Citazioni: Claudia Durastanti, La straniera


Citazioni tratte da: La straniera di Claudia Durastanti

Il mio amore per il linguaggio figurativo si scontra di nuovo con la brama dei miei genitori verso la materialità.
Un fatto è un fatto, e un suono è un suono.

… siamo noi a scegliere quale rumore o rima o applauso sia significativo, in base a quello che il nostro corpo udente percepisce. Siamo noi a decidere cosa ci deve essere o meno in questa rappresentazione, siamo noi a creare una discontinuità tra il silenzio e il non silenzio per chi prova queste cose diversamente.
Come rappresentiamo questo silenzio, il nostro silenzio, se non scrivendo (silenzio)?

Il linguaggio è una tecnologia che rivela il mondo: le parole sono fiammelle che accostiamo all’indicibile per farlo apparire, come se la realtà fosse scritta in inchiostro simpatico, e quando non ci sono le parole, sono i gesti a rendere possibile questa traduzione. Forse è per questo che ho cercato di imparare a usarle: al silenzio e all’ombra bianca che avanza, io ho opposto pagine scritte e i miei genitori una corda vocale stanca. A volte ci siamo fatti malissimo, ma lo sforzo è stato capirsi.

Non posso costruire una stanza semianecoica per fingere che il silenzio che condividiamo sia lo stesso, ma come John Cage, posso dire a mia madre del suono del mio sangue, e lei può dirmi di quello del suo.

La disabilità deve essere erotica, o speciale, per avere diritto a una vita, fatta di pianoforti inabissati e colonne sonore maestose.

Quando un mio vecchio professore all’università disse che per i miopi “la condizione naturale è la cecità”, perché senza protesi come gli occhiali e le lenti a contatto di fatto sono disabili, tornai a casa con il mal di stomaco, aggravando quella sensazione che provo sempre quando penso alla mia vista debole: e cioè che io nel Medioevo non sarei sopravvissuta.

“Ora sì che sembro un’eroinomane” disse ridendo mentre si infilava sul sedile posteriore. In macchina mi spiegò la sua teoria: è quando smetti di farti che ti riempi di croste e di brufoli, che ti si spellano le mani e ti cola il moccio dal naso. È quando il corpo dimentica la propria dipendenza che va incontro a questo orrore, proprio come quando la persona che ami smette di rispondere alle tue lettere e alle tue chiamate. Lo sguardo si spegne, i capelli si sfibrano, il dialogo si inceppa e persino la voce diventa solo una litania. “Quando ti droghi, sei luminosissimo e vivo,” sentenziò grattandosi le unghie.

Per qualcuno la fine della tossicodipendenza coincideva con la fine dell’amore, ma la definizione più triste l’avevo sentita da una donna durante un incontro a South London. Disse che la sua vita era stata una lunga processione da un incidente stradale all’altro. Un giorno era rimasta incastrata tra le lamiere di una macchina, si era sforzata per uscirne e aveva cercato di rinsavire in mezzo agli altri feriti che bisbigliavano al buio. Voleva avvicinarsi a un centro abitato, poi si era infilata in un’altra automobile e aveva fatto un altro scontro frontale, ed era andata avanti così per tutta la carreggiata. A fine incontro aveva detto: “Puoi tenere sotto controllo gli effetti, ma non ti libererai mai dei sintomi,” smentendo tutto ciò che sapevo della guarigione, e cioè che potevi diventare una persona nuova. C’era una perversione nei mantra che recitavano i partecipanti agli incontri, una perversione che non capivo: “Una volta dipendente, sempre dipendente”. Era un modo per non dimenticare chi erano, come erano fatti: se la tossicodipendenza era una forma di amnesia, la sobrietà era un eccesso di memoria. Era come iniettarsi una sostanza che li teneva sotto formaldeide, una specie di tassidermia in cui rimanevano sempre allo stadio di animali braccati, ma in una foresta senza predatori.

La notte quando non dormiamo diciamo che amarsi è comunicare in questo codice privato che neanche a occhi chiusi si abbandona, e come puoi perdere una persona, se non dimentichi la sua sintassi neanche nei tuoi sogni più stanchi?
I desideri si sono appianati e uniformati, le insicurezze restano diverse. La sua paura più grande e misteriosa è finire in prigione o mutilato. La perdita della libertà personale è molto più angosciante che la perdita dell’amore. Ha un nucleo freddo e azzurrognolo al centro del cuore, e questo ha fatto sì che a volte sentissi di volerlo come una martire.

Viviamo circondati da narrative di salvezza, sia quando siamo molto felici, sia quando non lo siamo. I terapeuti, gli amici, i familiari, chiunque abbiamo incontrato in questi anni ci ha ribadito a lungo cosa era sano e cosa no. Suggestionati, abbiamo cercato sul vocabolario cos’è la co-dipendenza, cos’è la simbiosi, come si affronta la necessaria ricerca dell’autonomia, abbiamo studiato tutta la tassonomia dell’amore secondo il DSM, e la conclusione che ne abbiamo tratto dal DSM è che nessuno dovrebbe mai amarsi, perché non c’è un modo di farlo bene.
È come i licheni che vengono confusi con un organismo solo, ma in realtà sono due: un’alga e un fungo. La simbiosi vegetale viene accolta come un miracolo della natura, quella tra esseri umani come una colpa, o qualcosa di cui vergognarsi, che denuncia uno stato arretrato dell’essere. Abbiamo provato a separarci e contempliamo sempre la fine, lo facciamo dal primo giorno. Da sempre, l’idea della fine aiuta a tenerci insieme, le dedichiamo conversazioni appassionate e di fantascienza, in cui immaginiamo la vita dell’uno senza l’altro.

…nessuna persona dovrebbe limitare il proprio desiderio di essere altro.

Quando tutto cade, indomito l’amore resta.

Titolo: La straniera
Autore: Claudia Durastanti
Prezzo copertina: € 18.00
Editore: La nave di Teseo
Collana: Oceani
Data di Pubblicazione: febbraio 2019
EAN: 9788893447751
ISBN: 8893447754
Pagine: 285

 

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