Lionel Shriver – …e ora parliamo di Kevin

Non è la storia di una tragedia.
È la storia di un dubbio che non si chiude.
E ora parliamo di Kevin di Lionel Shriver non ti porta dentro ciò che è successo, ma dentro il tentativo di capirlo, e soprattutto dentro il fallimento di questo tentativo. Il romanzo costruisce il proprio senso dentro una voce sola, quella di Eva, che ripercorre la propria esperienza di madre cercando di darle una forma comprensibile. La voce di Eva si muove tra memoria, colpa e bisogno di dare un senso, ma più prova a ricostruire, più emerge una verità scomoda: non tutto si lascia spiegare.
Eva non si limita a raccontare, prova a tenere insieme ciò che si sfalda; infatti, le lettere diventano lo spazio in cui cerca di mettere ordine, ma ogni tentativo resta incompleto. È una voce parziale, a tratti contraddittoria, attraversata dal bisogno di dare un senso a qualcosa che continua a sfuggire. Chi legge non ha mai una distanza reale, resta dentro questo movimento continuo, dentro un dubbio che non si chiarisce ma si allarga.
Al centro del romanzo si impone la maternità, ma lontana da qualsiasi forma rassicurante, non come istinto naturale o adesione immediata, bensì come una relazione fragile, imperfetta, a tratti persino respingente. Eva non riesce a riconoscersi pienamente nel ruolo di madre e questa distanza iniziale non si ricompone, non evolve in qualcosa di più stabile, ma attraversa l’intero rapporto con Kevin, segnandolo in modo continuo. Non c’è un momento in cui le cose cambiano davvero, né un equilibrio che si costruisce nel tempo, ma una tensione costante che impedisce al legame di trovare una forma condivisa.
Non esiste un punto preciso in cui tutto cambia, perché il comportamento di Kevin si costruisce nel tempo, attraverso una serie di piccoli segnali che non trovano mai una spiegazione chiara e definitiva. È proprio in questa continuità sfuggente che il romanzo diventa più inquietante, perché rifiuta una risposta semplice alla domanda più inevitabile, lasciando aperta una tensione che non si risolve mai davvero: Kevin è fatto così oppure è diventato così.
Il fatto che non esista una causa chiara, un momento preciso in cui tutto comincia, non resta chiuso dentro la famiglia, ma si apre a qualcosa di più ampio, che riguarda anche la realtà che conosciamo.
La violenza degli adolescenti, quella che a volte esplode nelle stragi, non viene spiegata né semplificata. Non c’è un movente netto, non c’è una risposta che riesca davvero a contenere tutto.
Il romanzo si muove proprio in questa zona difficile, dove il disagio, l’insofferenza, la fatica di stare nel mondo non trovano parole e restano sospesi, fino a trasformarsi in qualcosa che sfugge al controllo. Non per giustificare, ma per mettere in discussione un’idea a cui ci aggrappiamo spesso, quella che tutto possa essere compreso e quindi evitato.
Eva prova continuamente a capire dove ha sbagliato, a individuare un punto preciso in cui le cose si sono incrinate. Ma ogni tentativo resta incompleto. Il senso di colpa si muove insieme al dubbio, senza mai trovare una forma definitiva. Anche la società che la circonda cerca una risposta semplice, un colpevole definito. Il romanzo, invece, resiste a questa semplificazione e mostra quanto sia riduttivo pensare che esista una sola spiegazione per ciò che accade.
Nel corso della lettura si fa strada una sensazione sempre più chiara, quella che l’amore e l’attenzione non bastino a determinare il destino di un figlio, e che anche facendo il possibile non esista una vera garanzia, ma solo un margine di incertezza con cui è difficile fare i conti.
Kevin, in questo senso, non è inquietante perché rappresenta un’eccezione mostruosa, ma perché appare credibile, una presenza che si sottrae alla comprensione e che proprio per questo non può essere davvero allontanata. È questa opacità a destabilizzare, perché rende inevitabile una domanda che il romanzo non chiude ma lascia aperta, continuando a lavorare anche dopo la fine: conosciamo davvero i bambini che cresciamo, oppure esiste sempre, anche nelle relazioni più vicine, una parte dell’altro che resta fuori dalla nostra possibilità di capire.
In questo senso, …e ora parliamo di Kevin non cerca di rassicurare, ma di mostrare con lucidità quanto possa essere complesso e fragile il legame tra un genitore e un figlio.
Un libro che ti costringe a guardare in faccia una paura che non vuoi nemmeno nominare: che l’amore non basti a salvare chi cresce sotto i tuoi occhi.

