CineRecensione: Loro di Paolo Sorrentino


Il potere non è chi lo esercita. È chi lo desidera.
Finalmente sono riuscita a vedere Loro. E questa frase, che potrebbe sembrare solo personale, in realtà riguarda direttamente il film. Dopo la sua uscita nel 2018, i diritti italiani sono stati acquisiti dal gruppo Mediaset, fondato da Silvio Berlusconi. Da quel momento il film è progressivamente scomparso dalla circolazione nazionale.
La settimana scorsa, quasi per caso, l’ho trovato completo su YouTube, l’ho visto immediatamente, con la consapevolezza che quella presenza potesse essere temporanea. In quel gesto c’era già qualcosa che appartiene profondamente al film: Loro è un film sul potere che ha conosciuto direttamente le conseguenze del potere.
Ma ciò che colpisce, una volta entrati nel film, è che Paolo Sorrentino non costruisce un racconto biografico, non prova a ricostruire gli eventi come farebbe un racconto storico o un’inchiesta. Il suo interesse sembra rivolto a qualcosa di più sfuggente e difficile da afferrare, Sorrentino non spiega Berlusconi, ma espone il mondo che lo ha reso possibile.
Una delle prime cose che colpiscono è che Berlusconi non appare subito, il film si apre invece su una serie di figure che vivono nella sua orbita, che esistono in funzione della sua presenza pur non essendo ancora in contatto diretto con lui. Ci sono imprenditori, intermediari, giovani donne, persone che sembrano accomunate da una stessa tensione verso un centro che promette tanto, forse tutto ciò che si può desiderare. In questo contesto, il personaggio di Sergio Morra, chiaramente ispirato a Gianpaolo Tarantini, assume un ruolo decisivo perché rappresenta non tanto un individuo con una psicologia definita, quanto una direzione morale. Sergio non è spinto da un’idea o da un progetto preciso, ma dalla percezione che il potere non sia qualcosa che si conquista attraverso la competenza o il merito, bensì qualcosa a cui ci si avvicina rendendosi disponibili, adattandosi progressivamente fino a diventare compatibili con ciò che quel potere richiede.
Questa parte iniziale mi è sembrata fondamentale perché suggerisce che il potere, nel film, non esiste come entità isolata, ma come punto di convergenza di una rete di desideri individuali. Il titolo stesso, Loro, diventa allora indicativo di questa prospettiva, non si riferisce a una singola persona, ma a una pluralità indistinta, a una comunità che partecipa attivamente alla costruzione di quella figura centrale. È come se il film suggerisse che il potere non si limita a imporsi, ma prende forma anche attraverso coloro che lo desiderano e che contribuiscono a renderlo necessario.
Quando Berlusconi entra finalmente in scena, interpretato dallo straordinario Toni Servillo, il film non cambia realmente direzione, ma diventa più intimo. Servillo evita qualsiasi forma di imitazione superficiale e costruisce invece una presenza fragile, perché il suo Berlusconi sembra esistere solo nello sguardo degli altri. La seduzione non è una strategia, ma la condizione stessa della sua identità; più che il potere, ciò che cerca davvero è la conferma continua di poter ancora attrarre e restare presente nell’immaginario collettivo.
Le sequenze delle feste, che potrebbero essere interpretate come semplici rappresentazioni dell’eccesso, mi sono sembrate invece qualcosa di più complesso. Non sono soltanto ricostruzioni di episodi noti o riferimenti a vicende giudiziarie legate a figure come Karima El Mahroug, ma funzionano come momenti sospesi, quasi rituali, in cui il corpo diventa il principale strumento di comunicazione. In queste scene la politica smette di esistere come realtà concreta e sopravvive solo come immagine e promessa. Tutto resta sospeso in un presente continuo, dove ogni gesto si ripete e il desiderio non evolve, ma si rinnova identico.
Il film “Loro” non prova mai a dimostrare una tesi né a sostenere un’accusa o una difesa, si limita a osservare, mostrando gesti, sguardi e momenti di solitudine che incrinano l’apparente solidità del potere.
In questo equilibrio instabile, la figura di Veronica Lario, interpretata dalla meravigliosa Elena Sofia Ricci, introduce un elemento di rottura che cambia improvvisamente il tono del film. Il confronto tra Veronica e Berlusconi è uno dei momenti più intensi perché interrompe il flusso continuo della seduzione. Veronica non sembra interessata a partecipare allo spettacolo, e la sua presenza introduce una distanza che fino a quel momento non esisteva. Non c’è rabbia esplicita, non c’è teatralità, ma una forma di lucidità che mette in crisi l’intero sistema. Per la prima volta, Berlusconi appare incapace di controllare lo spazio attorno a sé, come se si trovasse improvvisamente privo degli strumenti che lo avevano sempre sostenuto. Non osserviamo più un sistema, ma una frattura privata che rivela la solitudine del personaggio, è il momento in cui diventa chiaro che il potere, per quanto esteso, non può colmare la distanza tra una persona e se stessa.
Ciò che il film osserva davvero è il legame emotivo tra una figura pubblica e chi la segue, il potere non appare come una struttura concreta, ma come una relazione fragile, che esiste solo finché continua a essere riconosciuta e creduta.
Il finale non offre una conclusione netta perché non c’è una caduta definitiva né una redenzione. Rimane piuttosto una sensazione di esaurimento, come se l’energia che aveva sostenuto quel sistema si stesse lentamente dissolvendo. Ciò che resta è una figura che continua a muoversi, ma senza la stessa forza, senza la stessa capacità di occupare lo spazio.
Alla fine, Loro mi è sembrato meno un film su Berlusconi e più un film su ciò che accade quando una società riconosce in una persona una risposta ai propri bisogni simbolici. Lascia piuttosto una domanda aperta, che continua a risuonare anche dopo la fine, e che riguarda non solo quella figura specifica, ma il rapporto più generale tra il potere e il desiderio di chi lo osserva.
Consiglio assolutamente la visione di Loro, per chi riesce a reperirlo, perché è uno di quei film che non si esauriscono mentre li si guarda, ma continuano a lavorare anche dopo. Gran parte della sua forza sta nelle interpretazioni, in particolare quella di Toni Servillo, capace di costruire un personaggio che non è mai una semplice imitazione, ma una presenza viva, fragile e inquieta, e in generale in un cast che restituisce con precisione l’atmosfera emotiva di quel mondo. Ma ciò che rende il film davvero memorabile è lo sguardo di Paolo Sorrentino, che non si limita a raccontare una figura pubblica, ma prova a vedere cosa esiste dietro la sua immagine, dentro le sue crepe, nelle sue pause. È uno sguardo che non giudica apertamente, ma espone, e proprio per questo riesce a rivelare qualcosa di più profondo, non solo su quell’uomo, ma anche su chi lo ha osservato, seguito e, in qualche modo, reso possibile.

