ArteRecensione: Realismo Magico. Uno stile italiano


Realismo Magico, un riuscitissimo ossimoro per raccontare un movimento artistico tutto italiano dagli splendidi esiti. A giustamente celebrare la mostra dedicata ai vari Funi, Oppi, Casorati, Donghi, Broglio, Cagnaccio di San Pietro, Carrà, Severini (e anche l’immaginifico metafisico enigmatico De Chirico) provvede la mostra allestita al Palazzo Reale di Milano sino al 27 febbraio 2022.
Realismo Magico… da un lato una fissazione della realtà con canoni oggettivi, razionali, receuperando modalità quattrocentesche, con una costruzione formale basata su ordine e razionalità, dall’altra, invece, atmosfere sospese, di attesa, di mistero, come a tentare di indagare e disvelare la realtà celata agli occhi dei più. Da questo apparente contrasto nascono veri e propri capolavori. Si potrebbe ben pensare che tale movimento si è sostanzialmente affermato, raggiungendo l’acme, nel pieno del ventennio del regime (con prodromi ante 1922), come se ciò fosse una “fuga” dall’omologazione, dall’ipocrisia, dalla retorica, dai trionfalismi del potere costituito in forma autoritaria, per recuperare una via diversa, di studio, di ricerca, di analisi, una strada che conducesse a verità alternative. Non fermarsi al dato immediato, ma andare oltre. Analogie possono essere rinvenute con la Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettività) tedesca – e la mostra le evidenzia ponendo a paragone con gli artisti italiani loro colleghi tedeschi – ma, stanti le diverse tradizioni e sorgenti, differenze indubbiamente vi sono.
Favorita dal sapiente allestimento la mostra si svolge conducendo il visitatore in un’esperienza immersiva: il Chirurgo, il Cieco e altre figure, i Tre chirurghi di Ubaldo Oppi; il Mattutino e la Toeletta del mattino di Mario Tozzi, “una personale reinvenzione dei volumi e degli spazi di ascendenza cubista con evidenti riferimenti a modelli classici e alla pittura d’interni olandese seicentesca”. Un’avanguardia molto speciale, che non ha bisogno di eccessi, di stupire, ma si nutre di influenze, calcando tuttavia un terreno di sperimentazioni finissime, calcolate, e rinvenendo istanze psichico-esistenziali inusitate, in un’era segnata, al di là dei biechi stordenti livellanti appiattenti totalitarismi, da grandi passaggi culturali.
E, con le figure, i paesaggi, per quanto più rari dei ritratti. Il paesaggio come sogno è una sezione in cui si possono ammirare autentici capolavori quali Pino sul mare (1921) di Carlo Carrà – “Non ho più pregiudizi di sorta. Faccio ritorno a forme primitive, concrete, mi sento un Giotto dei miei tempi”: come si può constatare, il pensiero creativo si configura come multiforme – e Ottobrata (1924) di De Chirico: “rubensiana, pittoricamente barocca, seppur inevitabilmente attraversata da inquietudini e apparizioni (il minuscolo Mercurio in volo)”. Interessanti in questa sala, come pietra di paragone, “i due smaltati Paesaggi di Franz Radziwill: due tele in cui la Neue Sachlichkeit sfodera il lucore fiammingo, la ricerca del dettaglio millimetrico, la lucida e antisentimentale visione del reale per sollecitare meraviglia, stupore e mistero non attraverso il rigore metafisico e la sospensione magica, ma con la razionale, precissima e apparente asettica visione di un entomologo”. L’effetto prodotto da queste opere è decisamente straniante e pure oltremodo attrattivo.
