Archeostrizioni del verbo ed eca-antropologie: il dispositivo Canini nella frattura epistemica contemporanea
L’urto pragmatico dell’inattuale: il testo come dispositivo de-strutturante
Il profilo intellettuale di Marco Antonio Canini non si colloca entro le coordinate consolatorie di una storiografia lineare; esso si configura come un violento cortocircuito epistemologico proiettato sulle macerie del Canone del XIX secolo. In un’epoca dominata dalla spinta positivistica all’ordinamento e alla legge scientifica, rappresentata dall’intransigenza tassonomica di Graziadio Isaia Ascoli, l’operazione di Canini mette in atto un continuo semantic mismatch: la ricerca sull’origine linguistica rifiuta la funzione mimetico-rappresentativa del dato glottologico fino a convertirsi in un atto linguistico ad altissimo coefficiente d’urto deittico. Leggere il Libro dell’amore o le Études étymologiques significa confrontarsi con un testo che agisce da dispositivo di deformazione del reale. La sovrapposizione tra le radici preindoeuropee e il mito mazziniano della Weltliteratur attiva un’illocuzione ironico-metafisica in cui l’enunciato devia dal referente tradizionale per trascinare la riflessione geopolitica in una dimensione archetipica. In questa prospettiva, la ricerca etimologica assume anche una funzione critica, poiché, come osservano Mario Alinei e Francesco Benozzo, occorre «verificare una possibile etimologia latina alla luce della loro semantica e nel rispetto delle regole della fonetica storica» (Falsi germanismi nelle lingue romanze. Con particolare riguardo all’area italiana, Edizioni dell’Orso, 2018, 9). L’etimologia diventa uno strumento di riapertura del passato linguistico e di contestazione delle genealogie consolidate. Sul versante della storia letteraria, Karim Mattar mostra come la costruzione moderna della world literature abbia spesso finito per «incorporate if not annul local literatures», universalizzando modelli letterari di matrice europea (Specters of World Literature: Orientalism, Modernity, and the Novel in the Middle East, Edinburgh University Press, 2020, 1). Il gesto di Canini deve essere letto proprio dentro questa tensione: la ricerca delle radici linguistiche e la circolazione transnazionale della poesia diventano strumenti per mettere in crisi la separazione tra centro e periferia, nazionale e universale, storia linguistica e immaginario politico. Come osserva il testo critico in esame, la lingua rumena non nasce da un mero paradigma storico, ma scaturisce da un sostrato «pelasgico che aveva alimentato tanto la fioritura latina quanto quella italica, in una sorta di metafisica acronia o pancronia dell’espressione». Questo campionamento di epoche e lingue disparate richiama le dinamiche di de-automatizzazione teorizzate nella critica tardomodernista contemporanea (da Giorgio Linguaglossa a Slavoj Žižek), in cui la forma-opera si trasforma in un campionamento del caos. In quest’ottica, la tensione cosmopolita di Canini incapsula l’assurdità del presente e l’inoperosità dell’istituzionale: l’Europa di Canini svela il mondo come un rebus burocratico ed esistenziale, dove l’ideale politico sopravvive attraverso l’irriducibilità del gesto poetico-avanguardistico.
Metamorfosi delle radici: fonosimbolismo e critica d’analogie
L’impostazione metodologica di Canini prefigura le ricerche sulla classificazione globale delle lingue, anticipando la critique d’analogie dei simbolisti e il fonosimbolismo di Giovanni Pascoli. Il testo etimologico non si limita alla fredda ricognizione del vocabolo, ma ne analizza il valore acustico ed evocativo-spaziale attraverso la giustapposizione di fonemi e concetti. L’analisi dei cluster radicali mostra chiaramente questo meccanismo: le sequenze kal, gal, gla, kar, harr, hor vengono ricondotte al nesso primigenio di luce e calore («ardere e insieme brillare»); le radici ard, art, ryt, lat, loth si collegano al sostrato indoeuropeo *rt, indicante «ordine, equilibrio, ritmo, scansione regolare, donde Arte ed Armonia», intese dantescamente come la luce che riscatta l’oscurità della materia; le sequenze esplosive e sorde kad, kat, kt evocano, fonicamente, l’idea di «tagliare, troncare, uccidere»; le radici man, amn, men, mn intrecciano la mania, la mente e l’acqua fluente, sovrapponendo la sfera della follia (excessus mentis) all’ispirazione divina e alle Mousai, quali «del mortale pensiero animatrici». Anche la pratica traduttiva di Canini si fa carico di questo fonosimbolismo cromatico e dinamico. Nel rendere Meleagro – «Lacrime, avanzo dell’antico amore, / Attraverso alla terra, o Eliodora, / Ti mando, all’Orco, lacrime infelici»- l’asprezza gutturale del lutto si scioglie nella levità della consonante liquida. Traducendo Thomas Moore – «Siccome il peregrin che verso oriente / Sen va la sera, a riguardar sovente / Si volta il cielo, che nell’ultim’ora / Il crepuscol di un bel rosso colora»- la vibrazione del fonema rotante /R/ viene caricata di una valenza cromatica, ove la consonante liquida traduce la radiazione luminosa come fluire continuo.
