Mostra dedicata dal Museo d’arte Mendrisio a Felice Varini

Nulla è come sembra. Oppure, forse, tutto è come sembra.
Spirale gialla, così come Nero giallo blu e rosso per l’ellisse e il cerchio, Ellisse blu, Dischi vuoti e semivuoti nel rettangolo, Dischi volanti sono quello che si vede e anche altro. A seconda della posizione dell’osservatore. Pitture che attraversi, porte che da superfici colorate si fanno dimensionali, manifestazioni di colore tridimensionali, illusione non ingannatrice. Un delizioso spaesamento coglie nell’ammirare il lavoro – non solo artistico, ma anche scientifico e con una intensa qualità poetica – di Felice Varini: una splendida dimostrazione di fantasia, visionarietà, astrazione e… pazienza, poiché ogni centimetro quadrato, che sia orizzontale, verticale, su pavimenti, muri, finestre, porte o travature, è dipinto in maniera certosina. L’effetto, come detto, è gioiosamente straniante.
Un geniale trompe-l’œil che ti invita a mettere in discussione il dettato e il primato dei sensi, un’operazione artistico-intellettuale preziosa e giocosa, che attrarrà bambini, architetti, fisici, curiosi e ogni amante dell’arte.
Risulta persino arduo descrivere il lavoro del Varini. Molto più semplice goderne la vista di persona, scrutarne e ammirarne i molteplici effetti, giovandosi del movimento e della stasi, giocando con gli elementi. I colori sono netti, non sfumati, le prospettive sempre cangianti, da ricomporre, sempre sorprendendosi, in una scala di armonia.
È il Museo d’arte Mendrisio che ospita (sino all’11 ottobre 2026)  la mostra dedicata all’artista locarnese e curata da Barbara Paltenghi Malacrida, Felice Varini e Francesca Bernasconi. Gli spazi dell’ex convento dei Serviti si prestano alla perfezione, spogli di ogni altro orpello, per nutrire la suggestione, fra reale ed effimero, che afferra i visitatori in una sorta di labirinto circolare.
“La mostra si sviluppa come un intervento totale, occupando tutti gli ambienti del museo: dal chiostro quattrocentesco, che accompagna il visitatore verso l’ingresso, fino alle sale espositive interne, concepite come tappe di un percorso unitario e immersivo. Ogni spazio, ogni sala, ogni ambiente architettonico accoglie un intervento specifico, pensato in relazione diretta con le caratteristiche strutturali, volumetriche e architettoniche dell’antico Complesso di San Giovanni, sede del museo.”
Le opere non sono molte, evitando qualsivoglia rischio di assuefazione/ripetitività, ma neppure poche, occupando, oseremmo dire, con fecondo stupore, i vasti ambienti e i lunghi corridoi. Un mix di opere storiche, con un processo di “riattualizzazione, come ama sottolineare l’artista elvetico, oppure inedite, create per la circostanza.
“Al centro del lavoro di Felice Varini si colloca da sempre un’indagine rigorosa sul fenomeno della percezione. Le sue opere si manifestano pienamente solo da un punto di vista privilegiato, per poi frammentarsi e dissolversi non appena lo spettatore si muove nello spazio. È proprio attraverso l’esperienza fisica del camminare, dell’esplorare, del cercare, che l’immagine si ricompone e si svela, trasformando la visione in un atto dinamico e consapevole.”
Una metafora, a ben vedere. Forme geometriche, quali linee, cerchi, poligoni, e colori puri si distribuiscono, si amalgamo, si spezzano, si ricombinano a seconda della posizione, in un processo in cui architettura e pittura si fondono: dialettica e non contraddizione. Anamorfosi, seppur sui generis, e il miracolo di una segreta coerenza. Si potrebbe ben aggiungere che gli spettatori sono parte dell’opera stessa, interagendo senza invasività alcuna con il corpo, quasi inavvertitamente.
Da sottolineare quanto il lavoro preparatorio sia altrettanto complesso, oltre l’immediatezza visiva dovuta ai colori non sfumati.
Il Varini, a ogni modo, ama dipingere, destrutturare e ricomporre ,con la stessa logica, anche paesaggi urbani o naturali…. “Le opere risultano pienamente leggibili solo da un punto di vista preciso; da altre angolazioni si frammentano e si confondono con l’ambiente, generando un’esperienza dinamica che rinnova la tradizione anamorfica in chiave contemporanea.”
I suoi interventi site-specific sono stati realizzati in tutti i continenti. Con questa mostra il Ticino consente ai propri abitanti e alla vicina Italia di conoscere un artista famoso internazionalmente, certo fra i più originali nella sterminata piazza del mondo.
Il catalogo (Edizioni Casagrande), bilingue (italiano/inglese),  della mostra riporta tutte le opere realizzate nel Museo d’arte Mendrisio, comprendendo saggi di Barbara Paltenghi Malacrida, Paolo Bolpagni, Gianni Biondillo e apparati aggiornati.
Nulla è come sembra. Oppure, forse, tutto è come sembra.

