ArteRecensione: ICARUS, Yukinori Yanagi

Quando qualcosa di estraneo a un luogo entra in relazione con un contesto vicino, entrambi risuonano in risposta l’uno all’altro. L’attraversamento dei confini comporta al tempo stesso un dispendio e una generazione di energia. Un luogo è un deposito di potere e questo si amplifica ogni volta che le cose viaggiano avanti e indietro attraverso i suoi confini. (Yukinori Yanagi)

Rottami, detriti, metalli affastellati per un’ecatombe annunciata – a venire o avvenuta, poco importa… – fra rosse luci fisse che paiono provenire dal ventre della Terra violata. Bidoni, auto e scafi in una sovrapposizione oscena, innaturale, e un occhio gigante a scrutare l’aggrovigliato nulla. Uno tsunami? Un’esplosione e un vento nucleare? O ambedue?
È l’impressionante installazione Project God-zilla 2025. The Revenant from “El Mare Pacificum” (materiali di recupero: barca, automobili, acciaio, legno, elettrodomestici, mobili, vestiti, e barili, sacchi di plastica, cupola in acrilico, video) che accoglie il visitatore all’ingresso della mostra dedicata dall’Hangar Bicocca a Yukinori Yanagi (nato a Fukuoka, nel 1959). Il mostro dei B-movie degli anni Cinquanta, dopo l’olocausto atomico e il martirio di Hiroshima e Nagasaki, scaturito dalle profondità marine o, forse, da quelle insondabili dell’inconscio, un incontrollabile dio di terrore-vendetta-rimorso, catalizzatore-catartico-distruttore…
“L’artista spiega la scelta di questo soggetto legandolo ai ricordi dei film visti durante l’infanzia: Le ambientazioni erano sempre luoghi come fiumi inquinati o fabbriche, posti in cui i bambini erano bullizzati e i rifiuti prendevano vita trasformandosi in mostri. Credo di essere stato influenzato da cose come il fango che dà vita a una creatura mostruosa. Anche Godzilla si trasforma in un enorme mostro a causa dell’esposizione alle radiazioni durante un test nucleare. A intervalli regolari, la proiezione dell’occhio si sovrappone a immagini d’archivio di esplosioni atomiche avvenute nel corso degli anni: quelle di Hiroshima e dei test nucleari condotti nell’Oceano Pacifico nel dopoguerra. Realizzata per la prima volta nel 2016, l’opera può essere messa in relazione con il disastro ambientale provocato dall’incidente alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi nel 2011; come racconta l’artista: Guardando le riprese dell’11 marzo 2011 sembrava che Godzilla stesse arrivando a riva; come se la tecnologia nucleare e le vittime [i caduti della Seconda guerra mondiale nell’Oceano Pacifico] si stessero sollevando in rivolta.
Una mostra con cui si è costretti a interagire  non solo emozionalmente, ma anche fisicamente, allorché si percorre il labirintico Icarus Container 2025 (container, specchi, schermo video): un sogno che vira in incubo, da percorrere come un locus-inganno, contorto, distorto, illusorio e pur terribilmente concreto come quella luce invisibile ma feroce che sciolse le ali di cera dello sventurato Icaro che troppo aveva osato, avvicinandosi, ingenuo sfidante, all’astro infuocato, all’empireo bruciante. Un itinerario di curve a gomito, di scelte obbligate, nella pancia del leviatano di ferro, fra abbaglianti luminosità, oscurità e cecità, spaesante, claustrofobico. “Il globo rosso è anche l’emblema della bandiera giapponese, che l’artista dissolve tramite l’uso di specchi e superfici riflettenti mutevoli come l’acqua. In questo gioco di forme e simbologie affiora una costante dualità, in un dialogo tra passato e presente, distruzione e rinascita, realtà e fantasia, movimento e permanenza.”
Quando si esce dal serpente dalle geometriche spire, vien spontaneo tirar fuori dal corpo-mente oppresso un sospiro di sollievo. Però sei stato scavato dentro, inesorabilmente.
Geniale Yukinori Yanagi, la cui arte analizza le tragedie del passato contestualizzandole nel presente altrettanto e altamente arduo, ora che i venti di guerra soffiano implacabili sul pianeta azzurro.
