Egon Leon Adolf Schiele. Ventotto anni di vita e una moltitudine di opere consegnate all’immortalità. Si è detto che fosse provocatorio, controverso. Forse. Invero il suo pensiero era raffinatissimo, come ben dimostrano i suoi scritti, il lavoro teorico e concettuale, e l’esplorazione delle dinamiche psichiche attraverso quei corpi erotici, nudi, tormentati e intrisi di verità. Per quanto la verità sia dolorosa. Con Schiele bisogna andare oltre l’apparenza, sebbene essa sia talmente potente da sconvolgere con le sue prospettive inedite dal punto di vista non solo spaziale, ma anche psichico ed esistenziale. Un eros fisico-mistico, una meditazione sul rapporto fra questo e thanatos e molto altro ancora. Il campo interpretativo è vastissimo.
Ventotto anni vissuti intensamente, brucianti, per una produzione ultracospicua, fascinosa oltre ogni dire: trecentoquaranta dipinti e quasi tremila fra disegni e acquerelli. Indefinibile poi… figurativo-espressionista, membro eretico (ma molto amico di Klimt) della Secessione, la sua cifra stilistica è unica, inimitabile, un genio dell’introspezione, nell’età d’oro della cultura mitteleuropea, della Vienna colma di incommensurabili talenti in ogni campo, della psicanalisi freudiana, della temperie sentimental-esistenziale kafkiana.
La complessa figura di Egon e della sua sterminata spettacolare produzione sarà sugli schermi grazie al docufilm Tabù. Egon Schiele (un nuovo viaggio al cinema tra i corpi dell’eros e dello scandalo nella giovinezza ribelle dell’artista). I canonici tre giorni della proiezione dell’ennesima splendida opera nel catalogo La grande arte al cinema della Nexo Studios cadranno il 20, 21 e 22 aprile (elenco delle sale che proietteranno il film disponibile su nexostudios.it). La magistrale direzione è stata affidata a Michele Mally, che ne firma anche il soggetto e, con Arianna Marelli, la magnifica sceneggiatura. Intensissima l’attrice Erika Caretto che con letture e canto accompagna lo spettatore nel drammatico itinerario fra Vienna, Praga e i luoghi di Egon (compresi quelli interiori)… “A cavallo tra Otto e Novecento, queste città, mostrate attraverso filmati d’archivio, furono i centri propulsori delle rivoluzioni e delle contraddizioni che caratterizzano ancora la nostra contemporaneità. La colonna sonora, d’impatto fortemente emotivo, è caratterizzata dalle musiche originali composte ed interpretate dalla violinista Laura Masotto” (disponibile in digitale su etichetta Nexo Digital).
La morte a causa della terribile ingovernabile Spagnola lo colse, come detto, a soli ventotto anni nel 1918, mietendo anche la moglie Edith incinta di sei mesi. Tragedia nella tragedia. Una terrificante chiusura del cerchio.
“Nella “corsa folle” della vita di Schiele, costellata da centinaia di quadri e migliaia di opere su carta, c’è un eterno ritorno: quello al paese di nascita della madre dell’artista, Krumau, Český Krumlov oggi, in Repubblica Ceca. Si snoda a partire da qui: dall’Atelier Egon Schiele – la casa con giardino dove il pittore abitò con la compagna e modella Wally Neuzil. Proprio nella cittadina della Boemia, che ai tempi di Schiele faceva parte dell’Impero austro-ungarico, affonda la radice di un’arte capace di sovvertire le regole estetiche, morali e psicologiche del tempo e di condurci – ancora oggi – all’essenza dell’essere umano. È infatti dall’architettura di Krumau che Egon Schiele, ancora ragazzo, impara a osservare da una prospettiva inedita, destinata a diventare il marchio della sua visione e a tradursi nei suoi disegni: lo sguardo dall’alto. […] Krumau è una città che alterna curve morbide – il fiume Moldava che abbraccia e allo stesso tempo stringe il centro storico – ed elementi angolari e spigolosi: le case medievali, le strade tortuose. Una figura per certi versi materna, come quella così presente nella produzione di Schiele, pronta a interrogarci sul desiderio inconscio di ritorno all’origine, sul tentativo di riconnettersi alla dimensione da cui dipende l’immagine che tutti abbiamo di noi stessi.”
Un rapporto, quello di Schiele con la madre Marie, piuttosto conflittuale, non facile, quantunque entrambi non fossero mai stati del tutto assenti reciprocamente. Il padre nel frattempo era morto di sifilide, un altro elemento che con ogni probabilità aveva contribuito a segnare la psiche e la visione del giovane Egon. In fondo la solitudine era un marchio di fabbrica interno dell’artista, come scriveva nel suo diario la moglie, sposata nel 1915 dopo che Egon aveva abbandonato il grande amore Wally, che ne fu anche preziosa modella (morta in Dalmazia, dove si era recata come crocerossina, nel 1917 nel corso della Grande Guerra).
