Giovanni Vailati e l’arte pragmatica di smontare le parole

L’igiene del pensiero: dall’astrazione all’esperienza

Ogni filosofia produce concetti; alcune producono anche nebbia. Il problema comincia quando una parola, nata per descrivere un fenomeno, si emancipa dalle condizioni che dovrebbero renderla comprensibile e finisce a circolare come una cambiale senza firma. Il pragmatismo analitico di Giovanni Vailati interviene in questa zona d’impunità: sottopone le asserzioni a un controllo di significato, chiedendo quali operazioni intellettuali e quali conseguenze concrete ne autorizzino l’impiego. La questione filosofica smette di essere una gara di solennità terminologica e diventa un esercizio di responsabilità discorsiva. La genealogia del metodo è ampia. Vailati riconosce nella tradizione antica un’intuizione dell’economia mentale: la metafora comprime un rapporto complesso in una forma maneggevole. Nel saggio «I tropi della logica», pubblicato sul Leonardo nel febbraio 1905 e raccolto negli Scritti [vol. I, 21/22], compare l’espressione «per economizzare il pensiero». La formula non autorizza a trasformare ogni figura retorica in una scorciatoia virtuosa; invita a misurarne la funzione. Una metafora è intellettualmente produttiva se consente di vedere una relazione, non se sostituisce la relazione con un’apparenza suggestiva. Anche la teoria contemporanea degli atti linguistici mostra quanto il linguaggio agisca entro convenzioni: J. L. Austin, in How to Do Things with Words (Oxford, Clarendon Press, 1962, p. 5), esemplifica l’atto performativo con «I name this ship the Queen Elizabeth» («Battezzo questa nave Queen Elizabeth»). Pronunciare una formula, in circostanze appropriate, significa compiere un’azione riconoscibile. L’analisi deve considerare sia ciò che le parole descrivono sia ciò che fanno. L’attenzione all’esperienza attraversa la riflessione di Berkeley e viene ripresa dalla prima ricezione italiana del pragmatismo. Nel contributo di Mario Calderoni e Vailati «Le origini e l’idea fondamentale del Pragmatismo», pubblicato nel 1909, compare la nozione di «possibilità di sensazioni» (Scritti, vol. I, 116). L’esistenza di un oggetto viene ricondotta alle esperienze che esseri collocati in determinate circostanze potrebbero avere. L’operazione riduce la distanza fra concetto e mondo: invece di lasciare che una parola si regga su una definizione autosufficiente, si indagano le condizioni nelle quali essa può essere applicata. È una linea di ricerca che trova un’eco nella filosofia del linguaggio di Ludwig Wittgenstein. Nelle Philosophische Untersuchungen (Oxford, Blackwell, 1953, § 43) si legge: «Die Bedeutung eines Wortes ist sein Gebrauch in der Sprache» («Il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio»). Il significato si chiarisce guardando alle pratiche che rendono una parola utilizzabile, riconoscibile e distinguibile da altre. Il passaggio dall’astratto al concreto diventa esplicito in Calderoni e Vailati, «Il Pragmatismo e i vari modi di non dir niente», del 1909. Gli autori propongono di «tradurre ogni affermazione, in cui figurano parole “astratte”, in un’affermazione equivalente dove siano loro sostituiti i concreti corrispondenti» (Scritti, vol. I, 137). La prova è severa: se la traduzione non riesce, il termine astratto non sta sintetizzando un contenuto, sta occultandone l’assenza. La domanda pragmatica non è un interrogatorio ornamentale. Chiede che cosa una frase ci consenta di distinguere, prevedere o fare. John R. Searle, in Speech Acts: An Essay in the Philosophy of Language (Cambridge University Press, 1969, 12), descrive il parlare una lingua come «a rule-governed form of behavior», ossia «una forma di comportamento regolata da regole». La formulazione ricorda che la comprensione si realizza entro pratiche condivise, con condizioni e conseguenze riconoscibili. L’analisi del linguaggio richiede di distinguere il concetto dal suo involucro verbale. Vailati lo afferma in «Sull’arte di interrogare», apparso nel 1905: «il non saper applicare un concetto […] equivale a non possedere affatto il concetto stesso» (Scritti, vol. III, 282). Ripetere una definizione non prova di averne acquisito il contenuto; occorre saper riconoscere i casi pertinenti e separare quelli che non vi rientrano. Robert B. Brandom, in Making It Explicit: Reasoning, Representing, and Discursive Commitment (Harvard University Press, 1994, xxiii), condensa un’esigenza affine nella formula «To express something is to make it explicit» («Esprimere qualcosa significa renderlo esplicito»). Esplicitare significa rendere un contenuto accessibile alle richieste di chiarimento e alle obiezioni. Il pensiero acquista una disciplina pubblica: deve tollerare che qualcuno chieda che cosa significhi ciò che abbiamo appena detto.

