La legge dell’uragano: Jessie White Mario, il diritto vivente e la letteratura come atto di giustizia

La legge prima del codice: Jessie White Mario e la nascita letteraria del diritto vivente

La filosofia del diritto di Jessie White Mario non si presenta come un sistema giuridico ordinato in trattati, definizioni e proposizioni astratte. Il suo pensiero giuridico va cercato nella struttura complessiva della sua azione e nella forma dei suoi testi: nelle biografie, nelle corrispondenze giornalistiche, nelle denunce sociali, nelle inchieste sulla povertà, nelle pagine dedicate alle istituzioni e nella continua trasformazione dell’esperienza individuale in questione pubblica. Jessie è descritta come un’intellettuale animata dalla volontà di «capire, descrivere e intervenire negli eventi del suo tempo», in una società che negava alle donne piena partecipazione allo studio, al lavoro indipendente e alla politica. Da qui deriva il nucleo della sua possibile collocazione nel campo della Law and Literature. Il diritto non compare soltanto come insieme di norme positive. Compare come esperienza concreta della libertà, dell’esclusione, dell’autorità e della responsabilità istituzionale. La sua scrittura mette continuamente in relazione law in books e law in action: ciò che una comunità dichiara attraverso le sue norme e ciò che accade realmente ai corpi, ai lavoratori, alle donne, ai poveri e agli esclusi. Il suo pensiero diventa, quindi, particolarmente interessante per una filosofia del diritto contemporanea, perché obbliga a leggere la legalità attraverso le sue conseguenze sociali. La prima delle sue grandi frasi giuridicamente significative nasce proprio dall’esclusione. Quando le viene negato l’accesso agli studi medici in ragione del sesso, Jessie scrive: «Non andrò comunque in America […] per seguire quegli studi che l’Inghilterra mi rifiuta». E aggiunge che, dopo il dibattito suscitato dalla sua richiesta, sarebbe stato «molto improbabile» che una futura domanda collettiva di ammissione femminile fosse respinta (Women and Work, Bosworth & Harrison, 1857, 53-56). L’enunciato possiede una precisa struttura pragmatica. Non è una semplice narrazione autobiografica. È un performative challenge: l’atto di denunciare l’esclusione modifica il contesto nel quale la stessa esclusione può continuare a essere giustificata. Qui la White Mario incontra direttamente John Stuart Mill, la cui filosofia, secondo il documento, influenzò profondamente la sua formazione e contribuì al suo approdo a un «liberalismo democratico focalizzato sul miglioramento delle condizioni culturali ed economiche delle classi meno abbienti». In On Liberty (J. W. Parker and Son, 1859, 13), Mill scrive: «The only purpose for which power can be rightfully exercised over any member of a civilized community, against his will, is to prevent harm to others». La sovranità dell’individuo sul suo corpo e sulla sua mente diventa il limite teorico dell’autorità. Jessie White Mario traduce questo problema dalla filosofia alla biografia: se l’istituzione vieta alla donna l’accesso a una professione senza poter dimostrare un danno prodotto dalla sua ammissione, l’autorità rivela il suo carattere discriminatorio. La seconda citazione decisiva riguarda il suo principio generale d’azione: «Ciò che davvero le importa è che le sue azioni servano a migliorare la società». La documentazione insiste sul fatto che infermiera, giornalista, insegnante e scrittrice rappresentano funzioni diverse di un medesimo progetto civile. Questa formula permette di leggere I garibaldini in Francia (Tipografia di Giovanni Polizzi e C., 1871), La miseria di Napoli (Imagaenaria, 2005), Le miniere di zolfo in Sicilia («Nuova Antologia», 1894), Le opere pie e l’infanticidio legale (Stabilimento tipo-litografico A. Minelli, 1897), Agostino Bertani e i suoi tempi (Antilia, 2006), Vita di Garibaldi (Edizioni Studio Tesi, 1986) e Della vita di Giuseppe Mazzini (Astra, 1986) come sette momenti di una stessa ricerca sul rapporto fra persona, istituzione e storia. Il suo problema fondamentale coincide, in termini moderni, con quello della living law: una norma possiede un significato sociale soltanto dentro le pratiche che la interpretano, la applicano, la aggirano o la subiscono. Jessie White Mario osserva questo scarto continuamente. L’Unità d’Italia proclama una nuova comunità politica; le sue inchieste meridionali mostrano quanto la promessa nazionale rimanga incompiuta nella vita quotidiana. L’istituzione proclama assistenza; l’osservazione dell’infanzia abbandonata costringe a interrogare l’effetto reale dell’assistenza. Il diritto promette uguaglianza; la donna che chiede di studiare medicina incontra un confine stabilito dal genere. La suo law and literature nasce precisamente in questo intervallo tra parola normativa e corpo sociale. La letteratura diventa una forma di counter-narrative. Attraverso la narrazione, il soggetto marginalizzato riacquista presenza nel discorso pubblico. Attraverso il reportage, l’evento privato viene convertito in fatto politicamente rilevante. Attraverso la biografia, la vita individuale entra nella memoria giuridico-politica della nazione.