Alberto Figliolia

Info: Museo d’arte Mendrisio, Piazzetta dei Serviti 1 | CH – Mendrisio, tel. +41 (0)58 688 33 50 | e-mail museo@mendrisio.ch, sito Internet museo.mendrisio.ch.
Orari: ma-ve 10–12 e 14–17 | sa–do e festivi 10-18.
Lunedì chiuso, festivi aperto.
Ingresso: intero CHF 14 | ridotto CHF 12 | Gratuito: ≤ 18 anni, AMS, ICOM, ASSSA, Passaporto Musei Svizzeri, Visarte.
Attività didattiche gratuite per classi della scuola dell’infanzia, scuola elementare e scuola media. Visite guidate per scuole superiori: CHF 60. Visite guidate per gruppi su prenotazione: CHF 100.
Visite guidate aperte 14 giugno 2026, 19 luglio 2026, 6 settembre 2026, 4 ottobre 2026, ore 15. Posti limitati, prenotazione obbligatoria. Ingresso + visita: CHF 17.
Un pomeriggio al Museo: 23 settembre 2026, ore 14-16. Attività (e merenda) per bimbi e ragazzi alla scoperta dell’arte. Posti limitati, prenotazione obbligatoria. Ingresso per adulti accompagnatori: CHF 5.
Quattro linee rosse e una blu, spettacolo teatrale di Tommaso Giacopini, con Massimiliano Zampetti. Sabato 19 settembre, ore 19,30, e domenica 20 settembre, ore 19.

Estratti dai saggi

“L’opera di Varini è difficile da classificare. Non è pittura in senso stretto, perché non utilizza i soliti dispositivi della disciplina e non mira necessariamente alla permanenza. Le sue non sono vere e proprie installazioni e neppure opere site specific. Lui le chiama «in situ». L’idea è che volendo si possano replicare da altre parti. Ma com’è possibile, viene da chiedersi, se proprio l’elemento della realtà fisica, lo spazio su cui si interviene, è così predominante e persino determinante? Varini, qui, ragiona da performer, non da artista visivo. Un’opera teatrale è scritta, ha un copione, una musicale ha uno spartito. Si possono ipoteticamente rappresentare ovunque. Eppure non sono mai le stesse, per colpa (o merito) degli attori, del regista, dei musicisti, dello spazio scenico. Le opere performative sono sempre le stesse e allo stesso tempo sempre differenti. In effetti Varini, grazie a uno stretto disciplinare che equivale allo spartito del compositore, permette la replicabilità della sua opera. Sia dove è nata, sia da altre parti, come ha già fatto. Chiama questa operazione «actualisation». Varini usa sempre geometrie semplici e colori primari. Non è mimetico, non finge il reale, non cerca l’anamorfosi – cioè quell’illusione ottica che, trovato “l’unico” punto di vista, “replica” un’immagine della realtà (che, altrimenti, appare deforme, irriconoscibile, sgraziata). In questo Varini è artista contemporaneo, ha alle spalle una tradizione del moderno, una genealogia artistica e una tradizione ben riconoscibile: da Fontana a LeWitt, da Magritte a Matta Clark.”