Regia: Paolo Sorrentino, Coproduzione: Italia, francia, Genere: Drammatico, biografico, Prodotto da: Indigo Film in coproduzione con Pathé, France 2 Cinema, Produttori: Nicola Giuliano, Francesca Cima, Carlotta Calori , Viola Prestieri. Distribuzione: Universal Pictures International Italy per Focus Features (Italia), Pathé (internazionale), Lingua: Italiano, Interpreti: Toni Servillo, Elena Sofia Ricci, Riccardo Scamarcio, Kasia Smutniak, Euridice Axen, Fabrizio Bentivoglio, Roberto De Francesco, Dario Cantarelli, Anna Bonaiuto, Giovanni Esposito, Ugo Pagliai, Ricky Memphis, Lorenzo Gioielli, Alice Pagani, Caroline Tillette, Elena Cotta, Iaia Forte,Duccio Camerini, Yann Gael, Mattia Sbragia, Max Tortora, Milvia Marigliano, Michela Cescon, Roberto Herlitzka, Soggetto: Paolo Sorrentino, Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello, Fotografia: Luca Bigazzi, Montaggio: Cristiano Travaglioli, Musiche: Lele Marchitelli, Costumi: Carlo Poggioli, Scenografia: Stefania Cella

Katia Ciarrocchi
© Redazione Lib(e)roLibro

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