Muoversi nel solco della tradizione ed esplorare gli orizzonti storici futuri; immergersi nella convulsa e convulsiva realtà tecnologica contemporanea e tentare di interpretarla per non farsene travolgere e dare un senso ai giorni e alla quotidianità.
K-NOW! Korean Video Art Today è la splendida, suggestiva e altamente emozionale mostra in corso (sino al 19 luglio) al Museo d’arte della Svizzera italiana (sede LAC) di Lugano.
Nonostante gli apparenti rischi di cerebrale, poiché le soluzioni tecniche sono oltremodo specializzate, portate all’estremo potenziale, la mostra ha, come detto, un potentissimo impatto emotivo (subliminale, anche), oltre a presentarsi come latrice di una profonda meditazione sull’essere e sul rischio di spaesamento esistenziale insito nei meccanismi e meandri della società dell’ipercomplesso e ipercinetico XXI secolo.
Chan-kyong Park, Jane Jin Kaisen, Ayoung Kim, 업체eobchae, Sungsil Ryu, Heecheon Kim, Onejoon Che e Sojung Jun sono gli artisti, le artiste e il collettivo che “espongono” al LAC, la videoarte come perfetto medium per una narrazione che si sedimenti nelle viscere psichiche, vibri nei palpiti del cuore, corra insieme con i pensieri (talora forsennatamente).
Del resto la Corea del Sud si palesa ormai come un laboratorio permanente di idee e sperimentazioni, con un cinema all’avanguardia, impegnato, creativo e originale, una letteratura altrettanto importante (vedi il Premio Nobel 2024 Han Kang) e un panorama culturale quanto mai vasto. Paese-cerniera, per il quale i margini e i confini, come le criticità, sanno mutare in opportunità.
“In un’epoca in cui le geografie culturali si intrecciano e i confini tra locale e globale diventano sempre più fluidi, dai lavori in mostra al MASI emerge non solo la trasversalità di temi comuni alle società contemporanee, ma anche la forza transnazionale della videoarte come strumento di percezione, memoria e narrazione del contemporaneo”, sono le parole delle curatrici del fascinoso progetto, Francesca Benini del MASI e Je Yun Moon, già vicedirettrice dell’Art Sonje Center di Seoul.
L’esposizione si dipana in un itinerario che sfrutta l’ipogeo della struttura museale, fra ambienti chiusi e misti, per attraversare e costruire link di “immaginari, percezioni e dimensioni contrastanti”. La mostra si apre con Citizen’s Forest (2016) di Chan-kyong Park, una videoinstallazione multicanale contraddistinta da un formato panoramico allungato, una sorta di richiamo all’orizzontalità dei rotoli che, distesi, vengono tradizionalmente utilizzati nella pittura asiatica. Una striscia di sentimenti. “In questa dimensione sospesa e stratificata cerimonie dello sciamanesimo popolare si intrecciano alla commemorazione di fatti tragici della storia coreana recente, come il naufragio del traghetto di Sewol nel 2014, rivelando il potenziale della tradizione come forma profonda e sovversiva di recupero storico.”
È quindi la volta dei video Offering (2023) e Wreckage (2024) di Jane Jin Kaisen… “Dalle immagini potentemente evocative e poetiche emerge il legame dell’artista con l’isola di Jeju e con le memorie storiche sommerse nelle sue acque, come il massacro dei civili del 1948 da parte dell’esercito sudcoreano. Kaisen richiama inoltre la relazione del luogo con forme di resistenza femminile, in quanto custode della cultura delle Haenyeo, le donne pescatrici apneiste” (un urlo muto, nell’acqua, che scuote le coscienze, che parla di lavoro, di morte e di resilienza).
In Delivery Dancer’s Sphere (2022) di Ayoung Kim, trasmesso su un LED wall gigantesco, si seguono i viaggi in motocicletta di una giovane, corriere di consegne, in/per/lungo/sopra/sotto una Seoul aliena(ta), in un paesaggio che definre algoritmico non è affatto azzardato. Un’analisi e una crtica spietata della gig economy, con i suoi guasti sistemici: il lavoro di assoluta precarietà, una (il)logica di produttività schizofrenica, un’accelerazione smodata dei ritmi biologici, uno sdoppiamento della personalità, una devastante conflittualità, la perdita d’identità. Una delirante danza di nonsenso.