Titolo: … E ora parliamo di Kevin
Autore: Lionel Shriver
Editore: Piemme
Data di pubblicazione: 1 luglio 2008
Lingua: Italiano
Lunghezza stampa:‎ 476 pagine
ISBN-10: 8838499926
ISBN-13: 978-8838499920

Citazioni tratte da: …e ora parliamo di Kevin di Lionel Shriver

Prima di scoprire il contrario sulla mia pelle, avevo immaginato che nel periodo immediatamente successivo a una tragedia, i piccoli inconvenienti della vita svanissero.

Una volta tu mi accusasti di rivolgere la mia curiosità solo verso «le merdose città del terzo mondo», mentre avevo sotto gli occhi il più straordinario impero della storia dell’umanità. Avevi ragione, Franklin, nessun posto è come la tua casa.

…a sedici anni, era ancora in quell’età in cui essere visti con la mamma è imbarazzante, ma quanto di questa verità, lapalissiana per gli adolescenti, si riscontra nella maggior parte dei problemi degli adulti.

«Stai scherzando? Cazzo, mammina, qui mi venerano. Non c’è neanche un tizio qua dentro che nella sua fantasia non abbia fatto fuori una cinquantina di teste di cazzo prima di colazione. Io sono l’unico che ha avuto i coglioni per farlo nella vita reale». Ogni volta che Kevin si riferisce alla «vita reale», lo fa con la fermezza eccessiva con cui i fondamentalisti parlano dell’inferno o del paradiso. È come se cercasse di convincersi di qualcosa.

«Puoi anche prendere per il culo i vicini, le guardie, Gesù e quella rimbambita di tua madre con queste visite da brava mammina, ma io non ci casco. Vai pure avanti se vuoi una medaglia al valore. Ma non trascinare più qui il tuo culo se pensi di farlo per me». Poi ha aggiunto: «Perché io ti odio».

La colpa conferisce uno strano potere. E rende tutto più semplice, non solo per gli spettatori e le vittime, ma soprattutto per i colpevoli. Mette ordine tra le rovine. La colpa porta con sé una lezione semplice e chiara nella quale gli altri possono trovare conforto: se solo non avesse…. E in questo modo rende la tragedia evitabile. Si può anche trovare un fragile senso di pace nell’assumersi la responsabilità, e vedo che talvolta questo riesce a calmare persino Kevin. È un aspetto che i suoi custodi confondono con la mancanza di rimorso.

Il più triste di tutti è forse il gemito muto dei bambini che, pur disperati, non si aspettano più una soluzione ai loro mali, che nell’infanzia si sono già adattati all’idea che la vita è sofferenza.

…ma del resto le persone disperate accettano sempre un sollievo a breve termine in cambio di una perdita a lungo termine.

regola di non usare armi giocattolo, la protezione del computer… i bambini vivono nello stesso mondo in cui viviamo noi. Illuderci di poterli proteggere non solo è naïve, ma è anche un segno di vanità. Vogliamo poter dire a noi stessi che bravi genitori siamo, che stiamo facendo del nostro meglio.

«È sempre colpa della madre, non è vero?». Raccolse il cappotto. «Il ragazzo è cattivo perché sua mamma è una ubriacona o un rottame. Gli lascia fare quello che vuole. Non gli insegna la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Non è a casa quando lui torna da scuola. Nessuno dice mai che suo padre è un ubriacone, o che non è a casa quando lui torna da scuola. E nessuno dice che alcuni di questi ragazzi sono solo maledettamente cattivi. Non credere a queste vecchie fandonie. Non lasciare che ti scarichino addosso tutti quegli omicidi».

La violenza serve solo a insegnare ai figli che la forza fisica è un metodo accettabile per ottenere ciò che si desidera.

Per mantenere i segreti ci vuole disciplina.
(…)
Una bugia ben riuscita non può essere portata in questo mondo e poi abbandonata per un capriccio; come qualsiasi relazione importante, deve essere accudita; e necessita di molta più devozione della verità, che sopravvive senza alcun bisogno di aiuto. Al contrario le bugie hanno bisogno di noi quanto noi di loro, e perciò pretendono la costanza del vincolo coniugale: finché morte non ci separi.

Non è molto bello ammetterlo, ma la violenza domestica ha la sua funzione. Così cruda e incontrollata, strappa via il velo della civilizzazione che si posa su di noi per rendere la vita possibile. Un misero sostituto per quel genere di passioni che amiamo magnificare: il vero amore ha più tratti in comune con l’odio e la rabbia che con la generosità o la cortesia.

