Oblomov e la grammatica dell’inazione
La società Oblomov di Ivan Gončarov: descrizione e raffronto con il neobaumanismo prende forma a partire da una contraddizione elementare: l’uomo è impedito nell’azione tanto dall’eccesso di immobilità quanto dall’eccesso di movimento. Il romanzo Oblomov (1859) costruisce questa contraddizione attraverso un dispositivo narrativo nel quale corpo, spazio, oggetti, linguaggio e tempo concorrono alla definizione di una soggettività sospesa. L’immobilità di Il’ja Il’ič non è semplicemente una caratteristica psicologica; diventa una pratica quotidiana, una modalità di relazione con il mondo, una vera forma di vita. L’incipit è esemplare: «Лежанье у Ильи Ильича не было ни необходимостью […] ни случайностью […] ни наслаждением, как у лентяя: это было его нормальным состоянием» («Lo stare sdraiato di Il’ja Il’ič non era né una necessità […] né una casualità […] né un piacere da fannullone: era il suo stato normale») [Oblomov, RVB, 1859].
La parola decisiva è «нормальным», normal state. Gončarov non descrive un gesto occasionale: istituisce una norma comportamentale. Il letto diventa il centro sintattico dell’esistenza. La stanza di Oblomov funziona, contemporaneamente, come camera, studio e sala di ricevimento; lo spazio sociale viene ridotto a un ambiente nel quale tutto accade senza che il protagonista debba muoversi. La pragmatica del testo consiste in questa trasformazione dell’azione in segnale: stare sdraiato comunica una disposizione verso il mondo. L’atto corporeo diviene speech act non verbale, un enunciato incarnato che dice: il mondo deve attendere. Anche la vestaglia possiede una funzione pragmatica. Gončarov scrive: «Халат имел в глазах Обломова тьму неоцененных достоинств: он мягок, гибок» («La vestaglia aveva agli occhi di Oblomov una quantità di qualità inestimabili: era morbida, flessibile») [Oblomov, RVB, 1859]. L’oggetto diventa una sorta di dispositivo protettivo. Non serve a coprire il corpo: lo sottrae alle richieste dell’esterno. La vestaglia asseconda ogni movimento e riduce la necessità del movimento. L’oggetto domestico assume una funzione antropologica. L’ambiente costruito intorno al soggetto contribuisce a produrre il soggetto stesso. La critica letteraria incontra la sociologia dell’arte. L’opera letteraria non si limita a rappresentare un individuo: mette in scena un habitus. La ripetizione di gesti, posture, oggetti e formule linguistiche permette al lettore di percepire l’inerzia prima ancora di definirla concettualmente. Gončarov produce un concetto attraverso una serie di dettagli materiali. La critica analitica deve osservare non soltanto ‘che cosa dice Oblomov’, ma che cosa fanno narrativamente il letto, la stanza, la vestaglia, la polvere, le tende, le visite, i rinvii. Il meccanismo appare anche nella rappresentazione della preoccupazione. Gončarov scrive: «Вся тревога разрешалась вздохом и замирала в апатии или в дремоте» («Tutta l’ansia si risolveva in un sospiro e si spegneva nell’apatia o nel dormiveglia»), [Oblomov, RVB, 1859]. La struttura sintattica descrive un processo: preoccupazione, sospiro, apatia, sonnolenza. L’emozione non sfocia nell’azione. La sequenza viene interrotta prima dell’intenzione. Gončarov insiste sul fatto che l’inquietudine raramente si trasforma in un’idea determinata e ancora più raramente in un proposito. È qui che le pragmatics del romanzo assumono un valore teorico: fra stato interno e comportamento esiste una soglia che Oblomov non riesce sistematicamente ad attraversare. La questione non coincide con la semplice pigrizia. Il testo stesso rifiuta quella spiegazione. L’immobilità è diventata una condizione strutturale. Persino la delega delle attività quotidiane appartiene all’ordine normale delle cose: la casa continua a funzionare mentre Oblomov rimane sul divano. La società che lo circonda rende possibile la sua passività. La servitù, la posizione sociale, le consuetudini familiari e la protezione materiale formano un ambiente nel quale l’inazione non