La sintassi del confine e la sanzione dell’umano di Ivan Pozzoni

La sintassi del confine e la sanzione dell’umano. Antropologia della forma e dispositivi di rettifica nel magistero di Ottavio Colecchi

La sanzione della cultura e la purificazione del dato noumenico

Ogni struttura culturale, esaminata sotto la lente dell’antropologia filosofica e del pragmatismo analitico, si configura come un sistema di enunciati volti a perimetrare la validità dell’esperienza umana e a neutralizzare i pervertimenti della speculazione dogmatica. Nella Napoli degli anni ’30 dell’Ottocento, un microcosmo intellettuale eccezionalmente denso e paragonabile, per fermento, a Londra e Parigi, la riflessione filosofica si converte in un laboratorio antropologico in cui la ricezione della rivoluzione copernicana kantiana diventa un atto di posizionamento politico/civile contro la reazione borbonica e il controllo clericale (Girolamo Cotroneo, 1998 e Giuseppe Cacciatore, 2011). Quando la critica letteraria analitica si accosta all’oggetto di studio- la figura e la produzione testuale di Ottavio Colecchi- si imbatte in un radicale processo di bonifica logica operato contro le letture psicologiste dominanti. Il pensatore abruzzese, definito nella sua epigrafe tombale come «erroris et improbitatis hostis impensissimus» (nemico instancabile dell’errore e del vizio), attiva un dispositivo di purificazione testuale mirato a sradicare sensualismo ed empirismo dogmatico dalle coordinate del dibattito meridionale. I meccanismi di questa rettifica semantica agiscono attraverso una critica serrata dei testi del suo grande avversario teoretico, Pasquale Galluppi: «[…] La natura delle cose è secondo tutti i filosofi ignota: vale a dire che le cose non si percepiscono come sono in se stesse, ma come appariscono. Or io domando: sono l’esterne cose che si offrono in un modo diverso da quello che realmente sono, o è l’io che diversamente le percepisce? È l’io sicuramente. L’io pone dunque negli oggetti qualche cosa per parte sua, gli riveste di alcuna sua forma, la quale in conseguenza è soggettiva […]» (Ottavio Colecchi, 1840). Dal punto di vista della pragmatica del testo, l’operazione colecchiana si qualifica come una sanzione empirica volta a smascherare l’illusione di una «percezione immediata» dell’oggettività esterna. Laddove Galluppi pretendeva di ancorare l’antropologia della conoscenza a un’esperienza primitiva capace di afferrare direttamente l’in-sé delle cose, l’analisi strutturale di Colecchi dimostra l’impossibilità logica di scavalcare le funzioni del pensiero. La natura profonda dell’essere, il noumeno, resta strutturalmente un’incognita, una x logica; l’essere umano coglie esclusivamente il fenomeno, ossia la manifestazione delle cose formata e rivestita dalle proprie categorie soggettive. Questo processo di riallineamento al rigore formale depura l’antropologia da ogni residuo psicologico, restituendo alle forme pure dell’intelletto (spazio, tempo, sostanza, causa) il loro primato regolativo sull’esperienza.

