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Tiziano Scarpa – Stabat mater

1 dicembre 2008 | 2.682 views2 Commenti

A cura di Massimo Ghelfi
Titolo: Stabat mater
Autore: Scarpa Tiziano
Editore
: Einaudi
Prezzo: € 17.00
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Supercoralli
ISBN: 8806171240
Pagine: 144
Sono stata attraversata dal tempo e dallo spazio, e da tutto quello che essi portano dentro. Alla fine ero stravolta, in un’ora io sono stata musicalmente grandine, musicalmente afa, musicalmente gelo, musicalmente tepore, musicalmente piedi intirizziti, musicalmente pioggia leggera, musicalmente suolo ghiacciato che fa male caderci sopra, musicalmente prato tenero, sono musicalmente stata dentro il sonno di un guardiano di capre, dentro un cane che abbaia, dentro gli occhi di una mosca, sono musicalmente stata nuvola nera, passo ubriaco, bestia terrorizzata e pallottola che la uccide.
Ho letto tutti i lavori di Tiziano Scarpa, conosco bene il suo modo di scrivere, l’uso raffinato della lingua, la costruzione mai banale delle storie.
E sino a oggi l’ho considerato un ottimo autore, uno dei migliori tra i “giovani” (non più tanto ormai, scusami Tiziano) italiani, quei figli degli anni Sessanta – ultimamente soppiantati nel ruolo di innovatori dalla generazione dei Settanta – che contano i grandi nomi del momento: Sandro Veronesi, Alessandro Baricco, Carlo Lucarelli, Gianrico Carofiglio, Margaret Mazzantini… tutti lì a un soffio l’uno dall’altro in un pugno di anni tra la fine del decennio Cinquanta e i primi di quello successivo.
In quel soffio di tempo, in quel momento particolare è nato anche Tiziano Scarpa, raffinato veneziano, legato alla sua terra d’origine nella forma e nel contenuto delle sue pagine più della maggior parte dei suoi colleghi. Il luogo della sua nascita, cioè il reparto maternità dell’Ospedale civile di Venezia, è ospitato – per coincidenza non casuale, come vedremo -, nei locali dell’antico orfanotrofio della Pietà, dove si ambienta la storia raccontata da Stabat Mater.
Dicevamo uno scrittore decisamente interessante, sino a oggi, ma ancora alla caccia di una sua Recherche, del suo Sentiero dei nidi di ragno.
Stabat Mater lo trasporta di peso al gradino superiore di una ipotetica classifica di qualità, è il suo capolavoro, è l’opera che si ricorda, quella che ti colpisce sino in fondo.
Non voglio paragonare Scarpa ad altri, non mi sembra utile. Voglio sottolineare come la sua scrittura abbia perso per strada quel tanto di ridondante, quel piacere fine a se stesso della parola per diventare lucida, pulita, essenziale, perfetta. Ha proseguito la strada promessa in Groppi d’amore nella scuraglia e, a mio parere, è arrivato alla meta del lungo tragitto verso la concreta identità d’autore.
E la storia è qui altrettanto riuscita, piena, coerente, efficace.
Siamo a Venezia, nel palazzo in cui venivano ospitate le ragazze senza famiglia, l’Ospedale della Pietà (ecco perché così importante per lo scrittore, lo stesso luogo in cui lui è nato tanti anni dopo, da genitori felici di riceverlo e farlo crescere), il luogo malinconico e irreale in cui da bambine diventavano donne, isolate dal resto del mondo, ma in qualche modo difese e protette anche se allevate per dovere e carità cristiana e non certo per amore.
