Luisa Morfini – Fuori campo

Fuori campo di Luisa Morfini appartiene a quella categoria di libri che si iniziano senza particolari attese e che, pagina dopo pagina, riescono a conquistarsi uno spazio che non avevamo previsto. Non lo considero un romanzo memorabile in ogni sua parte, né una lettura destinata necessariamente a lasciare un segno profondo, ma gli riconosco la capacità di mettere in relazione storie lontane e di far nascere dal loro incontro una domanda morale che va oltre le vicende raccontate.
Il punto di partenza è una fotografia entrata nella storia; alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, Tommie Smith e John Carlos salgono sul podio dei duecento metri e alzano il pugno guantato di nero contro la discriminazione razziale. Accanto a loro c’è Peter Norman, australiano e bianco, che non partecipa a quel gesto ma indossa il distintivo dell’Olympic Project for Human Rights, dichiarando così la propria solidarietà a una battaglia che avrebbe potuto considerare estranea.
Luisa Morfini sceglie di fermare lo sguardo proprio sull’uomo che la memoria collettiva ha lasciato ai margini di un’immagine celeberrima, trasformando la sua presenza apparentemente secondaria in uno degli elementi più interessanti del romanzo. Norman avrebbe potuto limitarsi a ricevere la propria medaglia e rimanere estraneo a ciò che stava accadendo accanto a lui, mentre quella piccola spilla diventa la dichiarazione di una scelta destinata ad avere conseguenze pesanti sulla sua vita. Il suo gesto suggerisce così una forma di coraggio priva di eroismo, che non nasce dalla necessità di difendere se stessi ma dalla decisione di riconoscere come intollerabile un’ingiustizia anche quando colpisce qualcun altro.
Alla vicenda di Norman si intreccia quella di Selma, giovane donna di origine bosniaca che durante la pandemia assiste Nanni, un anziano ex fotoreporter. Una fotografia e la ricerca che ne nasce portano il passato dell’uomo a incontrare quello di Selma, costringendola a riavvicinarsi a una parte della propria storia dalla quale ha cercato a lungo di prendere le distanze. Proprio nel confronto tra queste due esperienze Morfini trova uno dei passaggi più riusciti del romanzo, perché Norman sceglie di entrare in una storia che avrebbe potuto considerare estranea, mentre Selma ha cercato di uscire da una storia che le appartiene profondamente.
Sarebbe troppo semplice leggere la distanza di Selma come una fuga da condannare, soprattutto quando alle sue spalle c’è la guerra in Bosnia e tutto ciò che significa sopravvivere alla frattura di un mondo nel quale si è cresciuti. Il romanzo sembra piuttosto interrogarsi sulla possibilità di stabilire quanto del passato possiamo davvero lasciare indietro e quanto, invece, continua a vivere dentro di noi anche quando abbiamo costruito altrove la nostra esistenza. La memoria non coincide necessariamente con il desiderio di ricordare e talvolta ciò che cerchiamo con maggiore ostinazione di allontanare è proprio ciò che continua a determinare il nostro modo di stare nel presente.
La fotografia acquista così un valore che supera la funzione di semplice espediente narrativo, perché ogni immagine conserva un istante e contemporaneamente esclude tutto ciò che quell’istante non può contenere. Conosciamo i pugni alzati di Smith e Carlos, ma per molto tempo abbiamo saputo poco dell’uomo che si trovava accanto a loro e ancora meno del prezzo pagato per essere rimasto su quel podio dalla parte che aveva scelto. La letteratura può cominciare proprio dove termina l’inquadratura, entrando nel tempo che una fotografia lascia inevitabilmente fuori e restituendo profondità a persone che la memoria ha trasformato in presenze marginali.
La scrittura rimane semplice e accessibile, lontana da qualsiasi compiacimento stilistico, e proprio questa misura permette al romanzo di attraversare questioni complesse senza trasformarle in una dimostrazione delle proprie intenzioni. In alcuni passaggi avrei desiderato una maggiore profondità narrativa, soprattutto quando la materia storica e umana avrebbe consentito di scavare più a fondo, ma Morfini riesce quasi sempre a mantenere la dimensione civile dentro le vite dei personaggi senza trasformarli in strumenti attraverso i quali impartire una lezione al lettore.
Non è un romanzo perfetto e in alcuni punti avrei voluto che osasse di più, ma Fuori campo è stata una sorpresa. Una lettura intelligente, capace di andare oltre le aspettative con cui l’avevo iniziata e di guadagnarsi, pagina dopo pagina, la mia attenzione.

Titolo: Fuori campo
Autore: Luisa Morfini
Prezzo copertina: € 15,50
Editore: Catartica Edizioni
Collana: In quiete
Data di Pubblicazione: 16 febbraio 2026
EAN: 9791281401716
ISBN: 1281401714
Pagine: 160

Citazioni tratte da: Fuori campo di Luisa Morfini

«Sta per iniziare una nuova parte della tua vita», mi dicevano gli adulti. Non avevo di cosa ci si porta via quando si lascia una casa, un quartiere una città. Per quel poco che capivo e che mi interessava, potevo lasciare tutto dov’era, compresi i ricordi. (pag 7)

C’era l’istinto e il coraggio di stare dal lato giusto della storia, come aveva scritto anni prima. (pag 60)

Come si fa a dire se qualcuno si trova dal lato giusto della storia? (pag 65)

No, quello che mi gira in testa è come sia possibile lasciare che la vita degli altri entri così in profondità nella nostra? C’è un limite zia? E dov’è? (pag 75)

… Se non sei qui, sei parte del problema. (pag 91)

Mi domando: quand’è che una cicatrice smette di essere un dolore? (pag 124)

«Non si tagliano mai davvero le radici con il proprio passato.» (pag 133)

Sono come incontri casuali. Qualcuna ti può coinvolgere, o far reagire o far prendere posizione; ma anche no; dipende tutto da come sei tu nel momento in cui ti ci imbatti. (pag 147)

Non ho fotografato solo la guerra ma la vita che resiste. (Mario Boccia) (pag 153)

Katia Ciarrocchi
© Redazione Lib(e)roLibro

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