…parlare avrebbe significato far scoppiare la bolla del reale, prendere atto della diga, accelerare l’arrivo della fine, mentre tacere significava tenere il destino a distanza, guadagnare tempo…(pag 33)
La diga, di Maylis de Kerangal e Joy Sorman: la memoria che non si può sommergere
Alcuni luoghi continuano a esistere anche quando non sono più visibili, restano sotto la superficie del mondo, nascosti agli occhi ma non alla memoria, come se il tempo potesse coprire le cose senza riuscire davvero a cancellarle. Da qui nasce La diga, il romanzo scritto da Maylis de Kerangal e Joy Sorman, pubblicato in Italia da Prehistorica Editore nella traduzione di Elena Vozzi e Nicolò Petruzzella. La storia prende origine da una vicenda reale, quella del villaggio francese di Tignes, sommerso nel 1952 per lasciare spazio al bacino artificiale di Chevril, e da quella scomparsa allarga lo sguardo al rapporto tra memoria, progresso e appartenenza ai luoghi.
Tomi Motz è un ingegnere inviato alla diga di Seyvoz per trascorrervi quattro giorni e verificarne le condizioni strutturali, ma quello che dovrebbe essere un sopralluogo governato dalla razionalità e dalla precisione tecnica assume lentamente una natura diversa. Il presente comincia a lasciarsi attraversare da qualcosa che sembra provenire dal passato e anche la percezione di Tomi perde progressivamente i propri confini, mentre visioni, presenze e alterazioni della realtà conducono il romanzo verso il fantastico senza separarlo mai completamente dal mondo concreto. L’ambiguità rimane intatta e non viene offerta una spiegazione capace di stabilire dove finisca la mente dell’uomo e dove cominci ciò che quel luogo sembra ancora custodire.
La stessa struttura del libro rende fisicamente percepibile questa convivenza tra tempi diversi. I capitoli ambientati nel presente sono stampati in nero, quelli dedicati agli anni dell’esproprio e dell’abbandono del villaggio in blu, così la memoria diventa visibile e il passato smette di essere qualcosa che viene semplicemente raccontato per diventare una presenza che procede accanto al presente. Anche le scritture delle due autrici finiscono per perdere i propri confini fino a restituire una voce comune, nella quale il linguaggio dell’ingegneria, del cemento, delle turbine e delle strutture abbandona progressivamente la propria freddezza e acquista una consistenza quasi organica. Le rocce sembrano respirare, l’acqua trattenere delle presenze e la diga stessa assume la forma di un corpo costruito per contenere non soltanto l’acqua, ma anche ciò che è stato sacrificato perché potesse esistere.
Da questa materia emerge una delle idee che più mi ha accompagnata durante la lettura. Siamo abituati a pensare che siano gli uomini a ricordare i luoghi, mentre La diga capovolge la prospettiva e suggerisce che possano essere i luoghi a ricordare gli uomini, conservando il segno del loro passaggio anche quando ogni traccia sembra essere stata cancellata.
Leggendo ho pensato inevitabilmente al Vajont, pur nella consapevolezza che sovrapporre le due vicende significherebbe cancellarne proprio le differenze. Tignes vide arrivare lentamente l’acqua e con essa la certezza della propria scomparsa, mentre al Vajont la distruzione arrivò nella notte del 9 ottobre 1963, quando la frana del Monte Toc precipitò nel bacino e l’onda generata travolse gli abitati a valle. Proprio questa distanza tra le due storie mi ha fatto pensare che non esista un solo modo di vivere un lutto collettivo. C’è chi ha il tempo di guardare la propria casa sapendo che sarà l’ultima volta e chi quella stessa ultima volta la vive senza poterla riconoscere come tale, due esperienze profondamente diverse che mostrano quanto perdere un luogo significhi perdere anche una parte della storia attraverso la quale abbiamo imparato a riconoscerci.
Nella seconda parte, tuttavia, qualcosa di questo equilibrio si indebolisce e il romanzo sembra interessarsi più ai simboli che alle persone. Le visioni di Tomi acquistano sempre maggiore spazio e il perturbante finisce per allontanare sullo sfondo proprio la dimensione umana e storica che aveva dato tanta forza alle pagine precedenti. La direzione rimane coerente con l’identità del romanzo, ma la sua crescente astrazione mi ha coinvolta meno, fino a un finale che preferisce affidarsi al simbolo e alla contemplazione e che mi ha lasciato la sensazione che la storia avesse ancora qualcosa da dire.
Dopo aver chiuso La diga mi è rimasto soprattutto un pensiero, forse il segno più autentico che una lettura possa lasciare. La memoria non coincide con ciò che ricordiamo, ma con ciò che continua a esistere anche quando crediamo di averlo cancellato.
Titolo: La diga
Autore: Maylis De Kerangal , Joy Sorman
Prezzo copertina: € 17,00
Editore: Prehistorica Editore
Collana: Ombre lunghe
A cura di: L. Scarlini
Traduttore: Vozzi E., Petruzzella N.
Data di Pubblicazione: 5 giugno 2026
EAN: 9788831234481
ISBN: 883123448X
Pagine: 173
Katia Ciarrocchi
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