La pragmatica degli speech acts e il framing dell’autonomia umana

Attraverso gli strumenti della filosofia del linguaggio contemporanea, emerge con chiarezza come il testo filosofico colecchiano non sia una piatta esegesi, ma un dispositivo performativo volto a modificare la forza illocutoria degli illocutionary acts (atti illocutori) morali e antropologici. L’autore applica precisi meccanismi di framing (incastonamento concettuale) a confutare le dottrine utilitariste ed eudemoniste allora egemoni in Europa, incarnate dalle filosofie di David Hume e Gian Domenico Romagnosi. Colecchi rigetta l’idea secondo cui «la stima e l’approvazione morale sia fondata principalmente sulla utilità di una qualità o di un’azione» (Ottavio Colecchi, 1838), individuando in questo principio una riduzione utilitaristica dell’antropologia umana e una minaccia all’universalità della ragione pratica. La pragmatica della legge morale esige uno statuto d’azione interamente svincolato dalle condizioni sensitive e dal calcolo egoistico del vantaggio. Colecchi, isolando i marcatori linguistici del dovere, evidenzia come l’onesto e il giusto siano evidenti di per sé all’intelletto, configurandosi come un «fatto primitivo della ragione» (Ottavio Colecchi, 1838). Si consideri la citazione significativa che descrive questa evidenza immediata:  «Propongasi in un esempio ad un fanciullo di dieci anni l’immagine della virtù pura, e si vedrà egli nel modo stesso come la mano destra dalla sinistra distingue, giudicherà sanamente della virtù e del vizio» (Ottavio Colecchi, 1838). Questa intuizione originaria isola l’«uomo interno» dominato dal dovere dalle contingenze dell’«uomo esterno» dominato dal bisogno e dall’utilità. Kant, in Kritik der reinen Vernunft, asserisce: «[…] das Schema sinnlicher Begriffe (als der Figuren im Raume) ist ein Produkt und gleichsam ein Monogramm der reinen Einbildungskraft a priori, wodurch und wonach die Bilder allererst möglich werden […]» (Immanuel Kant, 1781). Per circoscrivere questa autonomia, Colecchi compie un’operazione di chirurgia logica anche sullo schematismo kantiano, considerandolo un’aggiunta superflua e un’involuzione verso la dottrina medievale delle immagini-idee. Forte della sua rigorosa preparazione matematica, egli propone un rovesciamento metodologico: non un percorso dall’universale al particolare, bensì un avanzamento «dal particolare all’universale». Questo ancoraggio alla storicità e al particolare instaura un dialogo, per molti aspetti anticipatore, con le teorie contemporanee della normatività linguistica (Robert Brandom, John McDowell o Judith Butler) e con le recenti critiche al paradigma del close reading (Franco Moretti, Rita Felski, Stephen Best e Sharon Marcus), mostrando come la norma antropologica si ridefinisca costantemente attraverso la trasformazione storica dei codici culturali.

Neuroestetica della ricezione e habitus del sublime storico

Il dibattito scientifico fiorito nel venticinquennio compreso tra il 2000 e il 2026 ha profondamente rinnovato l’esegesi del criticismo meridionale, incrociando la critica letteraria analitica con la neuroestetica e la sociologia/antropologia dell’arte. Gli studiosi di questo periodo hanno decostruito l’illusione della neutralità delle forme estetiche, interpretando la ricezione colecchiana della Kritik der Urteilskraft (Immanuel Kant, 1790) – mediata attraverso le categorie di Friedrich Schiller- come un sofisticato modello di controllo, attivazione e modulazione emozionale.  In questa prospettiva, la transizione dal bello al sublime funziona come una bonifica cognitiva contro l’influenza di un «gusto ammollito» e le reti di una sensualità raffinata che tiene schiavo l’intelletto. Il testo della storia universale, inteso antropologicamente come il teatro in cui si notano più le scene del conflitto disumano sia delle forze naturali che della libertà («Il mondo come oggetto storico, non è altra cosa nel fondo che il conflitto delle forze naturali tra loro, e con la libertà dell’uomo. Fin qui la storia ci ha trattenuti più sovente de’ grandi moti della natura (ne’ quali bisogna comprendere le umane passioni) che de’ grandi moti della ragione autonoma») (Ottavio Colecchi, 1836), produce nel ricevente una forte stimolazione emotiva legata al perturbante e al caos. Di fronte allo spettacolo distruttivo del mondo – si pensi alla caduta di Cartagine o di Siracusa- l’attivazione del sentimento del sublime spezza la paralisi biologica: riconoscendo nella bizzarria della natura l’immagine della sua indipendenza dalle condizioni sensibili, l’individuo scopre la sua libertà morale. L’arte, nel suo carattere imitativo, supera la natura stessa poiché possiede «L’istinto plastico, imitatore continuo, il quale non riceve alcuna impressione, senza procurar subito di esprimerla, questo istinto, io dico, ha sulla natura il gran vantaggio di trattar in particolare ciò che l’altra nel suo andamento generale non fa che di passaggio. […] Or tutta la magia del bello e del sublime non essendo che nell’apparenza, e non nel fondo, l’arte ha tutti i vantaggi della natura, senza portar alcuna delle sue catene» (Ottavio Colecchi, 1827). Questo impianto non solo stabilizza la risposta emotiva del lettore (analizzabile oggi attraverso i correlati neurali della ricezione estetica), ma plasma un vero e proprio habitus culturale: quello dell’intellettuale risorgimentale, capace di scorgere l’orizzonte del riscatto civile pur dentro lo spettacolo tragico e rovinoso della storia.

