La dissoluzione del giusto: pragmatica e anatomia politica del diritto in Pinocchio

Il ribaltamento performativo e l’illusione della tutela

L’architettura testuale delle Avventure di Pinocchio esibisce un’esplorazione del fenomeno giuridico nella quale la norma rivela la propria intrinseca scissione aporetica. Attraverso una spietata destrutturazione pragmatica, la narrazione smantella l’illusione razionalista secondo cui la codificazione procedurale costituirebbe, di per sé, una garanzia etica di tutela dell’innocenza. Come osserva Gianluca Tracuzzi, «anche il diritto, come ogni parte, non è pienamente conoscibile senza attingere dal Tutto» (Narrazioni del diritto, Cacucci, Bari, 2023, 12). Tale prospettiva consente di ricondurre la vicenda giudiziaria del burattino alla tensione tra la validità formale della norma e la giustizia concreta della sua applicazione. Nel capitolo XIX, infatti, il giudice ordina: «Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione». L’episodio configura un rovesciamento paradossale della funzione giudiziaria: la vittima viene trasformata in imputato e l’istituzione, anziché ristabilire l’ordine violato, sancisce l’ingiustizia attraverso il suo potere coercitivo. L’apparente neutralità del rito forense e della sanzione sociale disvela una matrice performativa deformata, nella quale l’atto linguistico istituzionale non si limita a descrivere la realtà, concorre a ridefinirne autoritativamente lo statuto giuridico. La vicenda collodiana mette in discussione l’identificazione tra legalità e giustizia, mostrando come l’autorità procedurale possa produrre esiti arbitrari quando la forma normativa si separa dalla comprensione del caso concreto. Collodi inscena un teatro del diritto nel quale l’innocenza non costituisce un presupposto ontologico da difendere, un’anomalia sistemica suscettibile di essere sanzionata. La narrazione procede attraverso la decostruzione dei dispositivi giurisdizionali, mostrando come tanto l’inflessibile impianto codificato quanto la gestione sommaria dell’ordine confluiscano in una medesima ineluttabilità punitiva. In questa prospettiva, la riflessione del filosofo del diritto Giorgio Pino risulta pertinente: «L’interpretazione giuridica è una attività misteriosa: per un verso, l’interpretazione è il pane quotidiano dei giuristi» (L’interpretazione nel diritto, Giappichelli, Torino, 2021, Premessa, § 1, 1). La riflessione sull’interpretazione permette di problematizzare l’idea che l’applicazione della norma costituisca un’operazione meccanica e neutrale, separata dalle scelte attraverso cui il significato giuridico viene determinato. Sul versante della critica letteraria, l’analisi di Bruno Cavallone, «Il Tribunale di Acchiappacitrulli», Rivista di letteratura italiana, 2018, 45-48, offre un riferimento dedicato alla rappresentazione della giustizia nelle Avventure di Pinocchio. La vicenda processuale del protagonista mette in scena il rovesciamento paradossale della funzione giudiziaria: la vittima di un furto viene trasformata in destinataria della sanzione, mentre l’autorità, anziché ristabilire l’equilibrio violato, ratifica l’ingiustizia attraverso il proprio potere coercitivo. Il diritto emerge come un dispositivo performativo capace di produrre effetti che contraddicono la sua funzione dichiarata di tutela. L’episodio non dimostra soltanto la fallibilità del giudizio, espone la frattura tra legalità formale e giustizia sostanziale, suggerendo che l’istituzione possa riprodurre l’arbitrio nel momento in cui pretende di neutralizzarlo.