Il fungo atomico che vira asimmetrico in un blu disturbante ti colpisce allo stomaco, così come i giocattoli di plastica di Banzai Container moltiplicati dagli specchi, soldatini assolutamente inquietanti nella loro assurda proliferazione, uniformità e massificazione. Turbe di guerrieri votati all’annientamento, ogni volontà sospesa, il libero arbitrio cancellato dal mono-pensiero di un potere marcio che agisce in una remota torre d’avorio…  “Sul pavimento, tra due pareti di specchi, sono disposti circa 1200 modellini di giocattoli di plastica rossa e argentata raffiguranti Ultraman e Ultraseven, celebri supereroi di cartoni animati giapponesi degli anni Sessanta. Come spiega l’artista a proposito della scelta di ricorrere a famosi oggetti della cultura popolare: All’epoca mi appassionavano i programmi televisivi e i film con effetti speciali come Ultra-Q, Ultraman e Godzilla. Mettevano in scena temi come le radiazioni atomiche, l’inquinamento dell’ambiente, il diritto all’autodifesa, e hanno avuto un grande effetto sulla mia mente di ragazzino. I giocattoli sono disposti in file concentriche che, tra le due pareti specchianti, creano l’illusione del cerchio rosso della bandiera giapponese, l’Hinomaru, diventando così un simbolo di unione nazionale. Tuttavia, ne rivelano anche le insidie: il loro gesto con le braccia alzate, simile al saluto “banzai” usato dagli aviatori kamikaze prima della loro morte in missioni di guerra, suggerisce una riflessione sulle contraddizioni del nazionalismo.”
Nell’ultima sala, il Cubo, metaforicamente una sorta di imponente abside della cattedrale del lavoro operaio che l’intera struttura fu, è l’imponente The World Flag Ant Form 2025 (formiche, sabbia, colorata, scatole di plastica, tubi di plastica, monitor). L’installazione ricopre la vastissima parete, invitando all’esplorazione, alla riflessione sulla disunità e mutevolezza del mondo. Un arcobaleno che potrebbe essere dissolto pigiando semplicemente dei bottoni atomici o anche, pian piano, distruggendo habitat, facendo violenza alla Natura, condizionando (irreparabilmente) il cambiamento climatico. Gli insetti ci sopravvivranno… Infatti le “bandiere nazionali realizzate con sabbia colorata e poste all’interno di teche di plexiglass, connesse tra loro mediante tubi di plastica” vedono e ospitano colonie di formiche che scavano cunicoli, erodendo man mano le bandiere stesse, quindi cancellando la manifestazione identitaria delle nazioni. “Il transitare delle formiche rappresenta con ironia la fragilità di questi simboli di identità nazionale, trasformando le forme statiche in una vasta e animata “fattoria di formiche” – come suggerisce il titolo dell’opera – e in un esperimento di immaginazione politica e sociale.”
Sempre nel Cubo è la sorprendente Wandering Position… “esposta per la prima volta nel 1994, quando a San Diego segue gli spostamenti di una formica per 24 ore all’interno di un’area del pavimento circoscritto da travi. Una volta rimosse le delimitazioni, emergeva un intricato disegno con una maggiore densità di linee ai margini, dove la formica si era soffermata di più. L’opera esprime il costante interesse di Yanagi nell’indagare i confini e gli spazi interstiziali, che non sono solo luoghi di controllo sociale al centro di dibattiti politici, ma spesso si rivelano “linee di confine immaginarie tracciate per motivazioni sociali o istituzionali”. In Pirelli HangarBicocca, l’artista ha creato Wandering Position sul pavimento del Cubo durante l’allestimento della mostra, facendo emergere le tracce effimere di creature quasi impercettibili che scompariranno nuovamente alla fine dell’esposizione.”
Ritornando alle Navate, l’opera Article 9 contiene stralci dell’Art. 9 della Costituzione giapponese: “Aspirando sinceramente a una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra quale diritto sovrano della Nazione e alla minaccia o all’uso della forza quale mezzo per risolvere le controversie internazionali. Per conseguire l’obbiettivo proclamato nel comma precedente, non saranno mantenute forze di terra, del mare e dell’aria, e nemmeno altri mezzi bellici. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto.”
Muovendosi in una sorta di stupefatto (e anche atterrito) vagabondaggio… “Appesa a pochi metri da terra, la scultura Absolute Dud cattura in modo permanente l’istante immediatamente precedente alla detonazione nucleare, riproducendo in ferro la bomba atomica Little Boy sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945. […] La prossimità al suolo dell’opera crea una tensione palpabile, evocando il pericolo persistente di un’esplosione e invitando gli osservatori a riflettere sull’immenso potere distruttivo della bomba originale e sul peso della sua eredità storica, così come sulle sue implicazioni per il futuro.”
