L’anatomia del salotto e la sanzione del gusto. Sociologia della riscrittura borghese nell’Odissea addomesticata in Pindemonte.
La feticizzazione della norma e la bonifica dei corpi
Ogni costrutto sociale, al fine di conservare la sua egemonia culturale e garantire la riproduzione delle sue strutture di classe, necessita di convertire l’alterità traumatica della storia in un repertorio di forme ornamentali innocue (Byung-Chul Han, 2015; Giorgio Linguaglossa, 2022; Ivan Pozzoni, 2026). Quando l’indagine sociologica e letteraria si accosta all’universo omerico mediato dalla traduzione ottocentesca, l’oggetto di studio – l’antico codice arcaico della preda, del sangue e dell’arbitrio biologico- subisce una radicale torsione istituzionale. L’interprete non si limita a un travaso interlinguistico, mette in atto un dispositivo di chirurgia testuale ideologica, finalizzato a purgare l’epos dai suoi elementi di disturbo, riallineandolo alle coordinate protettive del suo salotto aristocratico e altoborghese. Questa transizione risponde ai rigidi imperativi di un pubblico di elezione composto dall’alto clero, da cardinali, vescovi e nobildonne, che non potevano tollerare la nudità dei rapporti di forza primitivi. I meccanismi di questa riscrittura agiscono attraverso la censura e la sostituzione eufemistica delle categorie materiali. Come evidenziato dalla disamina delle varianti, l’operazione letteraria è mossa da una decisa attitudine a moralizzare e abbellire (Roger Chartier, 2005). Scompaiono le asperità della sussistenza arcaica e della stratificazione servile: i «porci» di Eumeo si convertono elegantemente in «madri feconde», e lo stesso «porcaio» viene nobilitato in «custode» o designato esclusivamente con il suo nome, estirpando il marchio della degradazione economica. Allo stesso modo, le relazioni sessuali e l’abuso materiale – come i rapporti tra le ancelle di Penelope e i Proci, o l’unione libidica tra Marte e Venere nel canto di Demodoco- vengono, interamente, neutralizzate e spogliate di ogni carica carnale. Ciò che emerge non è l’eroe polimorfo e violento del mito, ma un Ulisse pacificista, un buon patriota e un monarca illuminato, interamente epurato da quel fondo «barbaro» che ne costituiva l’autentico statuto d’azione.
La pragmatica del campo sociologico e i dispositivi analitici
Esaminando l’oggetto di studio attraverso le lenti delle moderne pragmatics linguistiche e della critica letteraria analitica, si riscontra come l’interprete non istituisca un rapporto dialogico con la storicità omerica, ma imponga un monologo assimilatore che riflette le strutture di potere del suo tempo. Sul piano micro-testuale, il traduttore manipola sistematicamente gli illocutionary acts (atti illocutori) e impiega precise cornici di framing (incastonamento ideologico) ad orientare la ricezione politica del testo. Un esempio lampante di questo intervento repressivo si colloca nel libro XVI, dove viene deliberatamente espunta e omessa la traduzione dei versi in cui i Proci esplicitano il loro disegno criminoso e predatorio: «teniamoci noi la sua sostanza e le sue ricchezze, e dividiamoci tra noi ogni cosa» (Pindemonte, II, 1882). L’esibizione di una simile amoralità economica e di un’appropriazione violenta avrebbe violato il decoro della classe dominante, incrinando la stabilità del quadro precostituito. L’universo originario dell’Odissea presentava un protagonista costituzionalmente legato allo statuto della pirateria e alla legittimità del saccheggio come dinamica d’accumulazione arcaica (Moses I. Finley, 1978 o Irad Malkin, 2011). Si consideri la citazione significativa che descrive l’assalto alle comunità stanziali: «la distruzione della città e l’uccisione degli abitanti maschi e la cattura in schiavitù delle donne» (Pindemonte, II, 1882), un contesto in cui la popolazione femminile viene esplicitamente «omologata agli oggetti preziosi razziati» (Moses I. Finley, 1978). Questa normatività del sangue viene rigettata dall’adattamento neoclassico. Pindemonte forza il testo attraverso formule stereotipate, introducendo l’epiteto fisso «il saggio Ulisse» e attribuendogli enunciati intrisi di «mitezza», di «pacifico regno» e di una «pace tranquilla». L’antico pirata viene riconvertito nel magistrato ottimale dell’Europa sette-ottocentesca. Questo processo trova un corrispettivo rigoroso nella storia sociale dell’arte: tra il Quattrocento e il Settecento, artisti come Mantegna, Perugino, Jordaens, Tintoretto o David riducono Atena a una fredda personificazione allegorica della Sapienza di Stato, occultando la sua spaventosa natura antropologica di «predatrice guida dell’esercito» e divinità che «ama i clamori e guerre e battaglie».
