C’è un punto, leggendo Il ballo delle pazze di Victoria Mas in cui la distanza tra chi osserva e chi è osservato si rompe. All’inizio si entra nella Salpêtrière come lettori, quasi con la stessa curiosità di chi, nell’Ottocento, varcava quelle porte per assistere agli esperimenti di Charcot o al celebre ballo in maschera, poi, pagina dopo pagina, quella posizione diventa insostenibile.
Il romanzo di Victoria Mas si muove dentro uno spazio reale e documentato, l’ospedale psichiatrico femminile della Salpêtrière, nella Parigi di fine Ottocento. Qui vengono rinchiuse donne considerate “isteriche”, devianti, ingestibili. Il termine medico serve a dare una forma accettabile a ciò che in realtà è soprattutto sociale, questo è stato un modo per neutralizzare ciò che non rientra nella norma.
Al centro della storia c’è Eugénie Cléry, una giovane donna borghese, intelligente e lucida, perfettamente in grado di leggere il mondo che la circonda. Non presenta alcun segno di squilibrio, se non uno, decisivo per l’epoca in cui vive, sostiene di poter vedere e parlare con i morti. Non è un dettaglio folkloristico né un semplice espediente narrativo, ma il punto da cui il romanzo si apre e prende una direzione più complessa, perché ciò che conta non è tanto stabilire se Eugénie dica la verità, quanto osservare cosa accade nel momento in cui questa possibilità viene rifiutata. La sua famiglia non prova a capire, non si concede il dubbio, ma prende una decisione netta, l’internamento.
La Salpêtrière è un sistema chiuso che assorbe le vite e le trasforma, ed è qui che Eugénie entra in relazione con altre donne segnate ciascuna da una ferita diversa: Louise porta addosso il peso della violenza ed è ridotta a oggetto di osservazione, Thérèse prova a custodire una traccia di umanità in un luogo che la consuma lentamente, mentre Geneviève, capoinfermiera, si muove in un equilibrio fragile tra la fiducia nella scienza e incrinature interiori che con il tempo diventano sempre più evidenti.
La narrazione non segue un percorso lineare nel senso più tradizionale, ma si costruisce attraverso incroci e risonanze. A tenere insieme le pagine è una tensione più profonda che riguarda il diritto di stabilire cosa sia reale. Eugénie si trova esattamente in quel punto di attrito dove due visioni opposte entrano in conflitto, da una parte un sapere che vuole classificare e contenere, dall’altra qualcosa che sfugge e che nel momento in cui viene definito rischia di perdere la propria natura. È qui che l’idea stessa di malattia comincia a perdere solidità, il romanzo non nega la sofferenza psichica, ma mostra con chiarezza quanto il confine tra patologia e deviazione sia stato spesso costruito più per controllare che per curare. La Salpêtrière diventa così il simbolo di questo meccanismo, un luogo che non accoglie ma trattiene, dove le donne vengono progressivamente spogliate della propria voce e della possibilità di definirsi.
Il ballo delle pazze rende tutto questo evidente senza bisogno di forzature, una festa realmente esistita in cui l’alta società osserva le internate come parte di uno spettacolo, trasformando la follia in qualcosa da guardare e la sofferenza in qualcosa che può essere accettato solo quando smette di disturbare.
Victoria Mas sceglie una scrittura lineare, essenziale, che rinuncia a soluzioni stilistiche complesse e mantiene il linguaggio su un registro pulito che permette al testo di arrivare in modo diretto, senza filtri, quasi con l’intenzione di non frapporre distanza tra chi legge e ciò che viene raccontato.
Ciò che rimane dopo la lettura non è soltanto la ricostruzione storica, per quanto efficace, ma una sensazione più sottile e persistente, quella di un confine ancora fragile tra ciò che viene chiamato follia e ciò che è semplicemente diverso, e di un bisogno di classificare e normalizzare che non appartiene solo al passato.
Il punto di forza di “Il ballo delle pazze” sta nello sguardo che costruisce e nella capacità di rimettere in discussione una parola come “pazzia”, spingendo a interrogarsi su chi la usa e con quale necessità.
Alla fine, quanto di ciò che chiamiamo malattia appartiene davvero a chi la vive e quanto nasce dallo sguardo di chi non è disposto ad accettarla.
Titolo: Il ballo delle pazze
Autore: Victoria Mas
Prezzo copertina: € 19,00
Editore: E/O
Collana: Dal mondo
Traduttore: Bracci Testasecca A.
Data di Pubblicazione: 10 febbraio 2021
EAN: 9788833572864
ISBN: 8833572862
Pagine: 181
Citazioni tratte da: Il ballo delle pazze di Victoria Mas
… la malattia disumanizza rende quelle donne marionette alla mercé di sintomi grotteschi, bambole molli tra le mani di medici che le maneggiano e le esaminano in ogni minima piega, bestiole curiose che suscitano solo un interesse clinico. Non sono più mogli, madri o adolescenti, non sono donne da guardare o da prendere in considerazione, non saranno mai donne da desiderare o a cui volere bene: sono malate. Pazze. Fallite.
È strano il momento in cui le certezze più intime e il mondo come lo si è pensato finora vacillano, il momento in cui nuove informazioni ti mettono al corrente di una nuova realtà.
Quando diciamo la verità non sappiamo mai davvero se abbiamo fatto bene a dirla. Sebbene sul momento sia un sollievo, l’onestà si trasforma presto in rimpianto. Ce la prendiamo con noi stessi per esserci confidati, lasciati trascinare dall’urgenza di parlare, aver riposto la nostra fiducia in un altro, e quel rimpianto ci fa ripromettere di non farlo più.
«Non c’è bisogno di credere perché le cose esistano. Io non credevo agli spiriti, eppure esistono. Possiamo rifiutare le credenze, fidarci o diffidarne, ma non possiamo negare ciò che ci si presenta davanti. Questo libro… mi ha fatto capire che non ero pazza. Per la prima volta ho avuto la sensazione di non essere quella strana in mezzo alla folla, ma l’unica normale in mezzo agli altri».
Non c’è pensiero più consolante che sapere gli amati defunti al proprio fianco. La morte appare meno grave e fatale, la vita acquista valore e senso. Non esiste un prima e un dopo, ma un tutto.
… ci sono casi in cui una bugia è più di una necessità, è un conforto.
«Che hai da sorridere?».
L’alienata la guarda.
«Sa, l’esistenza è affascinante».
Quelli che l’hanno giudicata, quelli che hanno giudicato me… Il loro giudizio risiede nelle proprie convinzioni. La fede incrollabile in un’idea porta al pregiudizio. Ti ho già detto quanto mi sento serena da quando ho dei dubbi? Proprio così, non bisogna avere convinzioni, bisogna poter dubitare di tutto, delle cose e di se stessi. Dubitare. Mi sembra chiarissimo da quando sono dall’altra parte, da quando dormo in quei letti che prima mi facevano orrore. Non mi sento vicina alle donne che stanno qui, ma ormai le vedo come sono.
Non so se andrò via di qui presto o non ne uscirò mai. Dubito che la libertà sia là fuori. Ho trascorso fuori da queste mura la maggior parte della mia vita, e non mi sono sentita libera. Non credo che sia questo l’obiettivo a cui aspirare.
Aspettare di essere liberata è un sentimento vano e insopportabile.
Katia Ciarrocchi
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