Ricchissimo e preziosissimo il panorama degli interventi di studiosi e specialisti. Nella pellicola compaiono: Jane Kallir, curatrice del catalogo completo delle opere; Ralph Gleis e Elisabeth Dutz, rispettivamente direttore e curatrice capo dell’Albertina di Vienna; Kerstin Jesse, curatrice del Leopold Museum di Vienna; Verena Gamper, curatrice del Belvedere di Vienna; Klára Sváčková del Museum Fotoatelier Seidel di Český Krumlov; Elio Grazioli e Otto M. Urban, storici dell’arte; Maddalena Mazzocut-Mis, filosofa; Micaela Riboldi, psicanalista; Amelia Valtolina, germanista; gli scrittori Romina Casagrande e Alessandro Banda; la regista Gerda Leopold.
“Snodo cruciale del film è il 1910, anno in cui si afferma lo stile unico di Schiele. È proprio nel 1910 che la Cometa di Halley attraversa il cielo, lasciando una scia luminosa che unisce le latitudini e ridisegna le cronologie. Sotto quel cielo possiamo immaginare Egon che cammina per le strade di Praga insieme a Franz Kafka (1883-1924), altra figura ricorrente nel docufilm. Non vi è prova che i due si siano mai conosciuti o incontrati, ma il loro destino e la loro arte si incrociano allora come oggi, offrendoci nuove chiavi per penetrare anche l’universo kafkiano: il suo tempo onirico, il disturbo che continua a provocare, esattamente come spesso “disturbano” i corpi contorti di Schiele. Del resto in quella Vienna fu proprio la percezione del tempo a cambiare: un tempo non più lineare e causale, ma condensato, affettivo, “fatale”, come le “ore stellari” di cui parlava Stefan Zweig, in cui nascita e morte sono legate in modo indissolubile. Tutti respiravano il senso di una fine. Nel 1918, anno in cui muoiono Schiele ma anche Gustav Klimt e molti altri protagonisti della Vienna d’oro, crolla l’Impero austro-ungarico, mentre nasce la Cecoslovacchia.”
Numerosi ed emblematici versi costellano il film, come quelli di Georg Trackl, di cui varrebbe la pena citare per intero la seguente poesia: “La sera, se andiamo per oscure vie,/ smorte ci incontrano le nostre ombre.// Ora chi ha sete/ beva le bianche acque dello stagno,/ dolci i lamenti della nostra infanzia.// Morti in riposo sotto il folto sambuco/ guardiamo grigi gabbiani.// Nubi primaverili coprono la città buia/ che tace i tempi di monaci eletti.// Quando io presi la tua mano esile/ battesti piano gli occhi rotondi:/ ora è perduto.// Ma se una buia armonia penetra l’anima/ appari tu bianca ai paesi autunnali del cuore.”
Una malinconia di fondo, invincibile, una nostalgia per ciò che non è stato, che forse o mai sarà. Un sentimento, o presentimento, tanto simile a quello che albergava nell’animo di Egon… “l’eterno ritorno, l’ossessione per la morte, l’autoanalisi istintiva e ossessiva, il sentirsi sbagliati e insieme sfacciatamente presenti al mondo rivelano uno Schiele talmente contemporaneo da dare ancora, violentemente, fastidio. Schiele ci costringe a pensare ai nostri tabù. Quelli di allora come quelli di oggi.”
Disturbante fu Egon, al punto che fu denunciato per corruzione di minori, finendo in prigione per tre settimane. Fu assolto, permanendo solo l’accusa di pornografia. L’esperienza fu traumatica: dopo non dipinse per mesi. Ci resta un pacchetto di opere composte in prigione (anch’esse meravigliose): uno studio, quasi metafisico, di oggetti (per esempio, Quell’arancia è stata l’unica luce).
Ci perdiamo con sgomento, ma catartico, negli autoritratti di Schiele, nella bellezza torta e pur pura dei nudi femminili, il sesso in evidenza come un fiore o un abisso, o nei paesaggi carichi di simbolismo Tensione e angoscia, ma una densità spirituale incoercibile. Estraneità o, meglio, riconoscimento dell’estraneità, come vedere l’altro essendo l’immagine dello specchio a osservare.
Donna inginocchiata con vestito rosso, La famiglia, L’abbraccio, Ritratto di dama, Nudo maschile con fascia rossa che cinge i fianchi, Gli eremiti, La morte e la follia, Madre cieca, Nudo femminile con gamba destra alzata, Ragazza inginocchiata appoggiata sui gomiti, Donna distesa… Ogni lavoro è un viaggio, un’ebbrezza alla Rimbaud, un’analisi spietata e un anelito. Allucinazione, deriva rovinosa e bellezza sovrumana. Inquietudine e ricerca dell’innocenza perduta, dell’infinito in ciascuno di noi. Semplicemente, Egon…
Alberto Figliolia