Il collettivo audiovisivo 업체eobchae, fondato nel 2017 a Seoul e composto da Nahee Kim, Cheonseok Oh e Hwi Hwang, propone un’osservazione dei “modelli economici dominanti e le trasformazioni tecnologiche per proiettare visioni speculative e scenari possibili, a volte inquietanti, a volte profondamente rivelatori. Attraverso un’estetica digitale ironica e distopica, ROLA ROLLS (2024) esplora un futuro privo di risorse fossili raccontando la trasformazione del personaggio “R”, simbolo dell’industria petrolifera, in membro di una setta ecologista che rende gli esseri umani sistemi ibridi autosufficienti. Le tappe evolutive sono visualizzate nella futuristica scultura TREE OF ROLA (2024), esposta insieme al video” (la scultura ad anello con i pannelli, una parabolica aperta, esprime una fisicità impressionante, deviante forse anche secondo i nostri canoni, da cui lo spettatore è tuttavia implacabilmente attratto: difficile distogliere lo sguardo dall’opera, magistralmente realizzata. Ammalia e ferisce…).
“Tra satira e critica sociale Sungsil Ryu guarda a una società — coreana e non solo — segnata da forti gerarchie, competizione e ambigue aspettative di status. <BJ Cherry Jang 2018.9> (2018) ruota attorno al personaggio fittizio di una streamer virtuale, appunto Cherry Jang, che fa leva sui desideri piccolo borghesi delle persone per indurle a inseguire una presunta “cittadinanza di prima classe” – una condizione di appartenenza che il visitatore può effettivamente comprare, scansionando il codice QR integrato nel wallpaper in mostra”. Un’orgia di colori che travolge e annichilisce. Una favola malata. Senza volerlo siamo già e sempre “interattivi”. E le possibilità di scelta dove sono, se ancora vi sono?
Heecheon Kim in Ghost1990 (2021) consente tramite un visore VR di assumere “il punto di vista di un atleta infortunato, e viene immerso nella tensione tra vulnerabilità, desiderio di controllo e ossessione per la performance fisica” (una installazione, per la sua immersività dai toni biancogrigioneri prevalenti, non facile da gestire per i sensi, una proiezione fra l’onirico e il doloroso).
Onejoon Che con il video Made in Korea (2021), realizzato con il musicista nigeriano Igwe Osinachi, indaga il tema migratorio (fino a costituire una comunità africana) in Corea. Fra contraddizioni, diversità da ricomporre e integrazione. A suo modo rasserenante in quella commistione/contaminazione.
“La dimensione politica dei luoghi è esplorata anche da Sojung Jun in Green Screen (2021). Il video, girato lungo la Zona Demilitarizzata (DMZ) tra le due Coree restituisce un luogo carico di storia, di attese e separazioni, ma anche di rigenerazione, in cui la natura si è riappropriata del territorio – l’invito è a ripensare i confini non solo geografici, ma anche quelli simbolici”. Come se il paradiso avesse motivo d’essere solo in assenza dell’homo sapiens, signore della guerra e della distruzione.
K-NOW! Korean Video Art Today è un viaggio affascinante, un luogo temporale impattante, fra enigma e sovrarealtà, fra il mistero dell’essenza e imprevedibili esiti, una meditazione, ben si è detto, sullo “Zeitgeist del nostro presente globalizzato.”
“Il confronto con la scena della videoarte in Corea oggi può stimolare una riflessione sulle geografie del contemporaneo. In un momento in cui molti Paesi tendono a chiudersi queste opere video ricordano come “vedere” non sia un atto neutro: può implicare un cambiamento di prospettiva, un allargamento dello sguardo, la possibilità di intrecciare la nostra esperienza con quella degli altri”, concludono le curatrici Francesca Benini e Je Yun Moon.
È una mostra sensorialmente stimolante, che dà molto all’intelletto anche quando, a tratti, pare disturbante. L’arte del resto deve anche saper fare questo: provocare i moti dell’intelligenza, sconvolgendo e offrendo pretesti civili. Ed è una mostra da trattare con pazienza… i video hanno una durata che varia dai 5 ai 26 minuti, per un vagabondaggio di circa 1 ora e 40 minuti, in fondo al quale le domande – a ben vedere, sempre più importanti delle risposte – sono tante (e ben poste).
Un bel catalogo illustrato (Mousse Publishin, edizione bilingue italiano-inglese) completa l’esposizione. Il volume contiene, oltre alle immagini, saggi critici di Francesca Benini, Je Yun Moon e Adeena Mey, una prefazione di Tobia Bezzola e le interviste con gli artisti e le artiste.
Alberto Figliolia
K-NOW! Korean Video Art Today. Museo d’arte della Svizzera italiana, via Canova 10, Lugano (CH). Fino al 19 luglio 2026. A cura di Francesca Benini e Je Yun Moon.
Info: e-mail comunicazione@masilugano.ch, tel. +41 (0) 588664240, sito Internet www.masilugano.ch.
Orari: mar, mer, ven 11-18, gio 11-20, sab, dom e festivi 10-18, lun chiuso.