La convergenza speculativa e l’orizzonte dello storicismo

L’imponente lavoro di ridefinizione antropologica operato da Colecchi deve essere riletto in una prospettiva sorprendentemente affine alle riflessioni della Vergangene Zukunft sulla storicità dei concetti (Reinhart Koselleck, 1979), di Die Legitimität der Neuzeit sulla storicità delle immagini del mondo (Hans Blumenberg, 1966) e di Les Mots et les choses sulla storicità delle epistemi (Michel Foucault, 1966): non perché ne anticipi sistematicamente le dottrine, perché concepisce la razionalità e l’antropologia come storicamente determinate e continuamente rielaborate. Il tentativo di conciliare la rigidità dell’etica del dovere kantiana con la fluidità dello storicismo di Giambattista Vico rappresenta un’operazione ermeneutica d’avanguardia. Laddove la reazione borbonica sorvegliava con sospetto l’emergere del libero pensiero, Colecchi rintraccia nell’opera del filosofo della Scienza Nuova un idealismo latente, capace di sottrarre lo sviluppo civile al relativismo scettico. Vico, contemplando «l’uomo nell’uomo» al modo di Platone, dimostra come il diritto e la società riescano a convertire i vizi umani della forza, dell’avarizia e dell’ambizione nelle virtù civili della fortezza, dell’opulenza e della sapienza. Questa «leibnizzazione» e storicizzazione del criticismo anticipa, di decenni, le grandi correnti del Neokantianismus tedesco della seconda metà dell’Ottocento, evocando le soluzioni metodologiche di Ernst Cassirer, Hermann Cohen e Wilhelm Dilthey. Il pensiero colecchiano si configura come un ponte speculativo: aprendo il rigido criticismo alle istanze storiche, prepara il terreno per l’avvento dell’hegelismo in Italia. Non è un caso che dalla sua scuola privata di vico Papa siano usciti i più lucidi protagonisti della cultura dell’Italia unita, Silvio e Bertrando Spaventa, Luigi Settembrini e, sopratutto, Francesco De Sanctis. Quest’ultimo, applicando l’intuizione del maestro sulla profonda relazione tra arte e storia, scriverà la Storia della letteratura italiana, coronando lo sforzo di un’intera generazione e trasformando la parola estetica in un monumento della coscienza civile della nuova nazione.

Conclusioni: la rettifica del pensiero e il riscatto della libertà

Per riassumere l’intera questione con maggiore chiarezza e con parole semplici, possiamo dire che la filosofia di Ottavio Colecchi rappresenta un grande sforzo per fare ordine nel pensiero del suo tempo, difendendo la verità e la libertà morale contro le illusioni e gli errori dei filosofi passivi. Egli ha dimostrato che l’uomo non può conoscere le cose come sono in se stesse, ma solo per come appaiono attraverso le forme e le categorie della nostra mente. Di conseguenza, la conoscenza non è una ricezione dei dati esterni, ma un’attività energica e attiva dello spirito. Sul piano pratico e morale, questo significa che il bene e la giustizia non nascono dall’egoismo, dall’abitudine o dal calcolo dell’utilità materiale, ma sono iscritti direttamente nella ragione umana, come una legge universale che anche un bambino è in grado riconoscere. Nemmeno il disordine o le violenze della storia possono cancellare questa dignità: attraverso l’esperienza del sublime, l’uomo sperimenta il proprio distacco dai vincoli della natura e si riscopre costituzionalmente libero. In conclusione, l’insegnamento di Colecchi si rivela un dispositivo educativo e politico straordinario: unendo il rigore logico tedesco alla sensibilità storica italiana, egli ha insegnato a una generazione di giovani a non essere schiavi degli eventi, trasformando la filosofia in uno strumento di riscatto civile e di indipendenza interiore.

© Ivan Pozzoni

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