Il potere come costruzione instabile
H visto “La trama fenicia”, e credo che Wes Anderson realizza uno dei suoi film più compatti e, allo stesso tempo, più inquieti. L’impressione iniziale è quella di un’opera costruita secondo coordinate riconoscibili, ma progressivamente emerge una tensione più fredda, più politica, meno nostalgica rispetto ai lavori precedenti.
Ambientato negli anni Cinquanta, il film segue Anatole “Zsa-Zsa” Korda, interpretato da Benicio del Toro, magnate internazionale sopravvissuto a numerosi tentativi di omicidio. Uomo d’affari senza scrupoli, Korda ha costruito il proprio impero su relazioni opache, influenze politiche e operazioni economiche aggressive. Dopo l’ennesimo attentato, decide di portare a termine il suo progetto più ambizioso, il cosiddetto Piano Fenicio, un’imponente operazione infrastrutturale che coinvolge porti, industrie e reti commerciali in una regione politicamente fragile.
Accanto a lui compare la figlia Liesl, interpretata da Mia Threapleton, novizia cattolica con cui il protagonista mantiene un rapporto distante e irrisolto. Il viaggio che i due intraprendono per incontrare finanziatori e intermediari diventa il nucleo narrativo del film, scandito da incontri episodici e da un progressivo emergere di sospetti, tensioni e fragilità.
Il cast corale, tipico del cinema di Anderson, include anche Michael Cera, Tom Hanks, Scarlett Johansson, Benedict Cumberbatch e Bryan Cranston, presenze che contribuiscono a costruire un universo popolato da figure eccentriche, ma mai realmente centrali. I personaggi entrano ed escono dalla narrazione come ingranaggi di un sistema più grande, rafforzando la sensazione di una struttura narrativa volutamente frammentata.
Dal punto di vista tecnico, Anderson mantiene il suo impianto stilistico riconoscibile: inquadrature simmetriche, movimenti di macchina controllati, composizioni geometriche e una palette cromatica calibrata, qui più tenue e meno nostalgica rispetto a film come The Grand Budapest Hotel o Asteroid City. La fotografia privilegia ambienti chiusi, spazi organizzati, architetture artificiali che riflettono il tentativo del protagonista di ordinare il mondo secondo logiche economiche e strategiche.
Il montaggio procede per blocchi narrativi, quasi capitoli autonomi, costruendo una struttura episodica che evita una progressione lineare tradizionale. Questo ritmo contribuisce a generare una sensazione di sospensione: il progetto cresce, ma il significato si fa sempre più incerto.
Particolarmente significativa è la sequenza dell’esperienza ultraterrena vissuta dal protagonista dopo uno degli attentati. Anderson la costruisce con sobrietà, evitando ogni spettacolarizzazione, il tempo sembra fermarsi, e il film introduce una dimensione morale che resta irrisolta.
Il rapporto tra padre e figlia diventa così il contrappunto più silenzioso della narrazione, Liesl non rappresenta un’opposizione esplicita, ma una presenza che mette in crisi l’intero sistema costruito da Korda. Il sospetto legato alla morte della madre non viene sviluppato come elemento melodrammatico, ma rimane un’ombra costante, mai completamente chiarita.
Nella La trama fenicia l’ironia è più trattenuta, la malinconia meno evidente, l’attenzione spostata dalle dinamiche emotive alle strutture di potere. Il capitalismo, nel film, non è solo un tema, ma una costruzione ordinata che rivela progressivamente la propria precarietà.
Il risultato è un’opera che osserva il potere senza spettacolarizzarlo, che costruisce tensione attraverso il controllo formale e che lascia emergere, sotto la precisione estetica, una sensazione di instabilità costante. Anderson con La trama fenicia realizza, a mio avviso, un film interessante.
Katia Ciarrocchi
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