Tomi Motz, ingegnere solitario, viene incaricato dalla sua impresa di controllare l’impianto della diga di Seyvoz, la cui edificazione, negli anni Cinquanta, ha comportato la creazione di un lago artificiale e inghiottito il villaggio di montagna che si trovava là.
Durante quattro giorni, Tomi ispeziona in lungo e in largo la zona. Sotto l’effetto di uno strano magnetismo, la sua missione è perturbata da una serie di disturbi sensoriali e psichici.
Attorno a lui, il reale sembra dileguarsi: tutto vacilla, i luoghi e i comportamenti, i giorni e le notti, forse persino la sua stessa ragione.
Avventurandosi fino alla frontiera del fantastico, questo romanzo scritto a quattro mani sonda le tracce di una catastrofe. Maylis De Kerangal e Joy Sorman vi fanno risuonare una memoria sommersa ma persistente, e affiorare stratificazioni temporali agganciate alle pieghe dello stesso paesaggio.
UNA STORIA VERA
Il romanzo nasce dalla storia della diga idroelettrica e dal lago artificiale di Chevril che nel 1952 inghiottì il ridente villaggio montano di Tignes, sacrificato sull’altare della modernità durante la ricostruzione nazionale del dopoguerra. Un disastro causato dall’uomo ed emblematico della recente storia industriale, francese e non solo – non senza evocare al lettore italiano il Vajont. Una tragedia molto ben documentata, a partire dalla realizzazione del progetto, che all’epoca suscitò una feroce opposizione.
Maylis de Kerangal e Joy Sorman del resto condividono, oltre all’interesse per la lingua, una sensibilità per luoghi e paesaggi, oltreché un gusto per archivi e documentazione. Non a caso, per dare vita al romanzo hanno trascorso parecchio tempo presso il lago di Chevril cercando di coglierne l’essenza; hanno poi scelto di restituirne la memoria, attraverso il registro del fantastico per farla riecheggiare, e riportarla in superficie.
Lavorando di cesello, le autrici fanno così appello al potere della parola, in grado di connettere ricordo e realtà, in un’ottica antropologica, riuscendo a raccontare una tragedia epocale, per troppo tempo celata nelle volute della propaganda e nella dimenticanza collettiva indotta dall’era dei consumi.
LA SCRITTURA A QUATTRO MANI
Entrambe le autrici sono tra i membri fondatori della casa editrice Inculte, che si caratterizza per la vocazione alla scrittura collettiva. La Diga costituisce il loro primo progetto di scrittura a quattro mani, nel campo della narrativa. Questa pratica sperimentale è foriera di una riflessione a due sulla lingua: se l’obiettivo dichiarato è quello di trovare un idioma comune, viene messa in discussione la tradizionale sacralità della figura dell’autore onnipotente, in quanto depositaria unica e indivisibile del senso. Ecco perché la collaborazione fra le loro voci non si dà come semplice somma, bensì in quanto fusione: una lingua comune, una terza lingua nata dai loro due alfabeti che crea un’opera inconfondibile, dal potente fascino evocatore.
I DUE PIANI TEMPORALI
Se le autrici arrivano a esprimersi secondo una lingua comune, nel romanzo sono due i piani temporali che si alternano nella narrazione, e che vengono restituiti al lettore attraverso una precisa scelta di natura tipografica: un intrigante gioco di colore differenzia parti scritte in blu da quelle in inchiostro nero.
Le parti scritte in nero, ancorate al presente, raccontano le vicissitudini dell’ingegnere Tomi Motz, intento a lottare con questa terra misteriosa, tra vertigini e incubi. Le parti in blu, lontane nel tempo, invitano il lettore a ripercorrere il passato, la dolorosa distruzione del paesaggio soppiantato dalla costruzione della diga di Seyvoz.
La narrazione al presente funge così da struttura del romanzo: lo avvolge in un’angoscia diffusa, nutrita da immagini antiche, non senza evocare atmosfere degne dell’hotel di Shining e ambientazioni montuose alla “Twin Peaks”, dove il malessere non nasce dalla distanza dalla realtà, bensì da una paranoia.
La narrazione al passato riporta al momento della costruzione della diga di Seyvoz, alla vita immobile e rituale degli abitanti del paese, che si vedono comunicare l’esproprio delle proprietà in vista del programmato allagamento del villaggio. Allo scopo di tratteggiare un ricordo lacerante e vivido, le autrici fanno appello a un linguaggio scolpito da un lessico tecnico, il più vicino possibile ai corpi, agli operai delle dighe o agli abitanti de villaggio: un affresco dato per pennellate, frammenti di vita, che si stagliano sullo sfondo di una catastrofe (in)evitabile.
Titolo: La diga
Autore: Maylis De Kerangal , Joy Sorman
Prezzo copertina: € 17,00
Editore: Prehistorica Editore
Collana: Ombre lunghe
A cura di: L. Scarlini
Traduttore: Vozzi E., Petruzzella N.
Data di Pubblicazione: 5 giugno 2026
EAN: 9788831234481
ISBN: 883123448X
Pagine: 173
Figlia di un capitano, Maylis De Kerangal è nata nel 1967 a Tolone e ha trascorso l’infanzia nella città portuale di Le Havre. Autrice di svariati romanzi e racconti, ha ricevuto numerosi premi letterari in patria e all’estero, tra i quali spiccano il Prix Médicis, il Prix
France Culture/Télérama, il Grand Prix de Littérature de l’Académie Française e il Gregor Von Rezzori.
Nata a Parigi nel 1973, Joy Sorman è scrittrice e giornalista. Ha vinto con il suo primo romanzo Boys, boys, boys, manifesto per un femminismo virile, il Prix de Flore nel 2005. È autrice di numerosi libri, pubblicati in Francia da Gallimard, Le Seuil, Flammarion.