produce una crisi. Il concetto emerge esplicitamente nel dialogo con Stol’z. Quando questi definisce la condizione dell’amico «Какая-то… обломовщина» («Una specie di… oblomovščina»), [Oblomov, RVB, 1859], il nome si trasforma in nome comune. La parola oblomovščina costituisce il passaggio dalla psicologia alla sociologia. Oblomov non è Oblomov. Il suo modo di vivere diventa una possibilità culturale. Interessante è la risposta del protagonista: «Разве не все добиваются того же, о чем я мечтаю?» («Non è forse ciò che tutti cercano, ciò che io sogno?») [Oblomov, RVB, 1859]. Il personaggio rovescia l’accusa. Se il fine della vita è la pace, perché condannare la ricerca della pace? La oblomovščina contiene una critica implicita dell’ideologia dell’attività. La corsa, la carriera, la politica e il commercio appaiono come strumenti utili ad ottenere ciò che Oblomov possiede: tranquillità. È questa ambivalenza a rendere Gončarov straordinariamente utile per una lettura neobaumaniana. Zygmunt Bauman scrive in Liquid Modernity: «Fluidity or liquidity are fitting metaphors when we wish to grasp the nature of the present» («Fluidità o liquidità sono metafore adatte quando vogliamo comprendere la natura del presente»), [Polity Press, 2000, 2]. La modernità liquida viene definita attraverso la perdita di stabilità delle forme sociali. Oblomov sembra appartenere a un mondo opposto: quello della stabilità assoluta. La sua immobilità, tuttavia, deve essere letta come una risposta alla trasformazione sociale. Quando il mondo richiede movimento, il rifugio nel domestico acquista una funzione di resistenza. Bauman osserva inoltre che «the era of unconditional superiority of sedentarism over nomadism […] is […] grinding fast to a halt» («l’epoca della superiorità incondizionata della sedentarietà sul nomadismo […] sta rapidamente giungendo al termine») [Liquid Modernity, Polity Press, 2000, 13]. La distanza da Gončarov è evidente, e il confronto è fecondo. Oblomov rappresenta una società nella quale la sedentarietà domina; Bauman descrive una società nella quale domina la mobilità. Il punto comune risiede nella difficoltà del soggetto di stabilire un rapporto equilibrato con il cambiamento. La società Oblomov contemporanea nasce quando la vecchia immobilità viene interiorizzata dentro la nuova mobilità. L’individuo riesce a spostarsi moltissimo e rimanere prigioniero di una condizione di rinvio. Può rispondere a decine di messaggi senza prendere una decisione fondamentale. Può aggiornarsi continuamente senza trasformare realmente il suo orientamento. La posizione del corpo cambia; la struttura dell’esperienza resta sospesa.
Dalla oblomovščina alla modernità liquida, accelerata e performativa
La trasformazione diventa chiara attraverso Richard Sennett. In The Corrosion of Character il sociologo scrive: «Workers are asked to behave nimbly, to be open to change on short notice, to take risks continually» («Ai lavoratori viene chiesto di comportarsi con agilità, di essere aperti al cambiamento con breve preavviso, di assumere continuamente dei rischi»), [W. W. Norton, 1998, 9]. La parola decisiva è nimbly: il soggetto contemporaneo deve essere agile, disponibile, adattabile. Sennett individua la formula «No long term» («Nessun lungo termine»), [W. W. Norton, 1998, 31]. L’instabilità diventa parte delle pratiche ordinarie. La situazione sembra opposta a quella di Oblomov. Il personaggio di Gončarov rimane fermo perché il tempo sembra infinito; il lavoratore flessibile vive in una successione di scadenze. La conseguenza è analoga: viene compromessa la capacità di costruire una continuità narrativa del sé. Hartmut Rosa porta il problema sul terreno dell’accelerazione. La social acceleration comporta un aumento della velocità con cui esperienze e aspettative perdono affidabilità: «social acceleration is defined by an increase in the decay-rates of the reliability of experiences and expectations» («l’accelerazione sociale è definita dall’aumento della velocità con cui diminuisce