Il testo come azione: pragmatics, neuroscienza e politologia della testimonianza

La chiave analitica significativa a comprendere Jessie White Mario è offerta dalle pragmatics. Nei suoi testi il significato non coincide con il contenuto semantico dell’enunciato. Conta il contesto, conta il destinatario, conta ciò che una frase produce. Il suo linguaggio chiaro e diretto, che la documentazione riconduce alle sue «grandi capacità comunicative», costituisce una precisa strategia di audience design. La scrittura seleziona il pubblico e, nello stesso gesto, costruisce un pubblico capace di reagire. In termini austiniani, i suoi testi agiscono attraverso la relazione fra locutionary act, illocutionary act e perlocutionary act. La descrizione di una miniera costituisce una locuzione; la denuncia dell’ingiustizia compie un’illocuzione; l’indignazione o la mobilitazione del lettore rappresentano l’effetto perlocutorio possibile. Il testo non è una superficie neutrale. È un dispositivo di azione. La frase «Rivelava grandi capacità comunicative, dovute a un linguaggio chiaro e diretto, e al tono determinato e coinvolgente delle sue argomentazioni» deve essere letta come la descrizione involontaria di una tecnologia politica del discorso. La chiarezza riduce il costo cognitivo dell’interpretazione; la concretezza aumenta la salience; la connessione fra casi individuali e problemi generali favorisce la costruzione di shared attention. Dal punto di vista neuroscientifico, questa struttura facilita la codifica della memoria perché unisce previsione, sorpresa, causalità e identificazione. Il lettore non riceve soltanto un’informazione: è guidato attraverso una sequenza che trasforma un fatto in problema. La terza citazione significativa del suo universo intellettuale è la descrizione del suo sguardo comparativo. L’inglese osserva l’Italia e «spesso non riesce a trattenere lo sdegno per quanto vi avviene». Corruzione, malgoverno, maschilismo, povertà meridionale e debolezza della stampa diventano visibili attraverso lo sguardo di chi non si è assuefatto all’ambiente osservato. Questo procedimento può essere definito, nella critica letteraria analitica, defamiliarization: l’abitudine viene spezzata e ciò che appariva normale torna a essere oggetto di giudizio. Il quarto elemento è la formazione ricevuta da George Dawson. La documentazione riporta che egli intendeva trasformare la conoscenza religiosa in «un lavoro concreto che migliorasse i rapporti tra la gente, la vita quotidiana delle persone e le istituzioni». Si tratta di una formula decisiva per la filosofia del diritto della White Mario: il sapere acquista rilevanza quando entra nella struttura delle relazioni sociali. Questo punto permette un raffronto con Giuseppe Mazzini. In Dei doveri dell’uomo (Londra, 1860, 93), Mazzini afferma: «La vostra Libertà sarà santa, perchè si svilupperà sotto il predominio dell’Idea del Dovere». Il rapporto fra libertà e responsabilità attraversa tutta la formazione della White Mario, che si colloca esplicitamente nell’orbita del progetto repubblicano mazziniano. La legge, in questa prospettiva, non è semplice comando: è un progetto di formazione della coscienza pubblica. Un terzo raffronto riguarda John Stuart Mill e il principio secondo cui «Over himself, over his own body and mind, the individual is sovereign» (On Liberty, J. W. Parker and Son, 1859, 13). Per Jessie White Mario, questa sovranità trova una traduzione storica nella battaglia contro l’incapacità civile imposta alle donne. Il corpo femminile escluso dall’università diventa il luogo concreto nel quale una filosofia dell’autonomia incontra la pratica dell’istituzione. Il quarto confronto può essere formulato con John Austin. In The Province of Jurisprudence Determined (John Murray, 1832, 18), Austin definisce la legge positiva attraverso la relazione fra comando, dovere e sanzione. Jessie White Mario si muove in un territorio diverso. Le sue opere mostrano che l’ordine sociale non si esaurisce nel comando formalmente valido. Una legge può esistere e produrre effetti di esclusione; un’istituzione può dichiarare una finalità benefica e generare conseguenze opposte. La sua letteratura introduce una domanda che la filosofia analitica del diritto continua a considerare fondamentale: quale relazione esiste tra validità normativa ed efficacia sociale? Il quinto raffronto può essere costruito con Charles Dickens. In Bleak House (Bradbury and Evans, 1853, 2), l’immagine della giustizia immersa nella nebbia londinese traduce narrativamente la distanza fra istituzione e cittadino. Il diritto viene percepito attraverso la sua atmosfera sociale, non soltanto attraverso la sua forma concettuale. Jessie White Mario compie un’operazione affine nelle sue inchieste: le istituzioni vengono lette attraverso ciò che producono nella vita degli individui. Il sesto confronto conduce a Henrik Ibsen. Elizabeth Adams Daniels definisce il matrimonio fra Jessie e Alberto Mario «un matrimonio tra uguali», precisando che ciò avveniva prima che «la Nora di Ibsen sbattesse la porta di passaggio al mondo esterno». In Et dukkehjem [Casa di bambola] (Gyldendal, 1879, atto III), Nora afferma: «I believe that before all else I am a human being». La frase mette in crisi la subordinazione domestica attraverso un atto linguistico di ridefinizione dell’identità. Jessie White Mario aveva trasformato la sua esistenza in una contestazione concreta della distribuzione patriarcale dei ruoli. Infine, il confronto con la filosofia contemporanea del diritto consente di vedere il carattere metodologico della sua scrittura. Sanne Taekema ha sostenuto che la filosofia del diritto deve richiedere una «triangulation» tra approccio filosofico, scienze sociali e ricerca giuridico-dottrinale (Methodologies of Rule of Law Research, Springer, 2021, 33-66). Jessie White Mario sembra anticipare empiricamente questa esigenza: pensa politicamente, osserva socialmente, scrive narrativamente e interviene pubblicamente. La sua produzione deve essere letta come un laboratorio nel quale filosofia del diritto e letteratura non costituiscono discipline isolate.

