Don Chisciotte, con Carlo D’Elia, al Teatro Litta di MIlano

A tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento (Corrado D’Elia)
Un apologo o del potere dell’illusione. Tuttavia l’illusione, nella sua forma estrema e più alta, pur nel segno del paradosso, è anche una sfida alle convenzioni, ai limiti imposti da una realtà banale, una fuga in avanti verso orizzonti altri. Siamo ai confini con l’utopia e l’utopia è cammino.
La figura di Don Chisciotte è quella di una persona/personaggio che vuol percorrere nuove vie, oltre il consueto, pur stando negli apparenti confini del domestico.
Perché forse noi stessi ogni giorno non combattiamo, almeno ci pare, contro i mulini a vento? Non affrontiamo i perigliosi venti di un’arida Mancha? Simbolo e metafora delle nostre difficoltà dell’essere uomini, delle impossibilità che ci travagliano?..
E Dulcinea quale gioco della mente, fantasma del cuore, spettro d’amore, chi non l’ha incontrata nel rotolare del proprio esistere?
Corrado D’Elia assume il capolavoro di Miguel Cervantes e lo inquadra in un discorso complesso sull’uomo moderno. L’individuo, solitario eroe, che muove nel deserto della noia, nel panorama della solitudine, eppure ha un sogno, coltiva un sogno, comunque sia.
La formidabile interpretazione di D’Elia, autentico mattatore del palcoscenico, si esplicita in un monologo colmo di suggestioni senza tempo e di riflessioni sul presente, un parallelo oltremodo interessante fra generazioni divenute polvere dei secoli e respiri/desideri di chi è qui e ora.
Le divagazioni dalla trama del Don Chisciotte a noi noto s’intrecciano a una confessione a cuore aperto del protagonista, sino a una riflessione sul teatro. Poiché la vita stessa è teatro, coi suoi cavalieri perduti, gli scudieri improvvisati, ma carichi di sentimento empatico e i Ronzinanti d’occasione, che vanno, in ogni caso vanno.
È stato ben scritto: “Dopo la collaborazione con Jovanotti, che qualche anno fa ha aperto i concerti del suo tour con il testo di Corrado d’Elia narrato dalla voce di Miguel Bosé, Don Chisciotte torna a incontrare il pubblico: una dedica ai sognatori, a quanti, in un tempo così pragmatico, disincantato, pratico e privo di slanci come il nostro, ancora hanno il desiderio e la forza di sognare e talvolta di perdersi. Nel procedere del racconto ci perderemo nelle nostre pagine interiori, quelle più intime, quelle più segrete, dove si nasconde ciò che più ci piace, ciò che siamo davvero e ciò che forse un giorno ci siamo dimenticati.”
L’ennesimo pezzo di bravura di un autore-attore-regista, le cui rivisitazioni e la cui scrittura drammaturgia sono come la luce di un faro che squarcia e frantuma lo spessore delle tenebre interiori per ricavare un senso e continuare a porsi le domande essenziali (e intorno un pubblico emotivamente partecipe, specchio del mondo).

Alberto Figliolia

Don Chisciotte. Fino all’1 novembre 2026. Teatro Litta, corso Magenta 24, Milano. Progetto e regia: Corrado d’Elia, da Miguel de Cervantes.
Con Corrado d’Elia. Scenografia: Chiara Salvucci e Francesca Marsella.
Produzione: Compagnia Corrado d’Elia.
Info e prenotazioni: tel. 02.86.45.45.45, e-mail biglietteria@mtmteatro.it, sito Internet https://mtmteatro.it/.

Note di regia. La fedeltà all’impossibile
Don Chisciotte è un personaggio imprendibile. Ogni volta che tentiamo di definirlo qualcosa ci sfugge. È come se, per avvicinarsi davvero a lui, fosse necessario diventargli almeno un poco simili. Accettare il rischio dell’impresa, la sproporzione tra il sogno e i mezzi per realizzarlo, la possibilità reale del fallimento. In fondo, anche la creazione artistica possiede qualcosa di profondamente donchisciottesco.
Così anche noi ci abbiamo provato. Alla Corte Ospitale di Rubiera, durante una lunga residenza. Io e il mio assistente. Poco alla volta quel paesaggio emiliano ha cominciato a trasformarsi nella nostra Mancha ideale. Le strade, i campi, il fiume erano sempre gli stessi, ma noi avevamo cominciato a guardarli diversamente. La prima lezione di Don Chisciotte.
Poi un giorno abbiamo capito che ciò che stavamo cercando era già davanti a noi. Don Chisciotte e Sancho Panza eravamo noi stessi. Due uomini alle prese con un’impresa incerta, con le loro convinzioni, le loro contraddizioni, gli entusiasmi e le paure. Questa scoperta è diventata il principio della nostra drammaturgia. Non volevamo semplicemente rappresentare le avventure del cavaliere, ma raccontare il nostro incontro con lui. Lasciare che il romanzo entrasse nella nostra vita. Così il diario della residenza, gli appunti, le riflessioni, le parole dei poeti e le nostre stesse esitazioni sono diventati parte dello spettacolo.
Don Chisciotte è, prima di tutto, un uomo abitato dai libri. Ha letto così tanto, e creduto così profondamente a ciò che ha letto, da non distinguere più la letteratura dalla vita. È una condizione straordinaria e terribile insieme. Perché le storie possono illuminarci, ma possono anche ingannarci. Possono insegnarci a vedere oppure impedirci di riconoscere ciò che abbiamo davanti. Ne è nato così uno spettacolo attraversato da molte altre voci: Pessoa, Machado, Saramago, Gramsci, le canzoni di Fossati e Paolo Conte, l’utopia di Imagine, le crepe attraverso cui Leonard Cohen ci insegna a riconoscere la luce. Non sono semplici citazioni o omaggi letterari. Sono parte stessa della nostra memoria, della nostra educazione sentimentale, del modo in cui abbiamo imparato a pensare e a desiderare. In fondo siamo tutti, in misura diversa, fatti delle parole degli altri. Dei libri che abbiamo letto, delle musiche che abbiamo amato, delle immagini che hanno dato una forma ai nostri pensieri.
Alla fine, tutto, inevitabilmente, ritorna al teatro. Alle parole di Giorgio Strehler, al suo dialogo finale con un immaginato Louis Jouvet, a quella misteriosa vocazione che ci porta a dedicare una vita intera a qualcosa di così fragile, necessario e apparentemente inutile. C’è qualcosa di eroico e di profondamente ridicolo in tutto questo. Qualcosa di tenero, di ostinato, di meravigliosamente inutile. Qualcosa che assomiglia moltissimo a Don Chisciotte.
Questo spettacolo è dedicato agli illusi, ai visionari, agli ostinati. A chi ha conosciuto la sconfitta e continua a cercare. A chi non ha smesso di interrogare il mondo e di immaginarne uno diverso. A tutti noi che, da sempre, continuiamo a scambiare i mulini a vento per giganti. E che forse, proprio per questo, qualche volta riusciamo a vedere un po’ più lontano degli altri.

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