Cecilia è una di loro, ha sedici anni e sa suonare il violino magnificamente: la musica è la sua libertà, ma ancora non ne è consapevole, il modo che ha per uscire, volare, vedere, vivere, ma non l’ha ancora scoperto. E poco importa che il suo violino sia suonato dietro una grata, che nessuno possa ammirarla mentre con le compagne riempie di note meravigliose la chiesa. L’importante è che la musica esista e si sprigioni liberamente dalle sue dita, talvolta attratte dalla originalità di suoni disarmonici, spinte come da una forza superiore a eseguire stonature forzate, l’unico strumento in suo possesso per colpire i sensi dell’ascoltatore e per affermare la sua identità.
Per il resto la sua esistenza è una continua sofferenza morale, iniziata nel momento in cui capisce di essere stata abbandonata da una madre che può solamente immaginare e alla quale ogni notte scrive per raccontare le sue pene e le speranze: un volto impossibile da tratteggiare verso cui riversare la sofferenza di essere al mondo e la voglia adolescenziale di ribellarsi a regole e doveri.
Nella prima metà del romanzo Cecilia ci appare sull’orlo del baratro della follia, pagina dopo pagina capiamo quanto abissale sia il buio che la pervade, quanto radicato nella sua anima. Pensiamo che per lei non vi sia speranza.
Poi, a poco a poco, si accende una luce, prima fioca e poi sempre più viva, una luce che illumina presente e futuro, che le mostra il cammino, che la libera dai vincoli di un’esistenza immeritata, facendole superare l’ossessione della morte rappresentata dalla visione di una testa di Medusa, una Gorgone feroce e impietosa che la tormenta nei momenti di quiete.
La luce è impersonificata da Antonio Vivaldi, il giovane sacerdote e compositore che prepara le ragazze alla esecuzione delle sue opere e che, ci fa immaginare Scarpa, dalla stessa Cecilia trae ispirazione per passaggi importanti di opere immortali come Le quattro stagioni.
Grazie alla sua presenza Cecilia alza la testa e guarda oltre, ma contemporaneamente ritrova in lui i suoi stessi affani, la sua vita dolorosa, le sue rinunce.
Una storia che potrebbe essere vera (perché Vivaldi insegnò in quell’orfanotrofio e a quelle ragazze per decenni) con moltissimi anacronismi – come l’autore stesso dichiara – che non pesano affatto sulla trama, anzi, la arricchiscono.
Una storia molto bella che, ne sono convinta, rimarrà nel tempo come un piccolo capolavoro italiano.
Tratta da Wuz
Note biografiche dell’autore:
tratto da Zam
Tiziano Scarpa è nato a Venezia nel 1963 e vive a Milano. Ha scritto il romanzo “Occhi sulla Graticola” (Edizioni Einaudi) la raccolta di racconti “Amore ®” (Edizioni Einaudi), la particolare guida turistico-letteraria “Venezia è un pesce. Una guida” (Edizioni Feltrinelli), la raccolta di articoli e saggi “Cos’è questo fracasso?” (Edizioni Einaudi), in collaborazione con Aldo Nove e Raul Montanari “Dalle galassie oggi come oggi. Covers” (Edizioni Einaudi) e il romanzo “Cosa voglio da te” (Edizioni Einaudi). I suoi libri sono tradotti in francese, spagnolo e tedesco. E’ anche autore di testi teatrali e per la radio. Nel 1997 la sua commedia radiofonica “Popcorn”, scritta per la Rai, ha vinto la 49^ edizione del premio mondiale radiotelevisivo “Prix Italia” per la fiction radiofonica ed è stata messa in onda da una decina di enti radiofonici nazionali (tra cui la BBC). Collabora inoltre a molti giornali e riviste. Scarpa possiede una spiccata propensione per le performances dal vivo e le letture recitate, che negli ultimi anni ha tenute in ogni tipo di luogo pubblico in Italia e all’estero.

