ArteRecensione: Jack Vettriano

Sono stato “ignorato” dalla critica e “snobbato” dal mondo artistico, ma l’importante è che piaccia alla gente.

Sono entrato nell’arte dalla porta di servizio e per questo non sono riusciti a plasmarmi.

Atmosfere sospese, evocative. Fra desiderio e attesa, fra eros e meditazione. Un carnale che sa talora farsi suggestione metafisica. Impossibile definire l’arte di Jack Vettriano, nato Hoggan, scozzese del 1951, pittore autodidatta, scomparso lo scorso anno. Artista divenuto oggetto di culto con le sue tele popolate di donne enigmatiche e sensuali, coppie danzanti in riva al mare o in dimensioni atemporali: prototipi, icone, simboli: incogniti accennati o da esplorare con la fantasia che viaggia, anzi vaga: malinconia e pulsioni: avventure esistenziali nel recondito interiore. Stupefacente Jack, che ci ha regalato visioni, quasi tagli cinematografici, in cui immergersi, da indovinare, da ricostruire, in cui perdersi…
Fino al 25 gennaio il Museo della Permanente di Milano ospita una retrospettiva di Vettriano: 80 opere, fra cui nove oli su tela e una splendida serie di lavori su carta museale a tiratura unica. Curata da Francesca Bogliolo e organizzata da Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci di Pallavicini s.r.l., in collaborazione con Jack Vettriano Publishing e il coordinamento di Beside Arts, l’esposizione è un itinerario che avvolge: ti par di camminare o ballare o attendere qualcosa con quelle presenze incorniciate e dotate di una vita autonoma e segreta, in situazioni desuete, bizzarre, ma sempre raffinate se non eleganti, in cui il comune quotidiano assume una valenza esistenziale ben più complessa. E con un segno sempre fascinoso dal punto di vista formale. Segni e sogni…
Del resto la vita stessa di Jack è stata speciale: nato nella Contea di Fife – costa scozzese del Mare del Nord – in una famiglia il cui sostentamento proveniva dall’estrazione del carbone, a dieci anni già deve lavorare e a 16 è costretto a lasciare la scuola. Sarà solo verso i 21 anni che comincerà a dipingere: da solo, un vero autodidatta, dopo avere ricevuto pennelli e acquerelli in dono  per il proprio compleanno. Senza quindi formazione accademica, quel che forse certa critica non gli perdonerà mai. Ma il nostro va avanti per la sua strada, con idee, forza, talento, potenti abilità d’indagine psicologica, interpretando la realtà fattuale e quella onirica e inventandosi un mondo figurativo originalissimo, mai visto. Jack Hoggan nel frattempo è divenuto Vettriano, cognome preso dalla madre, figlia di un migrante frusinate.
Emozionano, indefettibilmente, i lavori di Jack, anche se talora non sai dire perché, rimanendone, a ogni modo, irrevocabilmente avvinto. Pensiamo, per esempio, a Il maggiordomo che canta (The Singing Butler)… “una coppia danzante, che si muove in modo leggiadro sulla battigia in una giornata uggiosa e ventosa, protetta dagli ombrelli aperti da una cameriera e da un maggiordomo che, nell’immaginazione di Vettriano, intona la melodia di Fly Me to the Moon di Frank Sinatra.
In attesa alla stazione; dentro un tram (di Milano); su una riva grigio-ocra; all’interno di un bar; sul lungomare (o è il ponte di una nave?); in una stanza (casa? albergo?) con le tende tirate a escludere (o includere?) o semiaperte (lo sguardo volto altrove); a cavalcioni su una sedia; in una vasca da bagno; una (semi)nudità conclamata, fortemente erotica e mai colpevole. Donne sole e coppie (anche mascherate), di spalle, in un’azione che non sai se prima o dopo; un bicchiere teso dalla mano di una persona fuori quadro a una donna che indossa una camicia non sua. E l’uomo con la cicatrice sul polso destro e la parola LOVE tatuata sulle nocche delle dita della mano sinistra, insondabile mistero, inquietudine; uno quasi escheriano e un altro che legge una lettera le cui conseguenze possono esser quelle di una catastrofe emotivo-sentimentale (ma noi non lo sapremo mai).
Ciò che dipingo è ciò che mi muove. Non potrei mai fare altro perché semplicemente non posso.
Dance Me to the End of Love… così algido, così denso e intenso, Munch senza essere Munch, una sorta di eco pittorica del brano di Leonard Cohen, un pallido sole sopra una distesa color perla sporca e sopra i danzanti il cui sguardo ci è celato. I giorni del vino e delle rose… così poetico il titolo (citazione da un film del 1962 di Blake Edwards). Fragilità e abbandono.
La parola alla curatrice: “Onirica, sensuale, romantica, contraddittoria, la pittura di Vettriano attraversa la dimensione simbolica del chiaroscuro che riverbera in molte delle sue opere, facendosi metafora di un’esperienza personale in bilico tra ombra e luce. L’arte diviene per Vettriano occasione di introspezione e confronto con condizioni opposte, parti inconciliabili, conflittuali eppure necessarie, inevitabili. […] la presenza convive con l’assenza, la forma dialoga con il contenuto. Rimandi all’estetica del cinema noir, ai coloristi scozzesi, alla pittura di Edward Hopper, Norman Rockwell, Gil Evgren si uniscono in uno stile peculiare […] protagonisti sono gli attimi sospesi, fatti di incontri già avvenuti e di languide speranze, di cui mai conosceremo la sorte. […] La vita e l’immaginazione vanno sfumando i propri confini, compenetrandosi e sovrapponendosi al pari della luce e del buio. L’amore per la vita è nascosto tra i dettagli, che aprono a una narrazione dagli infiniti finali: in un barlume di luce è nascosto il segreto dell’ombra” (e viceversa).

Dance Me to the End of Love-Danzami alla fine dell’amore

Danzami alla fine dell’amore

sopra un mare ghiacciato,
aspro di solitudine
– e, sotto, un liquido trasparente baratro
dove muovono e muoiono
creature abissali come giorni andati –
il sole di mezzanotte
che muta in laconica luna:
arcane musiche seguite
con gioioso timore
e pose fisse, immutabili
negli sguardi cuciti dal tempo,
oltre il tempo.

Danzami alla fine dell’amore

quando il cielo è un’ombra
immantinente, un morbido morbo
che fu felicità: grigia nuvolaglia
di promesse svanite, da riformulare.

Danzami alla fine dell’amore

allorché aloni spettrali
circonfondono chiome e seni
in letti di passione scompigliata,
scompaginati da parole in deriva
fra lenzuola ardite e imbrattate
di umori ancestrali.

Danzami alla fine dell’amore

per non divenire
stille di paura,
grani di cenere
e segregazione

e sotto gli abiti
di seta e da sera
respiri-sospiri
cristallizzati per sempre
a rimandare l’attimo finale.

Alberto Figliolia

Jack Vettriano. Museo della Permanente, via Turati 34, Milano. Fino al 25 gennaio 2026.
Orari: da lun a dom 10-19 (ultimo ingresso ore 18).
Info: e-mail info@palazzopallavicini.com e segreteria@palazzopallavicini.com; cell. +39 3313471504.

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