Dolce ricordo, il cortometraggio di Gregori Fiorini

Dolce ricordo / Sweet Memory — GF Production, 2026

Dolce ricordo: ciò che resta quando una vita viene interrotta.

Dolce ricordo (Doce Memória / Sweet Memory) è un cortometraggio d’animazione brasiliano scritto e diretto da Gregori Fiorini e prodotto da GF Production a Fortaleza, selezionato nella sezione Animazioni del XXIX Marano Ragazzi Spot Festival, in programma a Marano di Napoli dal 9 al 14 novembre 2026. Il film non è ancora disponibile per la visione pubblica online e ho avuto la possibilità di vederlo in anteprima attraverso il materiale che il regista ha messo a disposizione di Lib(e)roLibro.
All’inizio di Dolce ricordo c’è un volto che ancora non conosciamo. Una ragazza si sveglia e posa i piedi sul pavimento, mentre in una cucina modesta delle mani più anziane affettano un cetriolo e sul tavolo c’è una bevanda calda. Dalla finestra si vedono alcuni aerei attraversare il cielo lasciandosi dietro lunghe scie, in una quotidianità apparentemente quieta che viene presto interrotta dalle immagini di una strada distrutta, dalle macerie, dal fumo e dai carri armati. Il passaggio avviene senza bisogno di spiegazioni, come se il presente avesse aperto un varco attraverso il quale la memoria può tornare a occupare lo spazio.
In poco più di sei minuti il film racconta la storia di Yasmin, una bambina siriana che, costretta dalla guerra a lasciare il proprio Paese insieme alla famiglia, affronta un lungo viaggio che la porterà fino in Brasile. La sua potrebbe sembrare, nella sintesi, una storia già conosciuta, costruita intorno alla guerra, alla fuga, allo sradicamento e alla possibilità di ricominciare altrove, ma Fiorini non si concentra soltanto su ciò che accade a Yasmin, quanto sul modo in cui quelle esperienze continuano a far parte della sua vita.
Prima di essere una bambina costretta alla fuga, Yasmin ha una famiglia, una scuola, oggetti ai quali è affezionata, sapori che riconosce e una quotidianità fatta di gesti e relazioni. La guerra irrompe proprio dentro questa normalità e non distrugge soltanto luoghi, ma interrompe abitudini, legami e quella familiarità con il mondo che per un bambino costituisce ancora gran parte della propria sicurezza. È ciò che Fiorini definisce una «continuità affettiva».
Una delle sequenze che esprime meglio questa idea è ambientata nella scuola. Sotto un tavolo vediamo soltanto le gambe di due bambini e due mani che si avvicinano per passarsi una piccola bambola di pezza. Poco dopo arriva l’esplosione e un gesso si frantuma. Il film mostra anche il fuoco, le macerie e i mezzi militari, eppure quel piccolo oggetto spezzato racconta qualcosa che un’immagine più spettacolare della distruzione rischierebbe di lasciare fuori. Il gesso appartiene alla quotidianità della scuola e, quando si rompe, insieme a lui si spezza la sicurezza di un luogo che fino a pochi istanti prima apparteneva alla vita ordinaria.
Oggetti e gesti assumono così una funzione narrativa che avrebbe potuto essere affidata alle parole. Il gesso, la bambola, lo zaino, i sandali, il flauto e l’impasto non servono semplicemente a completare l’immagine, ma diventano, come afferma Fiorini, «parte della drammaturgia», attraverso la quale il passato di Yasmin continua ad affiorare nel presente.
La bambola potrebbe essere letta come simbolo dell’infanzia perduta, della casa o del passato, ma Fiorini la definisce una sorta di «archivio affettivo», precisando che per Yasmin continua semplicemente a essere una bambola. È proprio questa concretezza a permetterle di raccogliere significati diversi senza essere costretta a rappresentarne uno soltanto.
L’arrivo in Brasile non coincide con una soluzione immediata e questa scelta sottrae Dolce ricordo a una rappresentazione troppo rassicurante dello sradicamento. Essere al sicuro non significa sentirsi già a casa e la possibilità di ricominciare passa attraverso la precarietà, il lavoro e l’adattamento a una realtà sconosciuta. «La ricostruzione non è un miracolo narrativo. È un processo», scrive Fiorini.

Dolce ricordo / Sweet Memory — GF Production, 2026

In questa ricostruzione entra anche un sapere che la famiglia ha portato con sé: la ricetta del maamoul, trasmessa attraverso le mani e la ripetizione dei gesti, nel nuovo contesto cambia funzione e diventa anche uno strumento concreto di lavoro. Fiorini parla di «memoria che diventa lavoro» e di una «tradizione che non rimane immobile, ma riesce a produrre futuro».
La guerra rimane visibile e il film non cerca di attenuarne la violenza, perché sarebbe impossibile raccontare la storia di Yasmin cancellando ciò che l’ha costretta a partire. Il problema diventa piuttosto come mostrarla senza trasformare la sofferenza di una bambina nel principale strumento emotivo del racconto. L’animazione introduce una distanza dalla rappresentazione realistica del dolore e Fiorini chiarisce la propria intenzione con parole molto nette: «Non volevo chiedere allo spettatore di provare pietà per Yasmin. Preferivo che si avvicinasse a lei come persona». Yasmin vive la guerra, ma non coincide con la guerra, perché attorno a ciò che ha subito continuano a esistere affetti, cultura, legami e possibilità di futuro.
È anche sul piano strettamente cinematografico che Dolce ricordo mi sembra riuscire a sostenere ciò che vuole raccontare. La qualità delle immagini è notevole, soprattutto nella costruzione dei volti, nella luce e nell’uso dei colori, ma a fare la differenza è il modo in cui questa cura visiva lavora insieme al montaggio. Passaggi temporali, cambiamenti e informazioni vengono spesso affidati all’accostamento fra le immagini o a particolari che rimangono sullo schermo soltanto per pochi istanti. Una storia come quella di Yasmin possiede già in partenza una forte capacità di coinvolgimento; il cortometraggio non si limita però alla forza del tema, ma cerca una forma cinematografica capace di sostenerlo. Non è soltanto ciò che racconta ad arrivare a chi guarda, ma il modo in cui sceglie di mostrarlo.
In un film che rinuncia quasi completamente alla parola, anche musica, rumori e silenzi devono assumersi una parte del racconto. Fiorini evita di utilizzarli come indicazioni emotive e lo spiega quando afferma «Non volevo una musica che dicesse continuamente: “questo è il momento triste”, “questo è il momento della paura”, “adesso devi commuoverti”». Il flauto, che durante la visione mi ha colpita in modo particolare, appartiene al mondo narrativo prima ancora di diventare accompagnamento musicale, mentre i silenzi lasciano alle immagini il tempo necessario per arrivare allo spettatore senza indicargli continuamente come debba reagire.
Fiorini scrive che «un ricordo può fare male e, nello stesso tempo, essere prezioso». Il passato non viene cancellato dalla possibilità di costruire qualcosa di nuovo, così come ciò che viene costruito non restituisce quello che è andato perduto. Dolore e possibilità di futuro possono continuare a esistere nella stessa persona, senza che l’uno debba necessariamente risolversi perché l’altra possa cominciare. Dolce ricordo tiene insieme proprio queste due possibilità, lasciando che la dolcezza del ricordo non cancelli ciò che quel ricordo continua a portare con sé.

Katia Ciarrocchi
© Redazione Lib(e)roLibro

Share

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.