Dal testo critico Le “occasioni” di Felice Varini di Gianni Biondillo

“Chiaramente le forme geometriche dipinte o create mediante strisce adesive si ricompongono in una visione privilegiata soltanto quando lo “spettatore partecipante” (l’“interazione” attiva del visitatore, di chi attraversa e guarda, è un aspetto fondamentale) si ponga in un preciso allineamento con un punto preordinato, all’altezza – 162 centimetri – degli occhi dell’autore, ma questa non è mai davvero l’esclusiva angolazione prospettica, ché anzi le “pitture nello spazio” di Varini dispiegano il loro potenziale nelle infinite visuali che consentono, ognuna consustanziale al senso e al Kunstwollen perseguiti. L’intuizione può sembrare semplice: concepire gli ambienti che ci circondano – interni privati, sale museali, architetture monumentali, paesaggi urbani o naturali – come se fossero una superfice unica e piatta sulla quale applicare forme geometriche bidimensionali. Solamente da una certa e predeterminata angolazione l’osservatore riesce a “montare” nella propria percezione la composizione e a dar vita all’identità originaria dell’opera, che, non appena ci si sposti di lì, si decostruisce e frammenta in una miriade di configurazioni differenti, comunque affascinanti e valevoli di per sé ma che ci dimostrano l’instabilità della visione e confermano, d’altro canto, che «l’unique chose stable c’est le mouvement partout et toujours»,
per dirla con Jean Tinguely. […] Varini non è un isolato, ma un protagonista originale degli sviluppi internazionali a cavallo tra gli ultimi due decenni del XX secolo e il nuovo millennio, che si pone
nel solco, ridefinendole in una declinazione personale, di tendenze che si radicano nella seconda metà del Novecento, e le proiettano in una sintesi per così dire “classica” (intendendo tale aggettivo in senso metastorico). L’arte, per lui, è un mezzo di “ri-significazione” del mondo: prende un lembo di realtà e lo evidenzia, lo sottolinea, attira la nostra attenzione su di esso, e in questo modo lo fa uscire dall’ovvietà, rendendolo espressivo.”

Dal testo critico Felice Varini nell’arte del proprio tempo di Paolo Bolpagni

“Quando, circa due anni fa, abbiamo invitato Felice Varini a intervenire nel Museo d’arte Mendrisio nell’ambito di questo progetto monografico che intende rendere omaggio alla sua straordinaria carriera, era chiaro che il nostro illustre edificio non sarebbe rimasto un semplice contenitore espositivo. La sua identità storica e architettonica sarebbe entrata in gioco, diventando parte attiva dell’opera. Affidato a un «pittore nello spazio» come Varini, il museo ha progressivamente assunto un ruolo ambivalente: da un lato, gli interventi ne hanno esaltato volumi e linee prospettiche, rendendolo protagonista; dall’altro, le forme dipinte – quando allineate a un punto di vista – hanno innescato un paradosso ottico capace di annullarne la presenza. Durante le settimane dell’allestimento abbiamo così assistito a una metamorfosi vertiginosa, un processo creativo in cui l’architettura facendosi materia al servizio della pittura sancisce contemporaneamente la propria scomparsa. Un’ambiguità che non è concettuale, ma interamente affidata allo sguardo. […] In un luogo così profondamente stratificato, dove ogni muro custodisce tracce di epoche, funzioni e comunità diverse, e che nel tempo ha conosciuto tanto il tumulto quanto la virtù, gli interventi di Felice Varini si iscrivono nella trama della storia come un omaggio consapevole alle memorie sedimentate e a questa loro duplice tensione: talvolta
assecondando le linee preesistenti, talvolta innescando cortocircuiti percettivi che ne rinnovano la lettura.”

Dal testo critico Alla ricerca dello spazio perduto. Felice Varini al Museo d’arte Mendrisio di Barbara Paltenghi Malacrida

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