano e a quello carducciano. Aperta alla rievocazione del passato e all’analisi storico-politica, sottilmente indagatrice delle motivazioni etiche dei fatti di cultura, la sua opera affronta i temi più diversi. I suoi versi (Poemi lirici, 1914; Parole d’amore, 1935 ecc.) innestano su una ricca esperienza autobiografica un discorso lirico-filosofico formalmente complesso che dà talora nel concettoso; e altrettanto può dirsi dei suoi scritti di teatro (Amleto, 1919; L’alba dell’ultima sera, 1949; Nòstos, 1957), ingegnosamente dialettici. La narrativa di B., densa di riferimenti eruditi, spazia dal quadro storico (Il diavolo al Pontelungo, 1927; Il rabdomante, 1936, premio Viareggio; Il mulino del Po, 1938-40; I tre schiavi di Giulio Cesare, 1958) al tema biblico (Il pianto del figlio di Lais, 1945; Lo sguardo di Gesù, 1948), dalla prosa satirica (La cometa, 1949) alla divagazione meditativo-fantastica in cui convergono ironia, moralità e un ricercato gusto figurativo (Lo sa il tonno, 1923), fino alla narrazione «privata» (L’Afrodite, un romanzo d’amore, 1967) e alla favola scanzonata (Il progresso è un razzo, 1975). L’elemento centrale della varia ispirazione bacchelliana è da identificarsi in una costante riflessione sulla condizione umana; ma ancora più significativo (e unificante) risulta lo stile, costantemente macchinoso e ornato, basato su una lingua che assorbe abilmente moduli idiomatici e dialettali entro un impasto illustre, teso a un vigoroso realismo. Di rilievo sono anche i saggi storici e critici di B., che testimoniano l’ampiezza dei suoi interessi culturali: La congiura di Don Giulio d’Este (1931), Confessioni letterarie (1932), Rossini (1954), Nel fiume della storia (1955), Africa fra storia e fantasia (1970).

Renzo MontagnoliSito

 

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