Dosolina Rapacchietta – L’uomo dell’organetto. Vita e musica di Fanciullo Rapacchietta

Ho terminato L’uomo dell’organetto con una sensazione che si è fatta sempre più chiara durante la lettura: Fanciullo Rapacchietta mi ha interessata più del libro che lo racconta.
Il lavoro di Dosolina Rapacchietta ha innanzitutto il merito di sottrarre Fanciullo alla sola memoria familiare e locale, ricostruendone la vicenda attraverso le sue parole e quelle di chi lo ha conosciuto, insieme a un ricco materiale documentario che restituisce anche una parte della cultura popolare abruzzese.
La vita che emerge da queste pagine non avrebbe bisogno di essere caricata di significati ulteriori. Fanciullo attraversa la guerra fino all’esperienza della Resistenza e della prigionia, mentre l’organetto a due bassi accompagna un percorso nel quale la tradizione ricevuta non viene semplicemente conservata. Nelle sue mani cambia, si arricchisce e soprattutto passa ad altri, attraverso un insegnamento destinato a continuare anche negli allievi diventati a loro volta maestri. È questo Fanciullo a interessarmi maggiormente, l’uomo che appartiene a una tradizione senza limitarsi a custodirla e che proprio trasformandola riesce a trasmetterla.
Dosolina Rapacchietta tende spesso a spiegare Fanciullo dopo averlo raccontato, rileggendo ciò che gli accade attraverso categorie psicologiche legate soprattutto al trauma, alla resilienza e ai processi di elaborazione dell’esperienza. Una prospettiva coerente con la formazione dell’autrice e certamente pertinente al progetto del libro, che però finisce per diventare così presente da sottrarre spazio a ciò che la vicenda di Fanciullo era già riuscita a mostrare.
Già nell’introduzione conosciamo l’interpretazione di Fanciullo prima di conoscere Fanciullo, perché la sua esperienza viene letta fin dall’inizio attraverso il trauma e la resilienza. Avrei preferito che fossero gli avvenimenti a condurmi verso questa lettura, lasciandomi lo spazio per incontrare prima l’uomo e interrogarmi poi sul significato della sua esperienza.
Nel corso del libro questa lettura psicologica torna dopo molti degli episodi raccontati, anche quando il loro significato era già emerso con chiarezza. Non è l’interpretazione in sé a convincermi meno, ma la necessità di esplicitarla continuamente. Il ritorno degli stessi concetti fino alle pagine conclusive sulla neuroplasticità e sugli effetti della musica sul cervello ha finito così per rendere la lettura più faticosa.
Lo avverto soprattutto quando è Fanciullo a raccontare, come nelle pagine dedicate alla Resistenza, dove la sua esperienza possiede una forza che non richiede ulteriori interpretazioni. Accade anche nelle testimonianze di chi lo ha conosciuto e nei materiali raccolti dall’autrice. Fanciullo acquista maggiore forza quando l’interpretazione arretra e il libro si fida della sua storia.
Fanciullo Rapacchietta non ha bisogno di diventare il simbolo di qualcosa per risultare interessante, la sua storia trova forza soprattutto nel rapporto con uno strumento che ha saputo trasformare e poi consegnare ad altri. È forse questa l’idea di tradizione che il libro restituisce meglio, qualcosa che sopravvive perché continua a passare di mano in mano.
Alla fine della lettura, più delle interpretazioni costruite intorno alla sua esperienza, mi rimane Fanciullo con il suo organetto. Prima di questo libro conoscevo appena il suo nome; ora conosco la storia che c’è dietro quel mantice e sono andata a cercarla anche oltre queste pagine.

Titolo: L’uomo dell’organetto. Vita e musica di Fanciullo Rapacchietta
Autore: Dosolina Rapacchietta
Prezzo copertina: € 20,00
Editore: Carabba
Collana: Universale Carabba
Data di Pubblicazione: 10 aprile 2026
EAN: 9788863448733
ISBN: 8863448736
Pagine: 224

Katia Ciarrocchi
© Redazione Lib(e)roLibro

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