l’affidabilità delle esperienze e delle aspettative») [Social Acceleration, Columbia University Press, 2013, 77]. La conseguenza è un presente nel quale ciò che oggi appare stabile può essere rapidamente sostituito. Il soggetto deve continuamente aggiornare se stesso. L’Oblomov classico non aggiorna mai se stesso. L’Oblomov contemporaneo deve aggiornarsi senza sosta. Questa è la trasformazione decisiva. L’inazione non scompare: cambia superficie. La procrastinazione assume la forma di un’attività incessante, nella quale ogni microazione rimanda la scelta essenziale. Byung-Chul Han descrive una società nella quale la coercizione tende a diventare auto-coercizione. «The disappearance of domination does not entail freedom» («La scomparsa del dominio non comporta la libertà») [The Burnout Society, Stanford University Press, 2015, 11]. Il soggetto contemporaneo diventa, contemporaneamente, controllore e controllato. Han formula la sintesi radicale: «Achievement society is the society of self-exploitation» («La società della prestazione è la società dell’auto-sfruttamento») [47]. Il confronto con Oblomov produce un paradosso. Gončarov mostra un uomo che non riesce ad agire; Han mostra un uomo che non riesce a smettere di agire. Il primo subisce la sua inerzia, il secondo rischia di subire la sua produttività. La forma sociale cambia, il problema antropologico resta legato alla perdita di autonomia sul proprio tempo. Il linguaggio è rivelatore. Oblomov ripete continuamente la possibilità dell’azione futura. Il soggetto della prestazione ripete la possibilità dell’azione immediata: posso ancora fare, posso ancora migliorare, posso ancora produrre. In entrambi i casi il presente perde consistenza. Il primo lo rimanda verso un futuro indefinito; il secondo lo consuma attraverso una successione infinita di compiti. La dimensione spaziale permette un ulteriore raffronto. Marc Augé definisce il non-place come uno spazio privo delle caratteristiche relazionali e identitarie del luogo: «If a place can be defined as relational, historical and concerned with identity, then a space which cannot be defined as relational, or historical, or concerned with identity will be a non-place» («Se un luogo può essere definito relazionale, storico e legato all’identità, uno spazio che non possiede tali caratteristiche sarà un non-luogo») [Non-Places, Verso, 1995, 78]. La stanza di Oblomov costituisce l’antitesi del non-place: è iper-satura di identità, memoria e abitudine. La sua immobilità nasce dall’eccesso di radicamento. L’aeroporto, il centro commerciale, la sala d’attesa o l’interfaccia digitale producono, invece, un soggetto in transito. Augé arriva a una formula significativa: «The space of non-place creates neither singular identity nor relations; only solitude, and similitude» («Lo spazio del non-luogo non crea né identità singolare né relazioni; soltanto solitudine e similitudine») [Non-Places, Verso, 1995, 103]. L’Oblomov contemporaneo è in grado di abitare due spazi contrari: la stanza iperprotetta e il non-luogo permanente. In entrambi i casi il problema riguarda la relazione fra individuo e mondo. La prima impedisce il passaggio; il secondo rende ogni passaggio transitorio. Guy Debord aveva formulato la trasformazione dell’esperienza in rappresentazione: «The spectacle is not a collection of images, but a social relation among people, mediated by images» («Lo spettacolo non è una raccolta di immagini, bensì una relazione sociale fra persone mediata dalle immagini») [The Society of the Spectacle, Zone Books, 1994, IV, 12]. Oblomov acquista un’altra attualità. Il personaggio vive la vita attraverso la sua anticipazione immaginaria. L’esistenza diventa scena prima di diventare esperienza. La società dello spettacolo generalizza questa distanza: ciò che viene vissuto viene contemporaneamente preparato per essere rappresentato. Erving Goffman permette di precisare il meccanismo attraverso la nozione di performance. «Ordinary social intercourse is itself put together as a scene» («La