L’utopia balcanico-mediterranea e il revoco dell’europa istituzionale
Sul piano storicofilosofico e politico, l’europeismo di Canini si fonda su un’asimmetria radicale rispetto ai modelli egemonici tradizionali. Anticipando le intuizioni di Giani Stuparich, l’identità europea non viene pensata come un blocco monolitico ed escludente, ma come un nodo policentrico slavo, balcanico e mediterraneo. Il legame viscerale con la Romania e il riscatto della sua lingua costituiscono il perno attorno a cui ruota la liberazione dell’intero Occidente. Citando Edgar Quinet nella Prolusione al corso di lingua rumena (1884), Canini ricorda che «au milieu de ce mystère, on dirait que la nature attristée garde seule, à la place de l’homme, la conscience des choses passées». È attraverso la riscoperta filologica delle radici che un popolo riappropria se stesso e la propria memoria storica. La lingua, nel recuperare le sue ‘stirpi canore’, si fa contemporaneamente physis e techne, architettura della cultura e immediatezza della natura. Tuttavia, il percorso profetico delineato da Canini si scontra irrimediabilmente con la prassi storica. L’Europa sognata dal patriota veneziano è rimasta un’utopia romantica; gli opportunismi economici e le dinamiche di potere istituzionale hanno progressivamente snaturato quella spinta universalistica, riducendo l’idealità originaria a una struttura burocratica sempre più distante dall’immaginario politico che l’aveva alimentata. Come osserva lo storico Marius S. Ostrowski, l’europeismo «has undergone major transformations during the twentieth century», modificando profondamente le proprie forme ideologiche e il significato attribuito alla consolidazione politica, economica e culturale del continente (Europeanism: A Historical View, in «Contemporary European History», Cambridge University Press, 2021, 1). È in questo scarto tra la visione archetipica e il divenire concreto della storia che si misura la bruciante inattualità di Canini, il cui verbo continua a parlare come una premonizione rimasta inascoltata.
Analisi pragmatica e meccanismi critico-teorici
La saggistica e l’opera linguistico-traduttiva di Canini costituiscono un terreno d’indagine d’elezione per la linguistica pragmatica e la critica analitica della letteratura. Come osserva Gianluca Rigobon, Il libro dell’amore rappresenta «la quintessenza della personalità dello studioso», per «la vastità del materiale selezionato», «la diversità delle provenienze dei poeti» e la «corrispondente varietà di lingue» («Alle origini dell’ispanistica veneziana», in L’insegnamento della lingua e della letteratura spagnola a Ca’ Foscari fino al 1919, Edizioni Ca’ Foscari, 2018, 156). La dimensione linguistica e traduttiva di Canini si configura come un laboratorio nel quale pluralità idiomatica, comparatismo e progetto culturale confluiscono in una concezione della letteratura fondata sulla circolazione transnazionale dei testi. L’intera impalcatura del testo lavora sulla costante sovversione delle presuppositions (presupposizioni implicite) e delle conversational implicatures teorizzate da Paul Grice (Logic and Conversation, 1975). Nel momento in cui Canini stabilisce equazioni filologiche tra famiglie linguistiche geograficamente e storicamente lontane (come l’accostamento tra la divinità mesoamericana Inti e quella vedica Indra), l’autore mette in atto una palese violazione della massima di relazione (flouting of maxims). Questo genera uno speech act ad altissimo coefficiente di urto deittico. La fusione tra categorie etimologiche storiche, mitologemi ed esegesi estetica produce un netto semantic mismatch: la referenzialità positiva del dato linguistico positivista collassa, lasciando spazio a una pura performance sintattica e ontologica in cui l’enunciato poetico non descrive il reale, ma performa l’originario archetipico. Sotto il profilo neuroestetico, alla luce dei recenti studi di Elvira Brattico e Helmut Leder sull’esperienza estetica incarnata e sul predictive processing, la prosa e le traduzioni di Canini sono strutturate per generare continui prediction errors nel sistema cognitivo