Il corpo che risponde: fisiologia, pragmatica e costruzione dell’azione
L’essere umano ama attribuirsi la paternità delle sue azioni, quando deve risponderne davanti a un tribunale, a una comunità o alla propria coscienza. La libertà diventa una firma apposta, a posteriori, su processi che non sempre sono stati governati consapevolmente. Fra la contrazione muscolare e la dichiarazione «l’ho voluto», fra l’impulso e la giustificazione, si apre lo spazio teorico nel quale collocare Ivan Pavlov (1849-1936): non come teorico dell’irresponsabilità universale, come fisiologo che ha contribuito a rendere scientificamente investigabili le condizioni dell’apprendimento. La domanda fondamentale è se conoscere i meccanismi causali di un comportamento significhi dissolvere la responsabilità di chi lo compie. La risposta richiede di distinguere la spiegazione dell’azione dalla sua valutazione morale e giuridica. Nel testo Conditioned Reflexes: An Investigation of the Physiological Activity of the Cerebral Cortex (traduzione di G. V. Anrep, Oxford University Press, 1927), Pavlov presenta un programma di ricerca fondato sull’osservazione oggettiva dell’attività nervosa. La sua formulazione iniziale recita: «The cerebral hemispheres stand out as the crowning achievement in the nervous development of the animal kingdom» («Gli emisferi cerebrali si distinguono come il coronamento dello sviluppo nervoso del regno animale»). Il cervello non viene assunto come un misterioso teatro interiore, come un sistema biologico complesso, la cui attività deve essere indagata attraverso relazioni regolari fra condizioni ambientali e risposte dell’organismo. L’operazione epistemologica è rilevante: ciò che sembrava appartenere esclusivamente all’interiorità diventa, in parte, oggetto di osservazione sperimentale. La scoperta del riflesso condizionato si fonda sulla possibilità che uno stimolo neutro acquisisca una funzione segnaletica dopo essere stato associato ripetutamente a uno stimolo capace di provocare una risposta innata. La salivazione del cane, diventata l’emblema del pavlovismo, è il fenomeno riconoscibile di un problema generale: l’organismo impara a reagire a segnali che anticipano eventi biologicamente significativi. Nella seconda lezione dell’opera, Pavlov sintetizza il problema della ricerca parlando di «Unconditioned and conditioned reflexes» («Riflessi incondizionati e condizionati»). La distinzione, apparentemente elementare, impedisce di confondere la risposta originaria con quella acquisita e introduce una genealogia fisiologica della condotta. La cautela terminologica è decisiva. Un riflesso condizionato non equivale a un’abitudine complessa; un’abitudine non equivale a un’intenzione; un’intenzione non coincide con una decisione libera da condizionamenti. Il passaggio fra queste categorie richiede prove ulteriori. L’abuso interpretativo comincia quando un modello sperimentale circoscritto viene trasformato in una metafisica universale dell’essere umano. Se tutto è riflesso, nulla sembra imputabile; se nulla è imputabile, il linguaggio della responsabilità diventa una finzione amministrativa. Questa conclusione non deriva dagli esperimenti di Pavlov: viene aggiunta dall’interprete attraverso un’inferenza che eccede le premesse. La pragmatica linguistica (pragmatics) è una disciplina che considera gli enunciati non soltanto per il loro significato letterale, ma anche per le condizioni d’uso, le intenzioni comunicative e gli effetti prodotti nel contesto. La frase «Non potevo fare altrimenti» non è una descrizione fisiologica autosufficiente. È un atto linguistico che funziona come confessione, protesta, richiesta di comprensione o strategia di esonero. L’espressione acquista valore pragmatico in rapporto alla situazione, all’identità di chi parla, alle aspettative dell’interlocutore e alle conseguenze dell’enunciazione. La medesima sequenza verbale è idonea a descrivere un’autentica perdita di controllo oppure tentare di ottenere una riduzione della colpa. La distinzione fra contenuto proposizionale e forza illocutoria, sviluppata nella filosofia del linguaggio ordinario, aiuta a separare ciò che una persona afferma da ciò che fa affermandolo. Nel discorso giudiziario, la dichiarazione «È stato un impulso» non dimostra da sola l’esistenza di un automatismo irresistibile: identifica una possibile interpretazione della condotta e sollecita chi ascolta a riconoscerla. La prova deve riguardare il comportamento, le condizioni