E che dire del binomio Eros-Thanatos? Dopo l’orgia (1928) di Cagnaccio di San Pietro, pseudonimo di Natalino Bentivoglio Scarpa, è un’opera incredibile, concettualmente complessa e terribilmente scomoda, tanto da ricevere il rifiuto della XVI Biennale di Venezia presieduta da Margherita Sarfatti, che aveva un’altra idea dell’arte… “per la crudezza della scena e per il sottile riferimento alla corruzione morale dei dirigenti fascisti (il fascio littorio nel gemello dl polsino abbandonato sul tappeto). Il grande dipinto, un vero e proprio manifesto di poetica realistico-magica, è denso di significati simbolici, quali il ripetersi del numero 3 (i nudi, le carte da gioco), le bottiglie vuote e il bicchiere rovesciato che rimarcano il movimento rotatorio dei nudi femminili, la natura morta con bombetta e guanti sul cuscino rosso”. In questa sezione si possono ammirare, ancora di Cagnaccio, Primo denaro, Arcadia di Carlo Levi, Donna al mare, Bagno al parco e Il romanzo di Mario Broglio, Grande nudo disteso (1925) di Ubaldo Oppi. Dominano ambiguità e sensualità commiste con una sorta di gelo e una tensione spasmodica pur nelle pose bloccate e nella monumentalità.
Cagnaccio di San Pietro occupa un posto importante nella esposizione. Il suo Bambini che giocano inquieta e altri ritratti di bambine e bambini sono contrassegnati  “dalla rigorosa frontalità e dalla solitudine stupita determinata da un gioco interrotto e non consolatorio”. Si va oltre ogni condizionante stereotipo, è il “male di vivere” che emerge. “La stanza dei giochi è vuota”.
E, ancora, la reinterpretazione del genere della natura morta, le figure di Gino Severini, con le maschere della tradizione italiana che divengono maschere della condizione umana (“una malinconia silente”, 2un senso dello sdoppiamento”). Scriveva a quest’ultimo riguardo Massimo Bontempelli del “dramma del personaggio pirandelliano”, dell’“altalena fra persona e personaggio e l’impossibilità dell’uomo di essere l’una o l’altro”. Ciò è reso ben evidente nella spettacolare Famiglia del povero Pulcinella (1923) o dai Giocatori di carte (1924) dello stesso Severini.
Rimarchevole di nuovo, nella sezione Fermo immagine: l’ambiguità del reale, è Cagnaccio di San Pietro con “Donna allo specchio – nella quale il gioco del riflesso e dello sdoppiamento della figura femminile impegnata a truccarsi, ma nello stesso tempo visibilmente afflitta da un profondo “male di vivere”, prende vita in controcampo all’algida natura morta di bottigliette e portaprofumi in vetro rosso posti in primo piano”.
Chiudono il percorso alcune stupefacenti opere di Antonio Donghi: Pollarola, Pescatore, Amanti alla stazione, Prima della canzone. “Nei suoi dipinti le figure appaiono sospese in un’atmosfera rarefatta, congelate in pose che arrestano il fluire del tempo, immerse in quello che si potrebbe definire un silenzio assordante. Lo splendore serico dei colori della sua pittura conferisce alle scene più ordinarie e banali l’incanto di un’apparizione. Egli accentua la maniacale finitura della sua pittura, i colori smaltati e brillanti, la gelida fissità delle studiate composizioni. I personaggi appaiono sempre più simili a statuine immobili, mentre gli oggetti sembrano fatti di una materia incorruttibile”. Pura mimesi. Gioco delle contraddizioni. Sguardo estatico e lucidissimo. Atemporalità, cristallizazzione e, nel contempo, vivissimo sentimento dell’istante.
E Felice Casorati, il maestro per eccellenza… Silvana Cenni (1922), Cynthia (1925), Ritratto di Renato Gualino (1923-24), dipinti in cui perdersi senza sapere dove si andrà ad approdare. In qualche luogo misterioso dell’anima.

Alberto Figliolia

Realismo Magico. Uno stile italiano. Mostra promossa e prodotta dal Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e 24 ORE CulturaGruppo 24 ORE. A cura di  Gabriella Belli e Valerio Terraroli. Fino al 27 febbraio 2022. Palazzo Reale di Milano, Piazza Duomo 12.
Info: tel. +39 0254912; siti Internet palazzorealemilano.it e ticket24ore.it.
Orari: da mar a dom 10-19,30; gio 10-22,30; lun chiuso. 7-8-26/12 10-19,30; 24-31/12 10-14,30; 25/12 14,30-18,30; 1/1/2022 14,30-19,30; 6/1/2022 10-22,30. Ultimo ingresso un’ora prima.
Catalogo edito da  24 ORE Cultura.

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