Cartografie del consumo: neuroestetica e habitus di classe
Il dibattito scientifico fiorito nel venticinquennio compreso tra il 2000 e il 2026 ha profondamente rinnovato lo studio della ricezione letteraria, integrando la critica analitica con i modelli interpretativi della sociologia dell’arte e della neuroestetica. Gli studiosi di questo periodo hanno decostruito l’illusione della neutralità del traduttore, interpretando le sue scelte formali come l’espressione di un preciso habitus di classe (secondo la classica accezione sociologica di Gouanvic, Inghilleri, Hermans. Vorderobermeier o Venuti). Nella traduzione di Pindemonte Telemaco viene progressivamente sottratto alla dimensione eroico-genealogica dell’originale omerico e ricondotto a un modello pedagogico neoclassico: la sua crescita non appare soltanto come effetto dell’intervento divino di Atena, ma come manifestazione di un carattere disciplinato dal senno, dalla ragione e dalla buona educazione. Il giovane figlio di Odisseo diviene il paradigma del «buon figliuolo», figura in cui l’eroismo arcaico viene riletto attraverso le categorie morali dell’Illuminismo tardo e del classicismo ottocentesco. Parallelamente, l’approccio neuroestetico illumina le reazioni emotive e cognitive indotte da questa operazione di levigatura stilistica. Il testo omerico originario, con la sua esibizione di corpi straziati, cannibalismo rituale e fluidità erotica- come la relazione sensuale con Calipso in un paradiso naturale «tale da poter incantare perfino gli dèi»- attiva nel ricevente una forte stimolazione legata alla categoria del disturbante (unheimlich) (Piero Boitani, 1992). L’adattamento borghese opera una bonifica cognitiva ed emotiva: eliminando le componenti caotiche del mito, stabilizza la risposta neuronale del pubblico dell’epoca, conducendola entro i binari protetti di una gratificante e prevedibile catarsi neoclassica. I marcatori testuali individuati dalla critica analitica- la reiterazione ossessiva di qualificazioni iperboliche come «sovrumano provvido» o «saggio» distribuite chirurgicamente nei canti VII, VIII, XIII, XVI, XVII, XVIII, XXI e XXII- fungono da dispositivi di condizionamento volti a immunizzare il lettore dalla tragica complessità dell’archetipo greco.