in cui si è verificato, le capacità effettive dell’agente e gli elementi disponibili per ricostruirne la dinamica. La retorica dell’impulso può essere vera, falsa o parzialmente vera; la sua efficacia comunicativa non ne certifica l’attendibilità. La critica letteraria analitica consente di osservare la stessa struttura nei personaggi narrativi. Occorre distinguere almeno tre livelli: la sequenza degli eventi, l’attribuzione di stati mentali al personaggio e la valutazione del narratore o del lettore. Una condotta descritta come involontaria non diventa involontaria perché il narratore la definisce tale. Il testo è idoneo a disseminare indizi contraddittori, alternare motivazioni dichiarate e comportamenti incompatibili, oppure affidare a un personaggio una spiegazione interessata della sua azione. L’analisi delle inferenze narrative mostra come la responsabilità sia anche un problema di attribuzione: che informazioni possediamo, che intenzioni possiamo ragionevolmente ricostruire e che elementi restano indeterminati? Il pavlovismo introduce una disciplina della spiegazione: osservare le regolarità senza confondere la regolarità con la necessità assoluta. Il suo significato filosofico emerge quando si rifiuta di usarlo come lasciapassare per ogni determinismo. L’organismo risponde all’ambiente, la condotta umana comprende livelli di organizzazione che non possono essere dedotti direttamente dal paradigma della salivazione. La questione della responsabilità comincia quando si domanda che capacità di controllo, previsione, apprendimento e correzione siano effettivamente presenti in un agente concreto.
L’architettura dell’automatismo: neuroscienze, imputabilità e potere
Il problema diventa complesso quando la fisiologia incontra le neuroscienze cognitive. La condotta non è il risultato di un unico comando centrale che impartisce ordini a un organismo passivo: emerge dall’interazione fra processi neurali, segnali corporei, memoria, apprendimento, contesto e regolazione dell’azione. L’automatismo costituisce una componente ordinaria della vita mentale, non un’anomalia. Camminare, riconoscere configurazioni familiari, orientare l’attenzione e rispondere a segnali appresi richiedono un’elaborazione che non raggiunge integralmente la coscienza. Da questa constatazione non discende che ogni azione sia involontaria. Occorre distinguere la mancata consapevolezza di un processo dalla perdita della capacità di governare il comportamento. Daniel M. Wegner, in The Illusion of Conscious Will (MIT Press, 2002), affronta il rapporto fra esperienza soggettiva della volontà e meccanismi che producono l’azione. Il sentimento di essere autori di un gesto non costituisce una registrazione infallibile di tutte le sue cause. La coscienza riesce a ricostruire, interpretare o attribuire a posteriori una relazione fra pensiero e comportamento. Il contributo di Wegner non impone di dichiarare inesistente la volontà: invita a trattare il senso di agency come un fenomeno psicologico da spiegare. La domanda diventa quali condizioni rendano affidabile l’attribuzione di un’azione a un agente, quali segnali vengano utilizzati per formulare tale attribuzione e quando l’esperienza soggettiva possa divergere dalla dinamica effettiva. Il confronto con Antonio Damasio consente di evitare una caricatura del cervello come macchina separata dall’organismo. In The Feeling of What Happens: Body and Emotion in the Making of Consciousness (Harcourt Brace, 1999), la coscienza viene indagata attraverso il rapporto fra corpo, emozioni e costruzione dell’esperienza. La corporeità non è un accessorio che la ragione potrebbe espellere: partecipa alla regolazione e alla valutazione delle situazioni. Il soggetto responsabile non è un’entità disincarnata, libera da ogni causalità biologica, è un organismo inserito in un ambiente e dotato, in misura variabile, di capacità di apprendimento, previsione e controllo. In termini neurocognitivi, bisogna distinguere quattro dimensioni: l’elaborazione inconscia degli stimoli, la formazione di una risposta, la consapevolezza della risposta e la possibilità di modificarla. Queste dimensioni sono in grado di dissociarsi. Una persona può avvertire un impulso senza eseguirlo; può eseguire un gesto abituale senza deliberazione esplicita; può riconoscere un errore e correggersi; può trovarsi in una condizione patologica che compromette seriamente il controllo. La responsabilità dipende dalla configurazione concreta di