Sconcertante? Inquietante? Cupa e angosciante? Anche, forse. Di certo liminare, senza che ciò tuttavia costituisca un limite, tutt’altro… esplorandosi le zone di confine e quel che si intravede oltre. Surreale e poetica (con debiti anche verso la pittura metafisica e il realismo magico), assolutamente geniale, ti costringe a riflettere l’opera artistica di Luisa Gagliardi (Sion, 1989), in mostra al LAC di Lugano sino al 20 luglio 2025. Opere sulla soglia fra il qui e ora e un altrove enigmatico, misterioso, imperscrutabile, con accostamenti e soluzioni impreviste e imprevedibili. Scorci e squarci al di là di muri, barriere e invisibilità.
Formati di grandi dimensioni per lavori compositi e tecnica mista, compreso l’utilizzo del PC (la prima elaborazione è digitale, e non meno faticosa e complessa) e vernici, pittura gel, inchiostro su PVC, glitter, smalto per unghie. Ogni dipinto viene infine stampato su vinile e teso su telaio, ricevendo i tocchi e ritocchi definitivi con i suddetti materiali.
Allucinate visioni, sonde psichiche, disfacimenti paludosi, catene e vincoli, pose di abbandono e solitudini dichiarate, ma anche citazioni dai “classici” – vedi Roundabout, che con ogni probabilità deve qualcosa a La ronda dei carcerati di Vincent van Gogh: lo stesso senso di marcia dei “dannati” in un ambiente bianco sporco di alienazione, le lunghe ombre a proiettarsi sulle pareti senza uscite, un lampadario, parrebbe, a rovescio, una luce algida, spettrale, d’incomunicabilità.
Corpi spezzati, segmentati, frammentati, trasparenti, in luoghi asettici e, nel contempo, acidi, come in Revealing: una coppia semi-vestita o semi-nuda – prima o dopo l’amore? – dai gesti meccanici. Una sorta di trompe-l‘œil dove la distanza non s’annulla bensì cresce, vieppiù sottolineata da particolari in apparenza irrilevanti, in realtà potentemente simbolici, quali un orologio molle, due bicchieri, un posacenere con un mozzicone di sigaretta, tutti oggetti ed elementi abbandonati ai bordi, in precario equilibrio, un’intrusione – noi verso loro o quella scena a noi? – nel segno dell’inspiegabile, di un inconcepibile assurdo (vien da pensare anche al cinema di Michelangelo Antonioni).
Gabbie di vetro; tunnel dove navigano nuvole; una fontana che diviene vasca da bagno, la pietra erosa dal tempo e una turba di piccioni come folla di spettatori; la donna-pulsantiera, emblema e metafora di tecnocrazia stordente e spersonalizzazione imperante, dilagante, infermabile, unici segni di vita, in qualche modo, i graffiti (e un doppio pi greco?); un pavimento e una scala da centro commerciale – forti accenti di trasfigurato iperrealismo – invasi dal deserto e dalle sue aride piante – o è il contrario? – una sovrapposizione di elementi naturali e artificiali che lascia perplessi, confusi, attoniti; figure evanescenti; una sala dall’ampia vetrata sul cui sofà – un cerchio spezzato – giacciono identità senza nome né, si direbbe, anima, e fuori due cani tenuti con lunghi guinzagli da altre presenze-assenze.
Poi ci sono le stanze-installazioni… “Una mise en abyme percettiva […] che trova un’espressione monumentale nei nuovi cicli pittorici site-specific creati dall’artista”. Uno spazio-tenda per un “interno-non luogo” popolato da uccelli, ombre con cani al guinzaglio (immagine che si ripete: similarchetipica?), figure anonime e due poltrone nere a troneggiare al centro, che tuttavia è un centro illusorio, ingannevole. In Streaming, invece, vi sono un uomo e una donna sdraiati, corpi che girano gli angoli, in preda a un profondo sonno. “Il virtuoso scorcio prospettico e i drappi con cui sono coperti i corpi richiamano celebri modelli rinascimentali del passato e la solennità dell’arte sacra – elementi che stridono però con l’intimità della scena. Come ulteriori enigmi visivi, grandi dischi-sculture di orologi da polso accompagnano i giganti dormienti”. Aleggia una sorta di asimmetria esistenziale, uno scarto, uno spaesamento fra il domestico e l’estraneo, il reale quotidiano e l’onirico.
La parola alla curatrice, Francesca Benini: “La qualità ibrida delle opere di Luisa Gagliardi rappresenta in fondo perfettamente lo spazio in cui oggi avviene l’esperienza umana, nel quale i confini tra concreto e virtuale, tra intimità e visibilità, tra appartenenza e alienazione, tra voyeurismo ed esibizionismo, si confondono.”
Ha soli 36 anni la Gagliardi, che vive e lavora a Zurigo, ma ha una compiutezza, un ardore e un’arditezza, un’abilità di sperimentazione, una capacità d’indagine, che non finiranno di sorprenderci.
Per intanto, nel consueto sapiente allestimento nella struttura (a – 2) del LAC che si proietta nella magica visione del Ceresio, si goda questa splendida mostra, tanto carica di idee, ricca di esiti formali e colma di suggestioni.
Alberto Figliolia
Luisa Gagliardi: Many Moons. Fino al 20 luglio 2025. Museo d’arte della Svizzera Italiana-Sede LAC, Piazza Bernardino Luini 6, Lugano (CH).
Info: e-mail info@masilugano.ch, tel. +41 (0)588664240, sito Internet www.masilugano.ch.
Orari: mar, mer, ven 11-18; gio 11-20; sab, dom, festivi 10-18; chiuso lunedì.
