Salvatore Savasta – Il marchio di Medusa

Il marchio di Medusa di Salvatore Savasta, pubblicato da Giraldi Editore, prende avvio da due omicidi separati da otto anni, collegati da particolari inquietanti che spingono a riaprire vicende che molti avrebbero preferito dimenticare. La struttura è quella riconoscibile del thriller investigativo, ma la ricerca del colpevole si intreccia progressivamente con le conseguenze della violenza e con il peso che il passato continua ad avere nella vita delle persone.
Nel 2024 il commissario Italo Romano indaga sull’omicidio dell’imprenditore Paolo Leone, il cui corpo presenta alcune analogie con quello di Pietro De Santis, assassinato nel 2016. A complicare ulteriormente le indagini intervengono le inquietanti visioni di Rita, una donna che sembra conoscere particolari ai quali non dovrebbe avere accesso. Attorno a questi avvenimenti si muovono personaggi legati da rapporti personali e familiari che soltanto con il procedere della narrazione cominciano a rivelare la propria importanza.
Una delle scelte più riuscite di Savasta riguarda la costruzione su due linee temporali, perché il 2016 e il 2024 non si alternano semplicemente per spiegare ciò che è accaduto prima dell’indagine. Le due vicende procedono quasi autonomamente, ciascuna con i propri interrogativi, mentre il lettore si trova nella posizione particolare di conoscere avvenimenti ancora ignoti agli investigatori, senza possedere gli elementi necessari per interpretarli completamente. Il passato modifica continuamente il modo in cui interpretiamo il presente, dando alla ricostruzione dei fatti una complessità che sostiene la suspense.
La dimensione corale del romanzo permette di conoscere progressivamente le vicende personali che si nascondono dietro l’indagine, ma è soprattutto attraverso Rosalia che la storia acquista uno spessore diverso. Anziana e sola, con un passato di prostituzione che ha segnato profondamente la sua esistenza, Rosalia continua a confrontarsi con un giudizio sociale che sembra non lasciare spazio alle circostanze nelle quali ha vissuto e alle scelte che ha dovuto compiere.
Attraverso di lei acquista significato anche il riferimento mitologico contenuto nel titolo. Nella versione raccontata da Ovidio, Medusa subisce una violenza e viene successivamente trasformata in una creatura mostruosa, finendo per essere ricordata soprattutto per ciò che è diventata anziché per ciò che le è accaduto. Savasta sembra recuperare questa prospettiva per raccontare quanto lo sguardo degli altri possa condizionare un’esistenza, fino a imprigionare una persona in un’immagine che non le appartiene completamente.
Ho apprezzato particolarmente il modo in cui vengono gestite le visioni di Rita, perché introducono una componente apparentemente inspiegabile senza allontanare completamente la narrazione dal terreno della razionalità. L’autore lascia convivere il dubbio con la ricerca di spiegazioni concrete, senza che l’uno prevalga immediatamente sull’altra, e riesce così a inserire un elemento insolito all’interno di un’indagine che continua a svilupparsi secondo le logiche del thriller investigativo.
Nella vicenda emerge anche una riflessione sulla vendetta, su come il desiderio di riscattare la sofferenza di una persona possa trasformarsi in una nuova forma di violenza, coinvolgendo anche chi non ha alcuna responsabilità per l’ingiustizia subita.
Sul piano della scrittura, Savasta privilegia una prosa scorrevole e fortemente orientata allo sviluppo dell’azione. I capitoli brevi e i frequenti cambi di scena imprimono alla narrazione un ritmo sostenuto, particolarmente efficace nelle sequenze investigative e nei momenti in cui le diverse storie cominciano a convergere. Questa efficacia narrativa trova però un limite nella tendenza dell’autore a esplicitare emozioni e motivazioni che le situazioni avevano già lasciato intuire, affidando talvolta ai dialoghi una funzione più esplicativa che espressiva. Una scelta che, pur non compromettendo la scorrevolezza della lettura, finisce per sottrarre naturalezza ad alcuni passaggi.
Anche il finale, pur trovando una sua coerenza nello sviluppo della vicenda, risente di una certa enfasi narrativa, con un susseguirsi di situazioni drammatiche che a tratti sfiorano il melodramma. La tensione rimane comunque sostenuta fino alla conclusione, mentre l’epilogo, più raccolto, lascia emergere la dimensione umana dei personaggi e il peso delle conseguenze di quanto è accaduto.

Titolo: Il marchio di Medusa
Autore: Salvatore Savasta
Prezzo copertina: € 17,00
Editore: Giraldi Editore
Collana: CrimeGiraldi
Data di Pubblicazione: 3 febbraio 2025
EAN: 9791256370399
ISBN: 1256370398
Pagine: 272

Citazioni tratte da: Il marchio di Medusa di Salvatore Savasta

«Ci sono cose che non possiamo spiegare, ma questo non significa necessariamente che non siano reali.» (p. 23)

«Quando ero bambina guardavo il cielo e sognavo di fuggire, ma non ho mai saputo dove volessi davvero andare.» (p. 68)

«Trattare gli altri con umanità non è una scelta illogica, è la base della nostra civiltà.» (p. 102)

«La logica può dirti come sopravvivere, ma l’etica e la morale ti dicono perché vale la pena farlo. Senza di esse, non siamo nulla.» (p. 103)

«Mi hai sostenuto, anche quando non ne avevi le forze. Mi hai amato, anche quando ti vomitavo addosso i miei malumori.» (p. 121)

«È una finestra sulla tua anima, finalmente, un modo per esprimere te stesso in un mondo che spesso non ci capisce.» (p. 122)

«La verità è che vestire i panni di qualcun altro è impossibile. Ben meno per un bambino, che ha sé come centro nevralgico dell’universo.» (p. 170)

«Non posso passare la vita a fare la preda. Non più.» (p. 173)

«Sì, è incredibile come la vita possa nascondere così tanti segreti dietro le facciate apparentemente normali delle persone che incontriamo ogni giorno.» (p. 176)

«Non si parlava di amore tra uomini, non perché non esistesse, ma piuttosto perché non doveva esistere.» (p. 200)

«Amarsi, in modo quasi platonico, significava sfidare un sistema che negava l’esistenza stessa dell’amore.» (p. 201)

«Il cuore, quando si spezza, non fa rumore. Nessuno lo sente.» (p. 235)

«Mi ha insegnato che il dolore è una lingua antica, e che io dovevo impararla in fretta.» (p. 246)

«Perché è questo che fa il mondo, Mario mio: non basta che ti spezzi, deve anche convincerti che sei tu la colpevole.» (p. 246)

«Io non sono la vittima. Sono la sopravvissuta.» (p. 247)

«Perché ho imparato che il marchio che mi è stato dato, il marchio di Medusa, non è solo una condanna. È un’arma.» (p. 247)

Katia Ciarrocchi
© Redazione Lib(e)roLibro

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