queste capacità, non dalla semplice presenza di un processo automatico. L’espressione «l’ha fatto il cervello» è, sotto questo profilo, un’operazione linguistica curiosa: presenta come antagonisti il cervello e la persona, benché l’attività cerebrale sia una componente costitutiva dell’agente. Dire che un comportamento ha una causa neurale non equivale a individuare un soggetto estraneo che avrebbe agito al posto della persona. Il problema è: quali meccanismi hanno prodotto la condotta, quale controllo era disponibile e in che misura l’agente poteva riconoscere, inibire o correggere la propria risposta? La distinzione giuridica fra causalità e imputabilità deve restare salda. La spiegazione causale ricostruisce i fattori che hanno contribuito a un evento; il giudizio di responsabilità valuta una condotta alla luce di criteri normativi e delle capacità dell’agente. Nel diritto penale italiano, l’articolo 85 del codice penale richiede, per l’imputabilità, la capacità di intendere e di volere. Gli articoli 88 e 89 disciplinano il vizio totale e quello parziale di mente, secondo i presupposti previsti dalla legge. Non basta pertanto invocare un’abitudine, un impulso o un condizionamento per escludere l’imputabilità: occorre verificare se sussistano le condizioni giuridiche e probatorie pertinenti. Il modello pavloviano, da solo, non è idoneo sostituire la valutazione clinica e giuridica individuale. La stessa cautela vale sul libero arbitrio. Il dibattito filosofico contrappone, fra le altre posizioni, il determinismo, l’incompatibilismo e il compatibilismo. Quest’ultimo considera possibile attribuire responsabilità a un agente anche se le sue azioni possiedono cause, purché siano soddisfatte condizioni rilevanti di controllo, comprensione e risposta alle ragioni. Non è necessario risolvere ogni controversia metafisica sulla libertà per riconoscere differenze pratiche fra una reazione inevitabile, un comportamento abituale modificabile e una decisione presa dopo aver valutato alternative. L’analisi della responsabilità guadagna precisione quando smette di pretendere una risposta assoluta alla domanda «siamo liberi?» e comincia a chiedere «quale controllo era possibile in questa situazione?». Il pavlovismo possiede una dimensione politica. Il condizionamento non si svolge soltanto nel laboratorio: l’ambiente sociale distribuisce premi, sanzioni, segnali di prestigio, minacce e occasioni di apprendimento. La ripetizione di una ricompensa può stabilizzare una condotta; l’esposizione sistematica a una punizione può modificarla; un gruppo può rendere alcune risposte socialmente desiderabili e altre costose. Non occorre supporre un programma onnipotente di manipolazione per riconoscere che le istituzioni contribuiscono a organizzare le condizioni nelle quali le persone apprendono a comportarsi. Michel Foucault, in Surveiller et punir (Gallimard, 1975), analizza la disciplina come tecnologia di organizzazione dei corpi, dei tempi e degli spazi. La sua celebre definizione del corpo docile – «un corps qu’on peut soumettre, utiliser, transformer et perfectionner» («un corpo che si può assoggettare, utilizzare, trasformare e perfezionare»)- mostra come il controllo sociale non debba presentarsi come ordine esplicito. Può essere incorporato nella routine, nella distribuzione delle attività e nella ripetizione di gesti valutati come corretti. Il confronto con Pavlov è produttivo se resta analogico: la disciplina istituzionale non coincide con il condizionamento sperimentale, entrambi permettono di interrogare il rapporto fra ambiente, ripetizione e formazione delle risposte. La sociologia e l’antropologia dell’arte offrono un ulteriore terreno d’indagine. Le pratiche artistiche organizzano l’attenzione attraverso convenzioni, ritmi, forme, rituali e aspettative condivise. Un genere musicale può predisporre determinate risposte corporee; una sequenza cinematografica può costruire tensione attraverso l’attesa e la ricorrenza; un’immagine politica può associare ripetutamente un simbolo a un’emozione collettiva. Questi effetti non sono tutti riflessi pavloviani: comprendono apprendimento culturale, interpretazione, memoria autobiografica e appartenenza sociale. Il concetto di condizionamento diventa utile quando identifica una dimensione del fenomeno, non quando pretende di esaurirlo. L’opera d’arte consolida automatismi percettivi, riuscendo anche a interromperli. Una struttura narrativa prevedibile conferma l’orizzonte