Una bugia ben costruita si forma in gran parte attingendo all’alfabeto di fatti con cui si può comporre allo stesso modo una piattaforma o una piramide.

Parliamo del potere. Entro le mura domestiche, secondo un falso mito, i genitori dispongo di tutto il potere. Non ne sono così sicura. Bambini? Tanto per cominciare ci possono spezzare il cuore. Possono farci provare vergogna, possono mandarci in bancarotta, e – ne sono testimone io – possono farci desiderare di non essere mai nati. E noi? Possiamo impedire loro di andare al cinema. Ma come? In che modo sosteniamo il nostro divieto se il figlio si dirige deciso verso la porta?
La cruda verità è che i genitori sono come i governi: conservano l’autorità con la minaccia, scoperta o implicita, di usare la forza fisica. I bambini fanno quello che diciamo loro – senza voler generalizzare il mio caso – perché noi, se volessimo, potremmo rompergli un braccio.

La cosa peggiore per cementare un matrimonio tremolante è fare un bambino.

I bambini hanno dei sentimenti già a zero ore? Dal mio modesto studio su due esemplari, credo di sì. Non sono ancora capaci di dare un nome ai sentimenti, e senza etichette è probabile che sperimentino le emozioni mescolate in un gulasch in cui gli opposti si uniscono; io mi devo impedire di provare ansia, mentre il nascituro non ha alcun problema a sentirsi insieme preoccupato e rilassato.

Dai un’occhiata allo svolgimento di questo tema di quarta elementare. Il titolo è: Vi presento mia madre.
«Mia madre va altrove. Mia madre dorme in un letto diverso. Mia madre mangia del cibo diverso. Mia madre viene a casa. Mia madre dorme a casa. Mia madre mangia a casa.
Mia madre dice all’altra gente di andare altrove. L’altra gente dorme in un letto diverso. L’altra gente mangia del cibo diverso. L’altra gente torna a casa. L’altra gente dorme a casa. L’altra gente mangia a casa. Mia madre è ricca.»

I professori – con la sola eccezione di Dana Rocco – non riconobbero mai la fame di Kevin; preferivano inquadrare il nostro piccolo inconcludente come una più comune vittima della sindrome da deficienza dell’attenzione. Erano determinati a trovare un guasto meccanico, perché le macchine rotte si possono aggiustare. Era più facile confrontarsi con l’incapacità che affrontare il più spaventoso e ostinato disinteresse.

«Kevin, i ragazzi alla tua scuola non sistemano mai le divergenze con una buona vecchia scazzottata?»
Kevin si fermò a guardarmi; doveva sempre soppesare se quello che gli avevo domandato meritasse o meno una risposta. «La scelta delle armi,» disse alla fine «è metà della battaglia.»

…i figli adolescenti non parlano con noi quando siamo noi i primi a non parlare con loro.

«Nessun ragazzino di undici anni può avere un’idea precisa della morte» continuasti. «Non hanno un reale concetto delle altre persone, del fatto che provino dolore, o persino che esistano. E il loro stesso futuro non è ancora una cosa reale. È più facile gettarlo via.»
«Forse il loro futuro era più che reale per loro» disse Kevin. «Forse il loro problema era proprio questo.»

Mi sono convinta che per essere ciechi di fronte alla bellezza, non bisogna per forza ignorare la turpitudine, per la quale Kevin aveva da tempo mostrato una straordinaria predilezione. È presumibile che la volgarità abbia altrettante sfaccettature della grazia, perciò a una mente degradata non è preclusa la ricercatezza.

Allora compresi per la prima volta che non si possono occupare all’infinito degli universi paralleli senza alla fine abitare luoghi fisici differenti, nel più banale senso letterale.

Come i tostapane e gli stereo portatili, anche i matrimoni, quando si rompono, vanno buttati via. È inutile cercare di aggiustarli.

«La mia storia è tutto quello che possiedo in questo momento, e perciò mi sento derubato. Ma una storia, è molto più di quello che ha la maggior parte della gente. Tutti voi che siete là fuori a guardare, state ad ascoltare quello che dico perché io ho qualcosa e voi no: io ho una trama. L’ho comprata e l’ho pagata. È questo che tutti voi volete, e per questo mi succhiate il sangue. Volete la mia trama.

Eppure, ti avevo avvertito che i figli riconoscono la dissimulazione, perciò è naturale che abbia irriso proprio i tuoi sforzi. E capirai perché, davanti a te più che a chiunque altro, si senta obbligato a ritrarsi come la vittima.

Katia Ciarrocchi
© Redazione Lib(e)roLibro

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