normale interazione sociale è essa stessa costruita come una scena») [The Presentation of Self in Everyday Life, Doubleday, 1956, 22-30]. La società contemporanea richiede una continua gestione della sua presentazione. L’individuo non deve essere; deve rendere leggibile ciò che è. Il profilo sociale diventa una piccola scenografia. L’Oblomov tradizionale sottrae il corpo alla scena; l’Oblomov contemporaneo deve vivere dentro una scena permanente. Sherry Turkle sintetizza una delle contraddizioni della socialità digitale nel titolo Alone Together («Insieme soli»), [Basic Books, 2011, 3]. La connessione tecnica non coincide automaticamente con la presenza relazionale. La formula permette di reinterpretare la stanza di Oblomov: l’isolamento non dipende soltanto dalla distanza fisica. Può nascere anche quando gli individui sono continuamente collegati. Eva Illouz sposta il discorso dalla psicologia alla struttura sociale: «the vagaries and miseries of our emotional life are shaped by institutional arrangements» («le vicissitudini e le miserie della nostra vita emotiva sono modellate dagli assetti istituzionali»), [Why Love Hurts, Polity Press, 2012, 4]. L’individuo non riesce ad essere separato dalle forme sociali nelle quali vive. L’amore, la solitudine, l’insicurezza e la scelta sono influenzati da mercati, istituzioni e norme culturali. Ulrich Beck introduce il tema dell’incertezza: «hazards and potential threats have been unleashed to an extent previously unknown» («pericoli e minacce potenziali sono stati liberati in una misura precedentemente sconosciuta») [Risk Society, Sage, 1992, 19]. La società del rischio rende la decisione complessa. Ogni scelta è accompagnata da conseguenze difficili da prevedere. L’inazione diventa una strategia di sospensione. Oblomov non sceglie perché teme il movimento; il soggetto contemporaneo rinvia perché il campo delle conseguenze è diventato eccessivamente complesso. David Harvey parla invece di «time-space compression» («compressione spazio-temporale») [The Condition of Postmodernity, Blackwell, 1989, 284]. Il tempo sociale viene compresso dalla velocità dei processi economici e comunicativi. La distanza perde parte della sua capacità di rallentare l’esperienza. La stanza di Gončarov rappresenta una temporalità estesa; la contemporaneità digitale rappresenta una temporalità compressa. Il problema può essere formulato in termini identici: quale rapporto rimane fra il tempo vissuto e il tempo sociale? Christopher Lasch, nella Culture of Narcissism, descrive una condizione nella quale «the self shrinks back […] toward a passive and primeval state in which the world remains uncreated, unformed» («il sé arretra […] verso uno stato passivo e primordiale nel quale il mondo rimane non creato, non formato») [The Culture of Narcissism, W. W. Norton, 1979, 50]. La formula sembra sorprendentemente vicina alla logica oblomoviana: il mondo non viene trasformato dall’azione, viene lasciato nello stato della possibilità. Il confronto non autorizza una diagnosi collettiva. La “sindrome di Oblomov” è una metafora culturale. La neuroscienza contemporanea permette di formulare un parallelo prudente. I processi associati alla default mode network partecipano all’autoriferimento, alla memoria autobiografica e alla simulazione del futuro; il mind-wandering non equivale a semplice passività. La difficoltà nasce quando l’immaginazione non viene reintegrata nell’azione. La distinzione è fondamentale: fantasticare produce scenari; vivere richiede la trasformazione di alcuni scenari in decisioni. La sociologia dell’arte consente di comprendere la funzione specifica di Gončarov. L’opera letteraria rende percepibile una struttura sociale attraverso la costruzione di un corpo. La mise-en-scène della stanza, la vestaglia, il divano e la polvere non sono decorazione. Sono segni. Il romanzo trasforma una disposizione storica in un’esperienza percettiva. Il lettore non riceve una definizione dell’inerzia: la sperimenta attraverso il ritmo narrativo.
