Si può raccontare un’intera epoca senza mettere al centro gli avvenimenti che l’hanno segnata? Marietta prova a farlo. Liliana Di Bella attraversa buona parte del Novecento, ma sceglie di osservare quel periodo dalla prospettiva di una bambina che diventa donna e di un paese che, lentamente, cambia insieme a lei. Il risultato non è un romanzo storico nel senso più tradizionale del termine. È piuttosto un racconto di formazione costruito attorno ai ricordi, alle relazioni e alla quotidianità.
Marietta accompagna il lettore fin dalla nascita. Cresce in una famiglia semplice, scopre il mondo attraverso gli occhi dell’infanzia, frequenta la scuola, stringe amicizie, osserva gli adulti, assorbe tradizioni e valori. La sua vicenda procede insieme a quella della comunità che la circonda e, pagina dopo pagina, diventa quasi un pretesto per raccontare un modo di vivere che oggi appare lontanissimo.
Nel libro c’è una scelta precisa, che emerge con chiarezza già dai primi capitoli: nessun elemento viene considerato secondario. Un ricamo riceve la stessa attenzione di un avvenimento storico; una tavola apparecchiata per la festa di San Giuseppe ha lo stesso peso narrativo di una partenza per la guerra; una giornata trascorsa nei campi diventa importante quanto un passaggio decisivo nella vita della protagonista. È un modo di raccontare che può sorprendere chi cerca un intreccio serrato, ma che si rivela perfettamente coerente con l’intenzione dell’autrice.
La sensazione, procedendo nella lettura, è che Liliana Di Bella non abbia scritto Marietta per ricostruire semplicemente una storia familiare. Sembra piuttosto voler conservare un patrimonio di memoria che conosce bene e che teme possa dissolversi con il passare del tempo. Per questo il romanzo dedica tanto spazio ai dettagli della vita quotidiana. Le conserve preparate in estate, il corredo ricamato con pazienza, i giochi dei bambini, il dialetto, i lavori nei campi, le processioni religiose. Non sono parentesi narrative. Sono il tessuto stesso del racconto.
È proprio questa attenzione alla vita ordinaria a distinguere il libro. Oggi la narrativa tende spesso a costruire personaggi eccezionali o situazioni straordinarie. Marietta, al contrario, restituisce dignità a persone che raramente trovano spazio nei romanzi. Contadini, ricamatrici, massaie, sacerdoti, maestre, bambini. Figure che non cambiano la Storia, ma che permettono alla Storia di essere raccontata da un’altra prospettiva.
Anche i personaggi seguono questa impostazione. Marietta resta il punto di riferimento costante, ma non occupa mai tutta la scena. Matilde rappresenta il senso della famiglia e l’educazione ricevuta in casa; Tatò porta leggerezza e curiosità; don Alfredo diventa una presenza autorevole nella vita del paese; la signorina Elvira, invece, rompe l’equilibrio con la sua natura più sfuggente. È uno dei personaggi che incuriosiscono maggiormente proprio perché non viene spiegato fino in fondo. Rimane qualcosa di irrisolto, e questa scelta funziona.
Mi ha colpito anche il modo in cui viene raccontata la guerra. Non ci sono pagine dedicate alle battaglie, né la volontà di ricostruire gli eventi storici nel dettaglio. La guerra arriva nelle case, modifica gli equilibri familiari, cambia le prospettive di chi resta. È uno sguardo che privilegia gli effetti sugli uomini e sulle donne comuni, piuttosto che i fatti in sé.
Le donne, del resto, sono una presenza costante. Non vengono raccontate come figure eroiche, ma come il centro silenzioso della vita familiare. Preparano, insegnano, lavorano, tramandano. Molto di ciò che il romanzo conserva passa attraverso le loro mani. È un elemento che emerge senza essere mai dichiarato apertamente e che rende ancora più credibile il racconto.
Lo stile segue la stessa direzione. Liliana Di Bella sceglie una lingua semplice, vicina all’oralità del racconto familiare. Non cerca effetti letterari, non costruisce frasi destinate a colpire. In alcuni passaggi questa linearità può rallentare il ritmo, soprattutto per chi è abituato a una narrativa più essenziale. Allo stesso tempo, però, è proprio questa fedeltà al tono del ricordo a dare unità al romanzo. Sarebbe stato difficile immaginare Marietta scritto in modo diverso.
Conoscere il percorso dell’autrice aiuta a comprendere meglio il senso dell’opera.
Vivere lontano dalla Sicilia non ha affievolito il legame con la terra d’origine; semmai sembra averlo reso ancora più consapevole.
Dalla pittura alla scrittura, il filo conduttore rimane lo stesso: fermare immagini, persone e tradizioni prima che il tempo le renda irriconoscibili. Marietta nasce da questa esigenza e la mantiene dall’inizio alla fine.
Alla fine della lettura non è un episodio a rimanere impresso. Rimane un’atmosfera. Restano le strade del paese, il rumore del lavoro nei campi, il vociare delle feste, le mani che ricamano un corredo destinato a durare una vita. Restano soprattutto le persone comuni, quelle che difficilmente trovano spazio nei libri di storia e che qui, invece, diventano il cuore del racconto.
Marietta non cerca di reinventare il romanzo storico né di sorprendere il lettore con soluzioni narrative originali. La sua forza sta altrove: nel desiderio sincero di raccontare un mondo prima che venga dimenticato. E, una volta chiuso il libro, è difficile non pensare a quante storie simili siano rimaste chiuse nei cassetti delle nostre famiglie, senza che nessuno abbia mai deciso di metterle per iscritto.
Alessia Rosso
Titolo: Marietta. Storia di vita rurale, ricami, merletti e tradizioni
Autrice: Liliana Di Bella
Editore: Bookabook
Genere: Narrativa
Pagine: 255
Formato: Copertina flessibile
ISBN: 979-1255993964

Grazie per il bellissimo articolo!
Sono state colte tutte le mie intenzioni e il percorso per cui ho scritto Marietta.
Liliana Di Bella