La lingua come identità in una famiglia
Questo libro ha sempre rappresentato per me un difficile cavallo da domare, perché, pur riconoscendo una certa valenza, non sono mai riuscito a comprendere per quale motivo si sia aggiudicato il Premio Strega 1963 e, soprattutto, perché venga considerato un capolavoro della nostra letteratura.
Dopo averlo letto negli anni un paio di volte senza riuscire a dare una risposta alla mia domanda ho deciso di approfittare di un’estate torrida per fare un terzo tentativo con una lettura meno veloce e più riflessiva.
La natura dell’opera è indubbiamente particolare perché è il risultato della fusione fra autobiografia, romanzo e memoria storica. Il lavoro è imperniato sulla vita della famiglia Levi di Torino in un arco di tempo che va dagli anni ‘20 ai primi anni ‘50, un’epoca di cui si può dire che tutto quello poteva accadere, e anche di più, è avvenuto. Il titolo deriva dal fatto che le vicende di questa famiglia sono raccontate tenendo conto del modo di esprimersi di ogni giorno. E’ cosi, per esempio, che il padre, se a tavola c’era chi inzuppava il pane nella salsa, gridava: Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! Non fate potacci!
Il ricorso a questo idioma particolare sembrerebbe un po’ poco per fare emergere l’opera dall’anonimato che spesso contraddistingue tante prose, ma secondo me – e questo è il risultato della terza lettura – il fatto che in famiglia si ricorra a espressioni del tutto particolari fa sì che questo gergo finisca con l’essere una caratteristica predominante e unitaria, tale che i vari membri possano riconoscersi dopo tanti anni e in qualsiasi posto pronunciando anche una sola di queste parole.
Questa, tuttavia, non è una caratteristica che qualifica positivamente e ampiamente l’opera, diciamo che è un modo di esprimersi, indubbiamente originale, che dopo le prime perplessità ci abitua a leggere e in fin dei conti a riconoscere noi stessi i membri della famiglia. Nel contesto di questa particolarità si inserisce poi uno stile che potremmo definire essenziale, ma non povero, e comunque perfettamente funzionale alla narrazione, con la scrittrice la cui presenza appare quella di una spettatrice silenziosa, che pescando nella memoria i fatti cerca di comprendere la sua vita.
Ben più importanti sono altri aspetti, soprattutto quello storico dove gli anni dell’avvento del fascismo e del suo consolidamento, le leggi razziali, la guerra e la Resistenza appaiono come un diario di chi ha provato quel periodo sulla propria pelle, con i sentimenti, le emozioni, le paure di un essere umano nelle tempeste del tempo. E poi è un’opera che ci fornisce dei ritratti, precisi, ma non didascalici, di personaggi come il padre, lo scienziato Giuseppe Levi, e di altri più famosi, come Filippo Turati, Adriano Olivetti, Cesare Pavese.
A fronte di questi elementi positivi ce ne sono anche di negativi, come la frammentarietà della narrazione e il ritmo certamente lento, per quanto questo appaia giustificato da chi cerca nella memoria per ricordare.
La terza lettura, forse data anche la mia non certo giovane età, mi ha consentito di entrare spesso in sintonia con la narratrice, di vedere, ovviamente a modo mio, ciò che lei ha scritto, il che è indubbiamente positivo, perché è la dimostrazione che il romanzo mi ha interessato.
Tuttavia, se pur il mio giudizio sia ora definitivo e positivo, mi rimangono delle perplessità in ordine al fatto che si tratti di un capolavoro della nostra letteratura. Si tratta indubbiamente di un libro stimolante, meritevole della massima considerazione, però non è che mi abbia lasciato dentro un messaggio di particolare significato, perché quella che continuo a ricordare è la caratteristica che ha dato il titolo al libro, il lessico famigliare.
Titolo: Lessico famigliare
Autore: Natalia Ginzburg
Prezzo copertina: € 13,50
Editore: Einaudi
Collana: Super ET
Edizione: 1
Data di Pubblicazione: 13 gennaio 2014
EAN: 9788806219291
ISBN: 8806219294
Natalia Ginzburg (Palermo, 14 luglio 1916 – Roma, 8 ottobre 1991).
Ha pubblicato i suoi primi racconti nel 1933 su «Solaria». Nel 1938 ha sposato Leone Ginzburg, e con lui e con i figli ha patito il confino per antifascismo dal 1940 al 1943.
Nel 1950 ha sposato in seconde nozze lo scrittore Gabriele Baldini.
Ha vissuto a lungo a Torino, ed è stata redattrice della Casa editrice Einaudi.
I suoi libri di narrativa (“La strada che va in città”, 1942; “È stato così”, 1947; “Tutti i nostri ieri”, 1952; “Valentino”, 1957, premio Viareggio; “Le voci della sera”, 1961; “Caro Michele”, 1973; “La città e la casa”, 1984), di memorie (“Lessico famigliare”, 1963, premio Strega), di saggi (“Le piccole virtù”, 1962; “Mai devi domandarmi”, 1970; “Vita immaginaria”, 1974; “La famiglia Manzoni”, 1983) sono caratterizzati da una scrittura nitida e sommessa e da un sottile impasto tonale che va dall’ironia alla saggezza, adatto a cogliere i piccoli gesti esemplari della vita quotidiana.
Più direttamente impegnato il testo “Serena Cruz o la vera giustizia”, 1990, pamphlet sul problema dell’adozione.
Nel suo teatro (raccolto nei volumi “Ti ho sposato per allegria e altre commedie”, 1967, e “Paese di mare”, 1973; cui sono seguiti “La poltrona”, 1985, e “L’interventista”, 1988) i temi e le propensioni stilistiche della G. tornano in un gioco dialogico di precisa e quasi astratta eleganza.
Nel 1983 Natalia viene eletta in Parlamento nelle liste del Partito Comunista Italiano, come indipendente, dove si impegna, animata da grande senso di giustizia e passione in cause umanitarie importanti.
Muore nell’ottobre del 1991, nella sua casa romana.
Qualche anno prima, in un articolo, aveva scritto:
“…pensiamo che la morte darà riposo. Immaginiamo allora la morte come un piccolo paese, o come una piccola casa, o una stanza. Qui abiteremo per sempre, con tutte le persone che abbiamo amato. Delle diverse idee che abbiamo sulla morte, questa è l’idea che più di tutte ci è cara. Il vero riposo è stare sempre con le persone amate. E perché non potrebbe essere così la morte? Chi l’ha detto che non sarà così?”
fonti: Enciclopedia della Letteratura Garzanti 2007; Archivio storico Einaudi; Profili di donne Album di Adele
Recensione di Renzo Montagnoli
