Recensione Docufilm: IL MIO REMBRANDT


Rembrandt Harmenszoon van Rijn. Semplicemente Rembrandt. Pittore e incisore di genio assoluto. Nato a Leida nel 1606 e morto ad Amsterdam nel 1669, invero immortale con la sua arte sublime. Raffinato ritrattista (anche di sé stesso, nel corso della propria esistenza), capace di cogliere ogni sfumatura caratteriale e psicologica dei soggetti da lui dipinti, colto, acutissimo osservatore, velocissimo, a quanto pare, nel lavoro senza con ciò mai perdere la precisione del dettaglio, anzi la perfezione. Una pittura, quella di Rembrandt, che sfonda le barriere erette dallo scorrere del tempo. Modernissimo in quanto universale, drammatico in quanto rappresentazione del mondo, “impressionistico” e fotografico, non bastano gli aggettivi per raccontare lo stile unico e la sua profondità senza pari.
La Cena in Emmaus, il Ritratto di Nicolaes Ruts, la Lezione di anatomia del Dottor Tulp, il Nobile orientale, il Filosofo in meditazione, Saskia in veste di Flora (l’amata moglie), la Sacra Famiglia, l’Autoritratto con bastone, il Bue macellato, il Ritratto di Jan Six... una sequela positiva e infinita di capolavori. E proprio quest’ultimo dipinto è uno di quelli intorno a cui ruota l’avvincente docufilm Il mio Rembrandt, un evento Nexodigital, nell’ambito del progetto La grande arte al cinema, in collaborazione con Piece of Magic.
Centrale nella pellicola è la figura di un discendente dello Jan Six ritratto, guarda caso anch’egli di nome Jan Six, storico dell’arte e mercante/cacciatore d’arte, il quale decide di acquistare in un’asta londinese una tela attribuita alla cerchia rembrandtiana, che si rivelerà, dopo varie perizie, esami e confronti, proprio un dipinto del maestro. Salvo innescare successive pesanti polemiche per l’accusa di avere violato un accordo con un altro cercatore di tesori artistici. Un esito che non guasta certo il lieto fine, perché tale comunque è quando si ha a che fare con la passione per l’arte di Rembrandt, la cui visione colma sensi, cuori e menti, come ben sanno gli atri personaggi (reali) che s’avvicendano nei fotogrammi, vale a dire i collezionisti Eijk e Rose-Marie De Mol van Otterloo, l’americano Thomas Kaplan e lo scozzese Duca di Buccleuch. Compare anche il banchiere Eric de Rothschild, il quale pone i suoi due Rembrandt in vendita, scatenando una contesa fra il Rijksmuseum e il Louvre, poi ricomposta con una comproprietà.
Si può essere ossessionati dall’arte e, nella fattispecie, da Rembrandt? È comprensibile data la grandezza dell’artista. Le sue opere tuttavia sono tali da suggerire, con quella bellezza superiore e pur così tangibile, una disposizione d’animo improntata alla serenità. Se da un lato c’è il desiderio bruciante come il fuoco di Jan Six di reperire nuovi Rembrandt dall’altro c’è la contemplazione estatica da parte del Duca di Buccleuch, una comunione d’anime fra chi osserva e chi è osservato, la Donna anziana che legge, modello infuso di vita propria, inestinguibile.
Il mio Rembrandt, regista l’olandese Oeke Hoogendijk, sarà nelle sale italiane dal 6 all’8 giugno. Dalle note di regia: Il mio obiettivo era creare un dramma shakespeariano, mostrando i personaggi principali con ogni possibile elemento umano. Devo molto alla fiducia e al candore dei miei protagonisti che – per quanto diversi possano essere i loro mondi – condividono un dettaglio cruciale che li ha tutti in pugno: la febbre di Rembrandt. […] C’è qualcosa di curioso in Rembrandt; è come se il suo lavoro avesse una veridicità, un’emotività e un’empatia così straordinarie che chiunque guardi un suo dipinto vada alla ricerca di se stesso. Questo è ciò che ha reso Rembrandt così speciale anche per i cittadini della Amsterdam del XVII secolo che facevano la fila per farsi ritrarre da lui: Rembrandt ha guardato sotto la superficie e ha mostrato chi fossero veramente le persone che disegnava. Non lusingava i suoi committenti, pur avendo un occhio per la vanità e la raffinatezza delle persone nell’ambiente sociale che dipingeva. E ha applicato questo metodo senza pietà anche a se stesso. I suoi autoritratti, specialmente quelli tardi, sono esplorazioni incredibilmente oneste del tributo psicologico che paghiamo nel corso delle nostre vite. 

Alberto Figliolia

 

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