di Massimo Ghelfi

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2 Commenti »

  • ... said:

    …si beh all’inizio nn mi piaceva molto…poi, verso la fine ho cominciato anche a capirlo dipiù e posso dire che, tutto sommato è un libro carino…

  • gino spadon said:

    Come nell’ascolto della musica sono generalmente le prime note ad attirare la mia attenzione così avviene nella lettura di un romanzo. Sono le prime pagine, (parlo generalizzando, s’intende) che mi attraggono o mi deludono. Quelle del romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa, recente vincitore del premio “Strega”, non sono certo fatte per entusiasmarmi. Mi ha infastidito la frase “Io sono la mia malattia e la mia cura” che richiama tanto il celebre aforisma di Karl Kraus secondo il quale “la psicoanalisi è quella malattia di cui ritiene di essere la cura”. Consonanza veniale, certo, ma che disturba come disturbano in prosa certe rime o assonanze. Anche lo stile con quelle frasi brevi, tutte singulti, invece di suonarmi come novità mi richiama alla mente certi procedimenti di autori di feuilletons che, essendo pagati a riga, andavano a capo il più spesso possibile, Del contenuto lo specimine di un paio di pagine è troppo breve per dare un giudizio compiuto (lo darò a lettura terminata) ma già basta per un paio di osservazioni Piuttosto discutibile mi sembra tutta la storia dei pesci che agonizzano. Prima l’autore generalizza e dice che “i pesci salgono in superficie, con le bocche spalancate”, poi, immediatamente dopo, individualizza affermando “eccone un altro, viene boccheggiando, muore”. E’ come se io dicessi “Gli uomini soffrono, ma eccone un altro che soffre di più”. Alquanto barocco mi appare il processo delle identificazioni. Tutti i pesci sono “moribondi” ma eccone uno che “boccheggia e muore” ed è l’alter ego dell’io narrante, ed eccone “un altro agonizzante” (???) che incarna “il pensiero del fallimento” vissuto dallo stesso io narrante. Il processo identificativo non è finito perché sulla “riva di un’isola minuscola” c’è una ragazza che altri non è se non la protagonista che assiste senza poter far nulla alla propria morte. Strana, infine, la causa di questa moria di pesci. Il pesce “Cecilia” (la protagonista del romanzo) è immerso “in un liquido nero, velenoso” ed eccolo salire in superficie… “per morire”. Si direbbe che questo pesce non voleva morire di morte naturale nel mare avvelenato, ma ci teneva a suicidarsi suicidarsi.

    IL TESTO

    “Signora Madre, è notte fonda, mi sono alzata e sono venuta qui a scrivervi. Tanto per cambiare, anche questa notte l’angoscia mi ha presa d’assalto. Ormai è una bestia che conosco bene, so come devo fare per non soccombere. Sono diventata un’esperta della mia disperazione.

    Io sono la mia malattia e la mia cura.

    Una marea di pensieri amari sale e mi prende alla gola. L’importante è riconoscerla subito e reagire, senza lasciarle il tempo di impadronirsi di tutta la mia mente. L’onda cresce rapida e ricopre tutto quanto. E un liquido nero, velenoso. I pesci moribondi salgono in superficie, con le bocche spalancate, annaspano. Eccone un altro, viene su boccheggiando, muore. Quel pesce sono io.

    Mi vedo morire, mi guardo dalla riva, ho i piedi già bagnati di quel liquido nero e velenoso.

    Arriva in superficie un altro pesce agonizzante, è il pensiero del mio fallimento, sono ancora io quella, sto morendo un’altra volta.

    Perché venire a galla? Meglio morire sott’acqua. Vengo tirata giù. Mi sento sprofondare. È tutto buio.

    Poi sono di nuovo sulla riva, in piedi, ancora io, ancora viva, guardo il mare velenoso, nero fino all’orizzonte, i pesci morti pullulano, con le bocche spalancate. Sono io, siamo io, mille volte, mille pesci in agonia, mille pensieri di distruzione, sono morta mille volte, continuo a morire senza smettere di agonizzare. Il mare si gonfia, sale, è velenoso, nero.

    Sono il pesce con gli occhi velati, salito in superficie per morire. Guardo in alto, sopra la mia testa. C’è un orizzonte livido, le nuvole sono scure, come un mare capovolto, il ciclo nuvoloso è fatto di onde immobili, sfuocate.

    Vedo la riva di un’isola minuscola, là in fondo c’è una ragazza che si guarda intorno. Mi guarda mentre muoio, non può fare niente per me, quella ragazza sono io.

    Fai qualcosa per me, ragazza sulla riva, fai qualcosa per te stessa. Non lasciarti amareggiare da ciò che senti dentro di te. Dovunque ti volti vedi la tua disfatta. La marea nera sale, è piena di pesci morti. Reagisci, non soccombere”.

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