Il sillogismo deformato e la pragmatica forense del Giudice-Scimmione

Nel Processo a Pinocchio, l’apparato giudiziario di Acchiappacitrulli incarna la perversione del sillogismo giudiziale attraverso un ribaltamento pragmatico dei ruoli enunciativi: la vittima viene trasformata in imputato e l’autorità giudiziaria converte la procedura in uno strumento di riproduzione dell’ingiustizia. In questa prospettiva, la riflessione di Cattaneo secondo cui «La filosofia del diritto è la dottrina del diritto giusto» (Giusnaturalismo e dignità umana, Edizioni Scientifiche Italiane, 2006) consente di mettere in discussione l’identificazione tra validità formale e legittimità sostanziale: il processo collodiano mostra come l’esercizio dell’autorità, quando si separa dalla giustizia, possa rovesciare la funzione di tutela della norma e trasformare l’innocenza in oggetto di sanzione. L’interazione tra la vittima e l’autorità giudicante trasgredisce le regole conversazionali della cooperazione (Grice): «Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l’iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome, il cognome e i connotati dei malandrini, è finì col chiedere giustizia. Il giudice lo ascoltò con molta benignità: prese vivissima arte al racconto: s’intenerì, s’commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello. A questa scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi. Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro: ‘ Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione’». La pragmatica dell’atto linguistico (Austin, Searle) evidenzia una frattura sistemica: la illocutionary force dell’istanza del burattino («chiedere giustizia») e la risposta empatica apparente del Giudice-scimmione sfociano in un perlocutionary effect capovolto. Il verdetto emesso dal magistrato costituisce un atto performativo che non deriva logica dalla premessa esposta. In termini socio-giuridici, l’ordinamento presuppone il delitto e punisce la debolezza: la condizione di vittima viene convertita nella prova paradossale di una minaccia all’ordine sociale. Tale rovesciamento deve essere interpretato alla luce di Niklas Luhmann, secondo cui «la validità del diritto sia resa completamente dipendente da decisioni organizzate» (Sociologia del diritto, trad. it. di Alberto Febbrajo, Laterza, Roma-Bari, 1977, 152). La vicenda di Pinocchio mostra come il funzionamento dell’apparato giudiziario non garantisca, in quanto tale, la giustizia sostanziale: l’autorità istituzionale è in grado di produrre una decisione formalmente riconoscibile e, al contempo, ingiusta. Sul piano dell’antropologia giuridica, questa dinamica deve essere accostata agli studi sul pluralismo normativo e sulle pratiche sociali attraverso cui le comunità definiscono appartenenza, devianza e legittimità. In particolare, l’approccio etnografico di Csaba Varga invita a considerare il diritto attraverso le consuetudini e le pratiche sociali che ne condizionano l’effettività. Nel saggio «Theory of law. Legal ethnography, or the theoretical fruits of inquiries into folkways», l’autore esamina il rapporto tra diritto ed etnografia giuridica (Sociologia del diritto, 2010, n. 1, 81-101). La rappresentazione collodiana acquista una valenza critica: Pinocchio, pur rivolgendosi all’autorità per ottenere tutela, viene privato della possibilità concreta di far valere la propria posizione. Il richiamo all’homo sacer di Giorgio Agamben deve illuminare questa esclusione, purché sia inteso come analogia teorica e non come identificazione storica o giuridica.

Performatività coercitiva e la silenziazione dell’innocente

L’episodio del ferimento di Eugenio mostra il funzionamento della pragmatica di polizia, nella quale l’enunciazione coercitiva precede l’accertamento delle responsabilità e comprime la capacità difensiva del soggetto. L’imperativo dei carabinieri «Basta così: non occorre altro. Rìzzati subito e vieni via con noi» interrompe la possibilità di replica e trasforma l’intervento dell’autorità in una decisione operativa. La scena deve essere letta alla luce della teoria generale del diritto di Alfonso Catania, che include il rapporto tra diritto, forza e potere fra i problemi fondamentali dell’ordinamento (Manuale di teoria generale del diritto, Laterza, 2010). L’autorità opera una riduzione analitica del fatto a mero possesso materiale dell’oggetto di reato: «‘Se non sei stato tu, chi è stato dunque che l’ha ferito?’. ‘Io no – ripeté Pinocchio’.  ‘E con che cosa è stato ferito?’. ‘Con questo libro – E il burattino raccattò di terra il Trattato di Aritmetica…’. ‘E questo libro di chi è?’.  ‘Mio’. ‘Basta così: non occorre altro. Rizzati subito e vieni via con noi’». La costruzione dell’imputato avviene per condensazione indiziaria arbitraria. L’uso del marcatore discorsivo «Basta così» chiude il campo dell’inquisizione e rescinde la possibilità di replica. L’innocente, impossibilitato a scalzare la struttura semiotica dell’accusa, scivola in una condizione di mutismo forzato. Questo dinamismo evoca le riflessioni di Judith Butler sulla vulnerabilità linguistica e sulla forza performativa dell’ingiunzione istituzionale: il linguaggio della legge interpella l’individuo non necessariamente per accertarne la verità, ma può contribuire a costituirlo come soggetto assoggettato al potere. Come scrive Butler, «We ascribe an agency to language, a power to injure, and position ourselves as the objects of its injurious trajectory» (Excitable Speech: A Politics of the Performative, Routledge, 1997, 1). La vulnerabilità del soggetto deriva dal fatto che il linguaggio, lungi dall’essere un mezzo neutrale, partecipa alla definizione della sua posizione sociale e della sua possibilità di essere ascoltato. Il quadro teorico trova un ulteriore approfondimento nella riflessione di Butler sulla costituzione linguistica del soggetto: «No individual becomes a subject without first becoming subjected or undergoing “subjection”» (The Psychic Life of Power: Theories in Subjection, Stanford University Press, 1997, 11). In questa prospettiva, la scena collodiana rende visibile la tensione tra soggettivazione e assoggettamento: Pinocchio viene riconosciuto dall’apparato giudiziario come destinatario di un ordine, mentre la sua capacità di intervenire nella definizione dei fatti rimane subordinata al potere coercitivo dell’istituzione.