L’onere della prova: previsioni, deduzioni e responsabilità

La norma pragmatica introduce un criterio di responsabilità intellettuale. Chi avanza una tesi deve spiegare che fatti ci si dovrebbe attendere se fosse vera e in che cosa tali fatti differirebbero da quelli previsti nel caso della sua falsità. In «Dal Monismo al Pragmatismo», del 1907, Vailati formula la richiesta di indicare «quali siano i fatti che, nel caso che essa fosse vera, dovrebbero […] succedere» (Scritti, vol. I, 91). Una tesi che non comporti alcuna differenza riconoscibile rispetto alla sua negazione rischia di non dirci nulla di determinato. Il punto non consiste nell’obbligare ogni riflessione a diventare un esperimento di laboratorio: consiste nel chiedere che cosa autorizzi l’affermazione e quali conseguenze se ne possano ricavare. Il principio trova un riferimento in Charles Sanders Peirce. In «How to Make Our Ideas Clear», pubblicato nel Popular Science Monthly nel 1878, Peirce invita a considerare «what effects, that might conceivably have practical bearings, we conceive the object of our conception to have» («quali effetti, suscettibili di avere conseguenze pratiche, concepiamo come possibili per l’oggetto del nostro concetto»). Il senso di una concezione viene chiarito attraverso gli effetti concepibili che le sono associati. Calderoni e Vailati riprendono questo orientamento nel saggio del 1909, sostenendo che «Il solo mezzo di determinare e chiarire il senso di una asserzione consiste nell’indicare quali esperienze particolari si intenda con essa affermare che si produrranno» (Scritti, vol. I, 116). Il significato diventa legato a condizioni d’esperienza che devono essere discusse, confrontate e controllate. La prospettiva non coincide con un culto ingenuo dell’utilità. Vailati distingue il significato di una proposizione dalla sua importanza pratica per un soggetto. Nella recensione a Peirce, «What Pragmatism is», pubblicata sul Leonardo nel 1905, precisa che permane «una differenza tra il dire che una proposizione ha un significato e il dire che essa ha un significato praticamente importante per noi» (Scritti, vol. I, 362). Una frase può essere intelligibile senza avere conseguenze decisive per chi la pronuncia. Questa distinzione impedisce di ridurre il metodo a una contabilità immediata dei vantaggi personali. Anche William James, in Pragmatism: A New Name for Some Old Ways of Thinking (Longmans, Green, and Co., 1907, lezione VI), scrive: «The true is the name of whatever proves itself to be good in the way of belief» («Il vero è il nome di ciò che si dimostra buono nell’ambito della credenza»). La formulazione jamesiana accentua il rapporto fra verità, esperienza e credenza; la lettura vailatiana richiede di mantenere distinta la questione del significato da quella del valore pratico attribuito a una tesi. La deduzione svolge un ruolo decisivo perché permette di rendere esplicite le conseguenze di un’ipotesi. Nel lavoro sulla teoria della definizione e della classificazione in Platone, pubblicato nel 1906, Vailati richiama gli «esperimenti di pensiero (Gedankenexperimente)» (Scritti, vol. I, 368). La mente costruisce situazioni ideali per esaminare rapporti e conseguenze senza dover riprodurre materialmente ogni condizione. In Il metodo deduttivo come strumento di ricerca (Roux Frassati, 1898; Scritti, vol. II, 43-45), il metodo mira a ottenere risultati «coi mezzi più semplici e riducendo al minimo le operazioni mentali». L’economia non coincide con la fretta: una deduzione è economica quando organizza il ragionamento in modo da aumentare la precisione delle previsioni e diminuire le operazioni superflue. L’attenzione alla funzione delle teorie compare anche nella riflessione di Vailati sulla logica matematica. In «Pragmatismo e logica matematica», pubblicato sul Leonardo nel 1906, le teorie vengono presentate come qualcosa che «non [è] scopo a sé stess[e], ma dei mezzi e degli “organismi”» (Scritti, vol. I, 72). Il sapere è un insieme di strumenti che devono mostrare la loro capacità di orientare l’indagine. La filosofia della scienza di John Dewey offre un confronto utile sul rapporto fra oggetto e attività: in Art as Experience (Minton, Balch & Company, 1934, I) scrive che «The actual work of art is what the product does with and in experience» («La vera opera d’arte è ciò che il prodotto realizza con e nell’esperienza»). L’opera non si esaurisce nel supporto materiale; prende forma attraverso ciò che accade nell’esperienza. Il confronto non annulla le differenze fra logica e arte, mette in luce un’affinità metodologica: un prodotto culturale viene compreso considerando le relazioni che attiva. L’esigenza di ridurre le astrazioni incontrollate è una critica delle generalizzazioni automatiche. Vailati descrive il pragmatismo come una reazione all’abitudine di costruire sintesi senza chiedersi se i concetti ottenuti siano capaci di dire qualcosa di determinato. Il problema è il costo conoscitivo dell’unificazione: nel tentativo di ricondurre ogni fenomeno a un’unica formula, si rischia di cancellare le differenze che permettevano di descriverlo. La metafora del re Mida, evocata nel percorso vailatiano, rende visibile il paradosso: se ogni cosa toccata viene trasformata in oro, anche la diversità dei materiali scompare. Richard Rorty, in Philosophy and the Mirror of Nature (Princeton, Princeton University Press, 1979), invita a considerare come i problemi filosofici mutino configurazione nel corso della storia. La sua prospettiva ricorda che il lessico teorico non è un rivestimento neutro: contribuisce a stabilire che domande appaiano legittime e che alternative restino invisibili.