Egemonia culturale e il controllo dell’alterità tragica
L’operazione pindemontiana deve essere letta, con gli strumenti della teoria della traduzione e della filosofia contemporanea del negativo, come una forma di domesticazione culturale: la violenza, l’ambivalenza e l’eccedenza disturbante dell’epos omerico vengono ricomposte entro un codice morale fondato su ragione, educazione e misura. In termini vicini a Han, la traduzione tende a espellere il negativo (Byung-Chul Han, 2016); in termini venutiani, essa rende familiare l’alterità straniera (Lawrence Venuti, 1998); in termini rancièreiani, redistribuisce il campo del sensibile dell’opera antica (Jacques Rancière, 2017). Il disperato tentativo di occultare la componente dionisiaca dell’eroe omerico, costringendola entro una griglia morale preordinata evoca la celebre condanna che Friedrich Nietzsche mosse all’approccio platonico verso la poesia. Esattamente come il filosofo della Repubblica intendeva purificare i poeti e censurare le loro storie sugli dèi per farne degli utili strumenti di educazione e di ordine sociale nella polis, così il traduttore ottocentesco esilia la verità storica dell’antichità per assecondare le esigenze pedagogiche e morali della classe egemone, addomesticando la parola per renderla idonea alle conversazioni dell’alto clero. In una prospettiva sociologica e filosofica contemporanea, l’operazione traduttiva di Pindemonte può essere interpretata come una forma di appropriazione simbolica dell’alterità arcaica: non una semplice trasposizione linguistica, ma un processo di ricodificazione attraverso cui la violenza, l’instabilità e l’eccedenza tragica del mondo omerico vengono rese compatibili con gli orizzonti morali ed estetici della cultura ricevente. In termini vicini a Venuti, la traduzione agisce secondo una logica di domesticazione dell’alterità (Lawrence Venuti, 1998); in termini hartoghiani, modifica il regime di storicità dell’opera, riconducendo il passato entro le categorie del presente (François Hartog, 2003). La trasformazione di Telemaco in modello di ragione, misura e buona educazione deve essere letta, con Han (Byung-Chul Han, 2016) e Rosa (Hartmut Rosa, 2018), come una progressiva espulsione del negativo e una conversione dell’indisponibile in oggetto culturalmente controllabile. La complessità tragica dell’epica- fondata su conflitto, vulnerabilità e violenza non risolta- viene riorganizzata entro una grammatica pedagogica che, come osserva Nussbaum (Martha C. Nussbaum, 2001), rischia di impoverire la funzione morale delle emozioni tragiche. Pindemonte si rapporta al testo originale non con la postura del testimone storico, ma con quella del colonizzatore nei confronti del colone, o del sovrano nei confronti del suddito. Il mondo frastagliato e problematico di Omero viene espropriato della sua storicità e convertito in un feticcio ideologico, un alter ego narcisisticamente glorificato in cui l’aristocrazia del tempo riuscisse a specchiarsi per trovare una legittimazione estetica e morale. L’antico signore di Itaca viene così privato della sua complessità e trasformato in una rassicurante figura patriarcale, «a tutti padre / Più assai, che Re», compiendo un atto di normalizzazione che azzera la distanza critica e impone un monologo conformista sul panorama selvaggio del mito.
Conclusioni: la favola borghese e la fine del conflitto
Per riassumere l’intera questione con maggiore chiarezza e con parole più semplici, possiamo dire che l’Odissea giunta ai lettori dell’Ottocento descrive i desideri, le paure e i valori dell’alta società del tempo molto più di quanto non spieghi la realtà del mondo di Omero. Il traduttore ha scelto deliberatamente di non fare un’operazione storica; ha preso un poema antico, ruvido e violento e lo ha costretto a parlare la lingua educata dei nobili e dei preti della sua epoca. Ulisse cessa così di essere un pirata ambiguo ed egoista, pronto a uccidere e saccheggiare per sopravvivere, e diventa un perfetto re saggio, un padre devoto e un governante illuminato guidato solo dal senso del dovere. Ogni traccia di crudezza materiale- come i maiali di Eumeo nascosti sotto espressioni eleganti, le minacce di morte dei Proci censurate per non turbare i lettori, o la sessualità esplicita delle dee e delle ancelle- viene sistematicamente cancellata o addolcita. In conclusione, la traduzione si rivela un grande monologo culturale: l’autore ha rifiutato di fare i conti con la diversità e la violenza dell’antichità, preferendo trasformare un mito potente e feroce in una rassicurante e piacevole favola morale adatta ai salotti della buona società.
© Ivan Pozzoni