La sociologia del Pinocchio di Collodi: dispositivi punitivi e politologia dell’arte

Nel quadro della sociologia, dell’antropologia e della scienza politica, la narrazione collodiana si configura come una spietata anatomia delle istituzioni sanzionatorie dell’Italia postunitaria, mettendo in luce la distanza tra la funzione dichiarata della giustizia e gli effetti concreti dell’esercizio del potere. Sul piano sociologico, la riflessione di Cirus Rinaldi sul campo giuridico, sviluppata a partire da Pierre Bourdieu, individua nel giurista «l’agente autorizzato che contribuisce più direttamente alla produzione del mondo sociale» (Cirus Rinaldi, «Una sociologia delle imposture legittimate. La costruzione del campo giuridico», introduzione a Pierre Bourdieu, La forza del diritto. Elementi per una sociologia del campo giuridico, Armando, Roma, 2017, 13). Questa prospettiva consente di interpretare il tribunale di Acchiappacitrulli come un’istituzione che non si limita a riconoscere una realtà preesistente, ma concorre a costruire socialmente la colpa, trasformando la vittima in destinataria della sanzione. In una prospettiva antropologica, Didier Fassin sottolinea che il modo in cui la punizione viene «defined, justified, and applied» costituisce un «social analyzer of the political and moral realms» (Didier Fassin, The Moral World of Institutions, Tanner Lectures on Human Values, University of California, Berkeley, 2015). La punizione diventa uno strumento di analisi delle gerarchie morali e dei rapporti di potere che attraversano le istituzioni. Nel mondo di Collodi, l’intervento giudiziario non appare come un meccanismo autonomo rispetto alla società, come una pratica attraverso cui vengono stabiliti i confini tra normalità e devianza, innocenza e colpevolezza, appartenenza ed esclusione. Infine, sul versante politologico, Oded Löwenheim e Brent J. Steele osservano che «institutions of violence in the international system sanction Great Power authority in this system» («Institutions of Violence, Great Power Authority, and the War on Terror», in International Political Science Review, 31, n. 1, 2010, 23–39). Sebbene riferita alle relazioni internazionali, questa riflessione offre una chiave interpretativa utile a comprendere come le pratiche coercitive possano concorrere alla riproduzione dell’autorità istituzionale. Trasposta con cautela sul piano della narrazione collodiana, essa permette di leggere il procedimento sanzionatorio come una rappresentazione del potere che riafferma la sua legittimità quando produce esiti incompatibili con la giustizia sostanziale. La satira di Collodi assume una valenza socio-politica: l’istituzione, anziché correggere le disuguaglianze e proteggere il soggetto vulnerabile, trasforma la sua autorità in un meccanismo di riproduzione dell’arbitrio. Collodi smantella la mistificazione borghese del positivismo giuridico e dell’ideologia del controllo sociale. L’analisi del testo rivela che l’ordine sociale punta alla conservazione delle gerarchie di potere attraverso la criminalizzazione sistematica dei soggetti marginali. La violenza sommaria dell’episodio del Contadino costituisce il polo speculare della giurisdizione formale: «‘Ah, ladracchiolo!- disse il contadino incollerito, – dunque sei tu che mi porti via le galline? ‘Io no, io no! – gridò Pinocchio, singhiozzando…’ ‘Chi ruba l’uva è capacissimo di rubare anche i polli. Lascia fare a me, che ti darò una lezione da ricordartene per un pezzo». La massima del contadino («Chi ruba l’uva è capacissimo di rubare anche i polli») formula una presunzione di reità automatica che cancella l’habeas corpus. Sotto il profilo politico-antropologico, l’arte di Collodi mappa l’impossibilità per il soggetto subalterno di sottrarsi alla morsa punitiva: da un lato, l’iniquità del rito codificato, incarnata dal Tribunale di Acchiappacitrulli; dall’altro, l’arbitrio padronale della giustizia privata, rappresentato dall’imposizione del collare da cane. I due dispositivi, benché differenti nelle forme di legittimazione, convergono nella subordinazione del soggetto a un potere che ne limita l’autonomia e ne determina unilateralmente lo status sociale. Questa duplice dinamica può essere interpretata alla luce della riflessione del politologo e teorico del diritto Martin Loughlin, che nel saggio The State: Conditio Sine Qua Non osserva: «Sovereignty vests in the set of relations created through the establishment of these practices» (Martin Loughlin, «The State: Conditio Sine Qua Non», in International Journal of Constitutional Law, 16, n. 4, 2018, 1156-1163). Il passo consente di leggere il potere non soltanto come prerogativa di un’autorità formalmente costituita, ma come effetto di relazioni e pratiche che ne consolidano l’esercizio. In Collodi, tanto il tribunale quanto il padrone che impone il collare producono una classificazione del protagonista che precede e condiziona la sua possibilità di autodeterminarsi. La satira investe due modalità complementari di subordinazione: la coercizione istituzionalizzata della giustizia pubblica e quella interpersonale del dominio privato. In sintonia con le teorie contemporanee di Jacques Rancière sulla ‘partizione del sensibile’ e sulla polizia come distribuzione forzata dei ruoli sociali, Pinocchio rappresenta colui che viene privato della parola politica (logos) e ridotto a semplice rumore di fondo (phone), rimanendo esposto a ogni forma di sanzione. Sul piano neuroscientifico della ricezione della minaccia, lo stress da ingiunzione coercitiva manda in cortocircuito l’elaborazione cognitivo-difensiva della vittima, riducendola al blocco psicomotorio che Collodi descrive acutamente nell’espressione «rimase di princisbecco».

