Antonia De Gattis – Il commissario Ferramonti. Un giorno nero alla hijumara

Il commissario Ferramonti. Un giorno nero alla hijumara di Antonia De Gattis è un noir breve ma intenso, pubblicato da Castelvecchi nel 2024. In poco più di cento pagine l’autrice costruisce una storia che intreccia indagine, memoria e dolore personale, portando il lettore dentro un’atmosfera cupa e profondamente segnata dal peso del passato.
La vicenda prende avvio dal ritrovamento del corpo di una ragazza nella hijumara, termine che richiama la fiumara calabrese e che già dal titolo restituisce al romanzo un’identità territoriale forte e riconoscibile. Quello che inizialmente potrebbe sembrare un suicidio spinge però il commissario Ferramonti a scavare più a fondo, seguendo intuizioni che lo porteranno non soltanto verso la verità del caso, ma anche verso parti irrisolte della propria vita.
Ed è proprio qui che il romanzo trova la sua direzione più interessante, perché l’indagine diventa il punto attraverso cui emergono il lutto, la perdita e tutto ciò che continua a sopravvivere dentro una persona anche quando il tempo sembra essere passato.
Il personaggio meglio costruito è senza dubbio il commissario Ferramonti perché non è il classico investigatore freddo e infallibile, ma una figura molto più fragile e umana. Porta dentro di sé un lutto mai completamente elaborato e una condizione personale importante che avrebbe potuto facilmente trasformarlo in un personaggio schiacciato dal proprio tormento. Antonia De Gattis riesce invece a costruirlo con equilibrio, senza mai ridurlo alla sua sofferenza.
I personaggi secondari, inevitabilmente, hanno meno spazio per svilupparsi a fondo, probabilmente anche a causa della brevità del romanzo, ma riescono comunque a sostenere la storia senza risultare macchiette o semplici funzioni narrative.
La scrittura di Antonia De Gattis è stata per me una delle sorprese più belle del romanzo. È una scrittura molto scorrevole, pulita e chiara, non appesantisce la lettura con costruzioni inutilmente elaborate e soprattutto non cade mai nella confusione narrativa.
Unico aspetto che mi ha lasciata un po’ destabilizzata riguarda invece il finale e in particolare il ritmo dell’ultima parte. Il passaggio tra il momento in cui Ferramonti comprende chi sia l’assassino e quello in cui il lettore arriva alla stessa consapevolezza è molto rapido. Forse troppo.
Non tanto da compromettere il romanzo, ma abbastanza da creare una lieve sensazione di stacco rispetto al resto della costruzione narrativa, che fino a quel momento aveva avuto tempi più distesi e controllati. Avrei probabilmente voluto qualche pagina in più per dare maggiore respiro alla rivelazione finale.
Il commissario Ferramonti. Un giorno nero alla hijumara l’ho trovato un esordio molto convincente, un noir che usa l’indagine non soltanto per cercare una verità, ma anche per raccontare tutto ciò che il dolore continua a lasciare dentro una persona.

Titolo: Il commissario Ferramonti. Un giorno nero alla hijumara
Autore: Antonia De Gattis
Prezzo copertina: € 14,50
Editore: Castelvecchi
Collana: Tasti
Data di Pubblicazione: 3 giugno 2024
EAN: 9791256141890
ISBN: 1256141895
Pagine: 111

Citazioni tratte da: Il commissario Ferramonti. Un giorno nero alla hijumara

La stessa vita è come una hijumara, un naturale contrasto tra quiete e irruenza, tra piena e secca, tra verticalità veloce e lenta distesa. (pag 7)

…non vedere, non accettare, negare e aspettare che il tempo passi, ma non la strategia migliore perché, prima o poi, la fabbricazione di bugie e di ottusità ci crolla addosso senza pietà e senza rimedio. (pag 35)

La mancanza ci aiuti a comprendere la realtà. (pag 53)

Chi stava all’esterno vedeva solo il riflesso di sé nella vetrata che poteva anche essere la metafora dell’indifferenza, la manifestazione di un riflesso dell’ego, quando dentro la frenesia e la velocità, nessuno realmente si ferma a osservare gli altri, e guarda solo il suo lato della vita. Quanda solitudine in quella visione. (pag 51)

Lui le rispose che quella lirica aveva il sapore delle storie di coraggio di chi, nonostante il carico di infelicità che si porta addosso, lotta per una giusta e sacrosanta causa, i diritti per una vita migliore. (pag 59)

Il male era come un pezzo di carne tra i denti. Si fa fatica a tirarlo fuori, se ne percepisce il fastidio e, allo stesso tempo, se ne sente il sapore. Una volta tirato fuori, non si può fare a meno di mangiarlo.
Ecco cos’è il male.
L’orrore di cui non ci si libera e di cui ci si nutre. (pag 105)

Katia Ciarrocchi
© Redazione Lib(e)roLibro

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