e sensorimotorio del lettore. La resa fonosimbolica dei versi di Alcmane nel Partenio («Peleiádes gàr hámin / orthíai pháros pheroísais / nýkta di’ambrosían») o le sonorità sorde delle radici legate alla morte (kad, kat, kt) stimolano un’articolata attivazione dei mirror neurons dedicati alla percezione acustica e al movimento somatico. Tuttavia, anziché condurre la sequenza percettiva a una sintesi razionale classica, il testo interrompe la risoluzione lineare attraverso veloci frizioni tra fonemi sordi/liquidi e polarità cromatiche (luce/ombra). Questa dissonanza cognitiva obbliga il cervello del lettore a ricodificare istantaneamente l’evento acustico in una rappresentazione emersiva e metacritica della parola. Sul piano dell’antropologia culturale e della sociologia dell’arte (nel solco delle analisi di Pierre Bourdieu in Les Règles de l’art), l’opera di Canini mappa i conflitti per l’accumulazione del capitale simbolico all’interno del champ littéraire del Risorgimento ed europeo. La violenta polemica con Graziadio Isaia Ascoli rappresenta la collisione antropologica tra due modelli simbolici incompatibili: la tassonomia positivista istituzionale e la ricerca nomade e rapsodica dell’archetipo. Canini applica un’antropologia del feticcio verbale in cui la parola originaria (nostratica o pelasgica) viene spogliata dell’aura sacrale istituzionalizzata dalla storiografia ufficiale (in senso benjaminiano) per essere restituita alla sua natura di mito fondativo primordiale. L’arte e la lingua diventano feticci socio-culturali capaci di ricucire la memoria collettiva di popoli marginalizzati, come nel caso della riscoperta identitaria rumena sostenuta da Edgar Quinet. Sul piano della politologia dell’arte, Canini declina il discorso euristico e letterario applicando la dicotomia Freund/Feind (amico/nemico) concettualizzata dal giurista Carl Schmitt (Der Begriff des Politischen). Gli apparati dell’ordine geopolitico e burocratico ottocentesco incarnano l’apparato disciplinare ed egemonico che schiaccia le specificità nazionali e la libertà dei popoli. A questa gabbia istituzionale si contrappone l’irriducibilità anarchica e utopica del gesto poetico-linguistico caniniano. La politica di Canini non si traduce in propaganda o appartenenza di partito: svela le trame attraverso cui l’istituzione statale cerca invano di imbrigliare la spinta caotica, sovversiva e universale dell’originaria fratellanza delle culture.
Conclusione
In sintesi, Canini emerge come un intellettuale che tenta di unire l’Europa attraverso lingue, poesia e radici comuni, più che attraverso diplomazia ed economia. La sua ricerca trova una consonanza nell’antropologia contemporanea: Hannerz vede nella letteratura una «view of Nigerian life and Nigerian imagination» (Afropolitan Horizons, Berghahn Books, 2022, 12), mentre Nycz la considera una «theory of understanding and reading literature» (Teksty Drugie, 2023, n. 3, 12). Anche se il suo europeismo è stato sconfitto dalla storia, resta l’idea che una comunità politica duratura richieda memoria culturale, pluralità linguistica e ideali condivisi. La ricerca etimologica di Canini acquista un significato che supera la semplice erudizione. Le parole diventano tracce di una memoria collettiva capace di attraversare confini e differenze. L’opera di Canini conserva una forza utopica che interroga ancora il significato stesso dell’Europa. Il suo progetto mostra, inoltre, come la cultura sia in grado diventare uno strumento di dialogo tra comunità diverse. L’universalismo caniniano non mira dunque a cancellare le differenze, ma a trasformarle in punti di contatto. In una prospettiva affine, Habermas individua nella «possibility of unity in diversity» una delle condizioni della costruzione europea, fondata sul confronto e sulla negoziazione tra tradizioni differenti (The Lure of Technocracy, Polity, 2015, 57-59). La sua eredità deve essere riletta come un invito a costruire l’unità attraverso la pluralità; una comunità autentica non nasce dall’omologazione delle identità: nasce dalla loro capacità di entrare in relazione.
© Ivan Pozzoni