Una legge che guarda le persone: la lezione più semplice di Jessie White Mario

La filosofia del diritto di Jessie White Mario deve essere riassunta attraverso un principio semplice: una società non può giudicare le proprie istituzioni soltanto dalle intenzioni dichiarate. Deve guardare ciò che quelle istituzioni fanno alle persone. Le sue sette opere principali, dal racconto della guerra in I garibaldini in Francia alla memoria politica di Vita di Garibaldi e Della vita di Giuseppe Mazzini, dalla ricostruzione di Agostino Bertani e i suoi tempi alle inchieste de Le miniere di zolfo in Sicilia, da Le opere pie e l’infanticidio legale a La miseria di Napoli, raccontano continuamente lo stesso problema sotto forme differenti: il potere deve essere osservato nei suoi effetti concreti. La settima citazione che condensa il suo progetto è forse quella che definisce la sua vita attraverso la pluralità dei ruoli: «Può lavorare come infermiera o giornalista, aiutare i figli dei poveri, insegnare o scrivere libri». Tutte queste attività sono ricondotte a un fine comune: «denunciare ingiustizie e sofferenze, cambiare la società in senso civile, culturale e democratico». Qui la Law and Literature di Jessie White Mario acquista il suo significato netto. La letteratura non decora il diritto. La letteratura costringe il diritto a vedere. La sua scrittura mostra che una norma può essere formalmente esistente e socialmente insufficiente. Mostra che la libertà può essere proclamata e negata nella pratica. Mostra che una donna esclusa da un’università può trasformare il proprio rifiuto in un precedente culturale. Mostra che un giornalista può convertire una sofferenza invisibile in un problema pubblico. La lezione finale è quindi meno complicata di quanto sembri. Jessie White Mario ci invita a non chiedere soltanto se una regola è stata scritta correttamente. Ci obbliga a domandare chi viene protetto, chi viene escluso e chi resta senza voce quando quella regola entra nella vita reale.
È questa la sua legge dell’uragano: una parola diventa davvero importante quando modifica il campo nel quale gli altri devono vivere. Una testimonianza diventa giuridicamente rilevante quando rende visibile un’ingiustizia. Una storia diventa politica quando impedisce all’oblio di funzionare come assoluzione. Jessie White Mario rimane allora una figura esemplare della Law and Literature perché non ha mai separato definitivamente la pagina dal mondo. Per lei, conoscere significava guardare; guardare significava giudicare; giudicare significava assumersi la responsabilità di intervenire.

© Ivan Pozzoni

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