Dalla stanza di Oblomov alla società contemporanea
La forza di Oblomov consiste nella sua capacità di impedire una conclusione moralistica. Stol’z interpreta la vita dell’amico attraverso la parola «обломовщина», mentre Oblomov reagisce chiedendo quale sia realmente il senso dell’esistenza. La sua domanda «Где же идеал жизни, по-твоему?» («Dov’è dunque, secondo te, l’ideale della vita?») [Oblomov, RVB, 1859], rimane aperta. Il romanzo non permette di trasformare l’efficienza in valore assoluto. Questa ambivalenza è decisiva anche nella lettura politica. Una società è in grado di produrre passività attraverso il privilegio, la dipendenza e la delega; può produrre passività anche attraverso l’iperstimolazione, la precarietà e l’eccesso di richieste. La politologia dell’arte trova un oggetto specifico: l’opera letteraria rappresenta la capacità o l’incapacità dei soggetti di intervenire nel mondo comune. Il cittadino oblomoviano contemporaneo non deve necessariamente stare a letto. Può essere costantemente informato e scarsamente capace di trasformare l’informazione in deliberazione. Può commentare senza partecipare, scegliere senza costruire un orientamento, comunicare senza stabilire legami durevoli. Debord, Bauman, Rosa e Han descrivono forme differenti di questa trasformazione. Nessuno di loro coincide con Gončarov; insieme consentono di ampliare il significato della oblomovščina. La categoria significativa diventa allora quella di azione sospesa. In Gončarov la sospensione è visibile. Il corpo rimane sul divano. Nella modernità liquida diventa invisibile. L’individuo è continuamente impegnato e contemporaneamente incapace di stabilire quale azione abbia veramente valore. La quantità di movimento cresce; la direzione si indebolisce. La dimensione artistica del problema cambia. L’arte contemporanea vive dentro la stessa società che rappresenta. La produzione incessante di immagini, contenuti e identità genera una condizione nella quale l’opera rischia di essere consumata prima di essere contemplata. L’attenzione diventa una risorsa economica. Il tempo dell’osservazione viene sottoposto alla stessa accelerazione che Rosa individua nella vita sociale. Gončarov permette di vedere ciò che la velocità rischia di nascondere. La polvere nella stanza di Oblomov è un dettaglio minimo, quasi ridicolo. Narrativamente segnala il tempo che si deposita sulle cose. Nella società contemporanea la polvere viene sostituita dall’aggiornamento continuo: il mondo non sembra mai fermarsi abbastanza a lungo da mostrare ciò che sta accadendo. L’oblio prende la forma dell’eccesso di presente. La neuroscienza, la sociologia e la critica letteraria convergono su un punto metodologico: non bisogna confondere inattività, riposo, contemplazione, procrastinazione, depressione clinica, burnout e passività politica. Sono fenomeni differenti. Il valore della figura di Oblomov consiste nell’offrire una metafora capace di interrogare il passaggio fra intenzione e comportamento, fra possibilità e scelta. Il romanzo mostra che l’identità non nasce soltanto dalle dichiarazioni dell’individuo. Nasce dalla ripetizione. Oblomov diventa Oblomov attraverso la reiterazione di posture, oggetti, rituali, parole e rinvii. In termini pragmatici, l’identità è performed prima di essere definita. Il soggetto non dice semplicemente «sono inattivo»: costruisce una serie di pratiche attraverso le quali l’inattività diventa riconoscibile. È questo il punto nel quale la oblomovščina assume una dimensione contemporanea. Le pratiche digitali possono produrre identità attraverso la ripetizione di micro-azioni: controllare, aggiornare, reagire, confrontare, rimandare, ricominciare. Il gesto è minimo; la struttura è cumulativa. Come la vestaglia di Gončarov, l’interfaccia diventa un ambiente che asseconda il soggetto e contemporaneamente lo trattiene. Il confronto con Bauman completa il quadro. La modernità liquida non ha abolito la stanza di Oblomov: l’ha resa mobile. Il soggetto contemporaneo porta con sé la propria stanza sotto forma di dispositivi, abitudini, flussi informativi e rituali personali. Può attraversare città, professioni e relazioni senza abbandonare la stessa struttura di rinvio. La sedentarietà si è trasformata in una sedentarietà portatile.
Sennett mostra come la flessibilità indebolisca il lungo periodo. La conclusione deve essere formulata con semplicità. Oblomov non è un uomo pigro. È un uomo che non riesce a trasformare la possibilità in decisione. La sua società non è soltanto una società arretrata. È una società nella quale l’azione è delegabile fino a diventare estranea all’individuo. La società contemporanea presenta il problema in forma diversa: l’azione è continuamente richiesta, la scelta diventa frammentata e il tempo viene sottoposto a pressione. Per questo la società Oblomov non coincide con una società immobile. È una società nella quale possiamo muoverci molto senza sapere sempre verso quale direzione stiamo andando. Possiamo essere continuamente occupati e avere difficoltà a distinguere ciò che è urgente da ciò che è importante. Possiamo immaginare molte vite e costruirne soltanto una. La lezione di Gončarov rimane attuale. Il problema non è semplicemente alzarsi dal letto. Il problema è capire perché alzarsi, verso dove andare e quale vita si desidera realmente costruire. Fra l’immobilità di Oblomov e l’accelerazione della società contemporanea esiste una differenza enorme; esiste anche una domanda comune: che cosa rende un movimento una vera azione? È questa domanda a fare di Oblomov un romanzo ancora vivo.
© Ivan Pozzoni