Dopo la peregrinazione nelle Navate e prima di entrare nel Cubo… “si incontrano due stampe di grande formato, che compongono Atomic Clouds over Ground Zero. Entrambe sono composte da due immagini d’archivio che mostrano la nube atomica subito dopo l’esplosione della bomba su Hiroshima, vista rispettivamente da terra e da una prospettiva aerea. Yanagi ha creato queste opere il 6 agosto 2024 per commemorare l’anniversario della tragedia avvenuta quel medesimo giorno del 1945. La tecnica della stampa cianografica impiegata dall’artista per questi lavori – un processo fotografico che trasferisce l’immagine su una superficie sfruttando una reazione chimica che utilizza i raggi del sole tingendo di blu il materiale fotosensibile – enfatizza l’idea di memoria storica e di traccia.”
Chi è il nostro artista? “Formatosi come pittore alla Musashino Art University di Tokyo, dove si laurea nel 1985, Yanagi si è presto allontanato dai percorsi artistici tradizionali per esplorare l’installazione di elementi nello spazio e forme più effimere come la performance. Nelle sue prime opere si riconosce l’influenza di movimenti come Mono-Ha, il gruppo di artisti giapponesi che negli anni Sessanta e Settanta sfidava le convenzioni della scultura usando materiali naturali e deperibili. Un’altra fonte di riferimento è la Land Art statunitense, che mirava negli stessi anni a portare l’arte fuori dai contesti istituzionali e a ridefinire la relazione fra arte e paesaggio naturale. A metà degli anni Ottanta, in occasione della sua prima esposizione personale a Tokyo, Yanagi brucia tutte le opere realizzate durante il periodo accademico. Le ceneri vengono raccolte in scatole di legno ed esposte accanto a una teca di vetro contenente terra e formiche. Questo gesto segna metaforicamente la volontà di liberarsi dalle costrizioni e dai vincoli dell’educazione universitaria tradizionale per esplorare una nuova concezione dell’arte. Nel 1988 Yanagi si trasferisce negli Stati Uniti con una borsa di studio per la Yale University, dove frequenta per un anno il corso di Vito Acconci (1940-2017), artista concettuale e performer che ha esplorato il confine tra privato e pubblico, rivelando le dinamiche di potere e intimità nelle relazioni sociali.”
Da ciò tutto lo sviluppo successivo, un itinerario fortissimamente creativo, di suggestioni mai scevre da un’analisi che indaga anche i meccanismi del degrado socio-esistenziale. E senza moralismi. Anzi, con pragmatismo e onestà intellettuale un messaggio che, unito alla valenza titanica della mostra, spinge a una meditazione virtuosa, in cui la sopraffazione non trova più spazio: né ora né mai. Almeno nella speranza che dovrebbe legarci tutti per consegnare il futuro ai bambini di oggi.
Sintetizzando, anche se pare impossibile data la portata immaginativa e concettuale delle opere esposte (un artista immenso!)… “Il suo modus operandi evoca gli intricati sistemi di immagini simboliche e i preconcetti di oppressione politica e nazionale, sfidandone la stasi e dissolvendoli in forme organiche per natura intrinsecamente mutabili. […] La narrativa espositiva presenta continue dualità, creando un dialogo tra passato e presente, distruzione e rinascita, realtà e fantasia, materia e simbolismo, movimento e permanenza”.
Vivamente consigliamo di andare a visitare la mostra. Ne uscirete “sconvolti” e maggiormente consapevoli. E, nonostante i temi drammatici e tragici, intrisi di sublime e di bellezza (la forza del libero pensiero e degli ideali).

Alberto Figliolia

ICARUS, Yukinori Yanagi. A cura di Vicente Todolí con Fiammetta Griccioli. Pirelli HangarBicocca, via Chiese 2, Milano. Fino al 27 luglio 2025.
Orari: lun-mer chiuso; gio-dom 10,30-20,30.
Ingresso gratuito (la prenotazione online garantisce l’accesso prioritario nella fascia oraria prescelta).
Info: tel. +39 02 66111573, e-mail, info@hangarbicocca.org, sito Internet pirellihangarbicocca.org.
Catalogo di Marsilio Editori disponibile presso il Bookshop di Pirelli HangarBicocca e online.

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