d’attesa; una deviazione formale costringe il fruitore a riorganizzare l’attenzione. Nella critica letteraria analitica, questo processo deve essere descritto attraverso lo scarto fra aspettativa e realizzazione, la revisione delle inferenze e la ristrutturazione del modello mentale con cui il lettore interpreta un testo. La ripetizione produce familiarità; la sorpresa rende visibile la convenzione. In questa prospettiva, l’arte non è uno strumento di condizionamento: rende percepibili i dispositivi che condizionano la percezione. La politologia dell’arte deve distinguere la propaganda dalla pluralità delle pratiche estetiche. Un apparato propagandistico è atto a utilizzare slogan, immagini e rituali per stabilizzare associazioni fra simboli, nemici, paure e identità collettive. La ripetizione mira a ridurre l’incertezza interpretativa e a rendere immediata una determinata risposta. La produzione artistica non è subordinata a questo obiettivo: riesce a incrinare l’identificazione prescritta, moltiplicare i significati o mettere in scena la contraddizione. Il criterio decisivo non è l’esistenza di una risposta emotiva, ma il rapporto fra la forma dell’opera, le condizioni sociali della sua ricezione e le possibilità interpretative che essa apre o restringe. Il linguaggio stesso è parte di questa politica. Le formule «è naturale», «si è sempre fatto così» e «non esistono alternative» possono trasformare una convenzione storica in una necessità apparente. Sul piano pragmatico, tali espressioni non si limitano a descrivere: delimitano ciò che viene presentato come discutibile. L’analisi del discorso deve chiedere chi abbia interesse a naturalizzare una pratica, quali premesse vengano lasciate implicite e quali alternative siano rese invisibili. Il riflesso, in questo contesto, diventa una metafora critica della risposta socialmente appresa; non deve essere assunto come diagnosi neurologica senza evidenze specifiche. La responsabilità dell’agente si colloca allora fra due riduzionismi. Il primo attribuisce ogni azione a una volontà sovrana, come se storia personale, corpo e ambiente non avessero alcun peso. Il secondo dissolve la persona in una catena causale che renderebbe irrilevanti la deliberazione e la correzione. Entrambi cancellano una parte del problema. Un soggetto è condizionato, ma può anche imparare a riconoscere i propri automatismi; è inserito in rapporti di potere, ma può comprenderli e talvolta modificarli; agisce in condizioni che non ha scelto, ma la sua capacità di rispondere a esse deve essere valutata caso per caso. La libertà concreta non richiede l’assenza di cause: richiede un’analisi rigorosa delle capacità e dei vincoli che strutturano l’azione.
Dalla spiegazione alla responsabilità: che cosa resta della libertà?
Il percorso permette di ricavare una conclusione semplice. Pavlov ha contribuito a mostrare che il comportamento è influenzato da relazioni apprese fra stimoli e risposte. Le neuroscienze hanno ampliato lo studio degli automatismi, della coscienza e del controllo dell’azione. La pragmatica ha chiarito che le dichiarazioni con cui spieghiamo le nostre condotte sono atti comunicativi, mentre la sociologia ha mostrato quanto l’ambiente sociale contribuisca a formare abitudini e aspettative. Nessuna di queste prospettive autorizza, da sola, a concludere che la responsabilità individuale sia sempre presente oppure sempre assente. L’alibi del riflesso nasce quando una spiegazione parziale viene trasformata in un’esenzione generale. «Ho reagito automaticamente» può essere una descrizione corretta, ma occorre stabilire che cosa sia accaduto, quali possibilità di controllo esistessero e quanto l’agente fosse in grado di prevedere o correggere la propria condotta. La spiegazione scientifica non sostituisce questa verifica: contribuisce a renderla precisa. Il problema, dunque, non consiste nello scegliere fra un individuo completamente libero e un organismo completamente determinato. Consiste nel riconoscere che le persone agiscono attraverso meccanismi biologici, apprendimenti e relazioni sociali, conservando capacità di controllo che possono variare da una situazione all’altra. Comprendere le cause di un comportamento non significa assolverlo automaticamente; significa disporre di strumenti migliori per giudicarlo. Il riflesso spiega una parte dell’azione. La responsabilità comincia quando si indaga, senza pregiudizi, tutto ciò che quella spiegazione non riesce a chiarire.
© Ivan Pozzoni