Conclusioni

Il racconto di Collodi suggerisce che l’ingiustizia non costituisca un semplice incidente nell’applicazione della norma, è una possibilità strutturale del funzionamento delle istituzioni e delle regole sociali. Tanto l’osservanza formalistica della procedura quanto l’intervento sanzionatorio sommario convergono nella produzione di esiti iniqui, facendo ricadere sul soggetto vulnerabile il costo maggiore dell’azione istituzionale. La legalità procedurale non garantisce la giustizia sostanziale, come l’immediatezza della punizione non assicura una valutazione equa delle responsabilità. In questa prospettiva, la riflessione del filosofo del diritto Gustavo Zagrebelsky sulla distinzione tra legge e giustizia offre un riferimento teorico per interrogare i limiti di un ordinamento che identifichi la propria legittimità con la mera osservanza delle forme normative. La rappresentazione collodiana trova un riscontro critico nella lettura storico-letteraria di Antonio Piromalli, secondo il quale Collodi «esprime il suo scetticismo sulla falsa scienza medica, sulla giustizia asservita ai malandrini, sulla sommarietà di esame intellettuale da parte dei pubblici poteri, sull’impossibilità del cittadino di difendersi di fronte alle ingiustizie» (Storia della letteratura italiana). Questa osservazione individua il nucleo politico della narrazione: le istituzioni, presentandosi come garanti dell’ordine, rischiano di diventare strumenti di oppressione quando la loro autorità si sottrae alla verifica critica e alla responsabilità etica. La vicenda di Pinocchio mette in discussione l’idea che la tutela dell’innocente debba essere affidata all’astrazione dei codici o alla rigidità dei dispositivi sanzionatori. La giustizia richiede un esercizio responsabile dell’autorità, capace di distinguere la conformità formale dalla correttezza sostanziale e di riconoscere la vulnerabilità di chi si trova in una posizione di svantaggio. La critica collodiana non implica un rifiuto della norma in quanto tale, denunciando l’insufficienza di ogni sistema giuridico che separi l’applicazione delle regole dalla valutazione dei fatti, dalla dignità delle persone e dalla responsabilità morale di chi è chiamato a giudicare.

© Ivan Pozzoni

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