Chiarezza, collaborazione e uso pubblico delle idee

Il pragmatismo analitico di Vailati non si limita a richiedere prove; domanda che le idee siano espresse in modo da rendere possibile il confronto. «Pragmatismo e logica matematica» individua una «ripugnanza per ciò che è vago, impreciso, generico» (Scritti, vol. I, 68). La vaghezza non è un difetto: nel linguaggio ordinario esistono contesti in cui la flessibilità è necessaria. Diventa un ostacolo quando permette a una tesi di cambiare significato ogni volta che viene messa alla prova. L’analisi consiste nel decomporre l’affermazione, isolare i suoi termini e mostrare che relazioni essa stabilisca. Il vantaggio è sociale: un enunciato chiaro riduce la possibilità che una controversia venga alimentata da equivoci mai riconosciuti. Calderoni, nel saggio del 1909, riassume questa esigenza nell’imperativo di «eliminare ogni superfluità e ridondanza» (Scritti, vol. I, 72). La concisione non è una gara a chi scrive meno; è la capacità di non chiedere al lettore di attraversare un labirinto quando basta una strada. Un concetto ben definito rende semplice individuare l’errore, correggere una deduzione e verificare se due interlocutori stiano davvero discutendo della stessa cosa. La precisione del linguaggio è una forma di organizzazione del lavoro intellettuale. Se una parola viene usata in due sensi differenti, l’argomentazione è idonea ad apparire coerente perché il passaggio dall’uno all’altro resta nascosto. Qui emerge la dimensione pubblica del metodo. Una tesi deve essere esposta a domande, critiche e possibili smentite; la sua formulazione non deve essere protetta da un’immunità retorica. Il controllo delle conseguenze permette agli interlocutori di stabilire dove concordano e dove divergono. Il metodo si avvicina a una concezione della razionalità come pratica condivisa. Hilary Putnam, in Realism with a Human Face (Harvard University Press, 1990), discute l’idea di rappresentare noi stessi come cartografi di qualcosa di indipendente dal linguaggio. La sua riflessione ricorda che descrivere il mondo implica categorie e pratiche concettuali; non ne segue che tutte le descrizioni siano equivalenti. Il confronto resta possibile attraverso ragioni, esperienze e criteri di valutazione condivisibili. La questione riguarda anche l’arte e la vita culturale. Un’opera può essere interpretata attraverso categorie storiche, sociali e politiche; tali categorie diventano utili quando permettono di identificare caratteristiche dell’opera e relazioni con il contesto. Se una lettura si limita a ripetere formule generiche, il vocabolario critico rischia di sostituirsi all’oggetto che dovrebbe chiarire. La prospettiva pragmatica invita a domandare quali elementi dell’opera sostengano un’interpretazione, quali dettagli la distinguano dalle alternative e quali conseguenze comporti per la comprensione. In termini sociologici, una teoria dell’arte deve interrogare le istituzioni che legittimano le opere e i discorsi che stabiliscono ciò che merita attenzione. La verifica non elimina la pluralità delle interpretazioni; aiuta a distinguerle in base alla loro capacità di rendere conto dei materiali. La disciplina analitica non impone una lingua arida. Al contrario, restituisce alla scrittura la possibilità di essere incisiva, perché rende riconoscibile il punto su cui si fonda un’argomentazione. Il metodo vailatiano difende la concisione come responsabilità verso chi legge e la chiarezza come condizione della collaborazione intellettuale. La sua attualità consiste nell’opporsi all’uso delle parole come distintivi di appartenenza o strumenti di intimidazione. Una frase non diventa profonda perché è difficile da capire; può esserlo quando riesce a rendere visibile una relazione che prima sfuggiva. Il pragmatismo analitico italiano non consegna una formula universale per risolvere ogni controversia. Offre un’abitudine di lavoro: chiedere che cosa significhi un’affermazione, quali fatti la sostengano, che cosa cambierebbe se fosse falsa e quali parole siano davvero necessarie per esprimerla. Vailati, attraverso il dialogo con la logica, l’empirismo e la tradizione pragmatista, fa della chiarezza una forma di onestà intellettuale. In un ambiente culturale che premia spesso la sicurezza esibita più della precisione, questa lezione conserva una forza semplice: prima di difendere una parola, bisogna saper dire che cosa ci permette di capire.

© Ivan Pozzoni

Share

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.