Lo Zar di e con Stefano Massini

Anna Stepanovna Politkovskaja morta a 48 anni, una Makarov a spezzarle vita, lavoro e sogni. Martire della libertà che è sempre congiunta alla ricerca e all’esercizio della verità. Una esistenza spesa fra il quotidiano di Mosca Izvestija e la testata Novaja Gazeta, che, a quanto pare, va ora incontro alla chiusura definitiva. Una storia, quella del giornalismo critico e d’inchiesta in Russia, costellata di omicidi, sparizioni e imprigionamenti. Un mestiere, con ogni evidenza, pericoloso da quelle parti (e nel resto di troppo mondo).
Il nome di Anna è echeggiato a lungo nelle menti degli spettatori dello straordinario lavoro di Stefano Massini in scena al Piccolo Teatro Strehler di Milano sino al 15 novembre: Lo zar (produzione Fondazione Teatro della Toscana), apologo sulla genesi e l’affermazione di un autocrate. Al di là della specificità Lo zar si pone, tuttavia, come una rappresentazione e vicenda emblematica di quella che è una scalata al potere con tutti mezzi, leciti od opachi. Putin e non solo Putin, dunque.
Massini tiene la scena con una bravura mostruosa per un’ora e mezza. Un viaggio che parte da lontano, da quella che ancora era Leningrado – prima di tornare a essere, dopo il disfacimento dell’URSS, San Pietroburgo, una sorta di revanscismo (t)onomastico – dove un giovanissimo e magrissimo Vladimir frequenta precocemente l’università della strada. Un carattere già estremamente forte, determinato, finanche spietato. Era quell’Unione Sovietica dove un’intera famiglia viveva in una stanza – una stufa, un tavolo, due sgabelli, una sedia, tre brande per dormire e, se eri fortunato, un bagno proprio dietro la stufa, la cucina in comune in fondo al corridoio.
I Putin, che avevano perso due figli, a un certo punto ebbero anche  il telefono e la televisione. Il padre era uno che guardava e riferiva. Il piccolo Vladimir, mosso, nonostante l’apparente ribellismo, da un’ambizione, oltre che personale, all’ordine e al sistema, si sarebbe tracciato già in quei giorni la strada, fissando negli occhi l’altro senza mai abbassare o distogliere lo sguardo. La storia si dipana: il fazzoletto rosso, la laurea in diritto internazionale, l’impiego al KGB, Gorbačëv, gli anni a Dresda (DDR), la caduta del Muro di Berlino, il collasso dell’impero leniniano, il caos, Eltsin e la nomina del delfino, che tanto tempo aveva passato nell’ombra al soglio, al trono simbolico e fattuale di una nazione piagata, piegata, orgogliosa e, nel contempo, rassegnata all’assenza o erosione dei diritti, atavica eredità. Un popolo meraviglioso e schiacciato, artefice, lo ricordiamo, della più grande letteratura narrativa nella storia dell’umanità
La grandezza del testo di Massini (pubblicato da Einaudi, tradotto in diciotto lingue e adattato per gli schermi televisivi dalla Warner Bros), che non ha mai potuto essere rappresentato nella grande terra russa (neppure nei Paesi baltici), sta nell’indagine sulle ragioni interiori che conducono un uomo – Putin o analoghi – a scegliere la strada del potere e alle “imperscrutabili” logiche del suo mantenimento, fra cinismo, realpolitik, ostinazione e caparbietà, compromessi e opportunismo, scelte drastiche e spirali tragiche quali la guerra (ricordarsi della Cecenia, ben prima dell’Ucraina).
“Nel 2000, alla vigilia delle elezioni presidenziali russe, Vladimir Putin racconta la propria vita nell’intervista First Person. In prima persona. Ne emerge una biografia singolare, segnata dalla violenza e da una lucida costruzione del potere, che segue Vladimir dall’infanzia fino ai vertici della politica russa, sullo sfondo del progressivo crollo dell’Unione Sovietica. Abituato a spiare migliaia di soggetti fin da quando, a sedici anni, entrò nella sede del KGB di Leningrado chiedendo cosa dovesse fare per esservi arruolato, Vladimir, detto Vova, immagina in questo spettacolo di redigere un fascicolo su sé stesso, articolandolo secondo i pilastri del lessico tecnico dei servizi russi.”
La messa in scena si avvale, nel racconto, dei più vari inserti. La drammaturgia ingloba infatti, oltre alla geniale narrazione dell’interprete-autore, stralci di discorsi e interventi pubblici e di ulteriori fonti. “Ne risulta un racconto in cui, passo per passo, si ripercorre la vicenda di Vladimir Putin, attraverso un susseguirsi di incontri, dialoghi, ritratti di personaggi e scene corali che restituiscono, in presa diretta, uno spaccato del sistema sovietico.”
Uno spettacolo di grande pathos, con scenografie fascinose – la statua di Lenin che domina le sequenze per poi miseramente crollare, la scrivania della burocrazia dello spionaggio e del terrore colma di scartafacci, la sedia cui è legato l’interrogato-torturato, l’immenso lampadario che sovrasta ogni presenza nell’edificio del KGB (anch’esso crollerà, nel buio più buio).
L’incipit de Lo Zar si apre con la voce di Anna Politkovskaja (interpretata da Ottavia Piccolo). Come detto, la giornalista uccisa da un killer nell’androne di casa il 7 ottobre 2006 è una presenza sottesa e potente, manifesto di coraggio e ideali e idee non spente.
Il testo adombra anche la delicata materia del controllo dell’informazione – vi sono pennivendoli venduti, ma, come osservazione di carattere generale, la lente  dovrebbe mostrare coloro che praticano il mestiere come fosse una finestra sul mondo da raccontare in verità e onestà intellettuale  – e della società. Entrambe le forme di controllo, con relative costrizioni, sono strettamente connesse, a ben vedere. Non è che il pianeta Terra con le sue bellicose (o indifferenti) nazioni sia proprio messo bene al riguardo.

Alberto Figliolia

Lo Zar di e con Stefano Massini. Piccolo Teatro Strehler (Largo Greppi 1-M2 Lanza, Milano), fino al 15 novembre 2026.
Musiche di Luca Roccia Baldini eseguite dal vivo con Mariel Tahiraj. Scene: Paolo Di Benedetto. Disegno luci: Manuel Frenda.
Suoni: Andrea Baggio. Costumi: Elena Bianchini.
Informazioni e prenotazioni: tel. 02.21126116, sito Internet www.piccoloteatro.org.
Orari: martedì e sabato ore 19.30; mercoledì e venerdì ore 20.30;
domenica ore 16. Lunedì e giovedì riposo.
Prezzi: platea 35 euro, balconata 28 euro.

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