Il pensiero antropologico ed epistemologico di Luigi Federico Menabrea: l’uomo, la mente e l’automa
La biforcazione dell’agire umano: distinzione tra lavoro concettuale ed esecutivo
All’interno del celebre saggio del 1842 Notions sur la machine analytique de M. Charles Babbage, Luigi Federico Menabrea non si limita a compiere un’esposizione tecnica dell’architettura del calcolo automatico e traccia le linee fondamentali di un’originale antropologia del lavoro intellettuale. Nel contesto scientifico dell’Ottocento, segnato dal progressivo affermarsi della meccanizzazione e dell’industrializzazione, Menabrea opera una netta distinzione tra le facoltà della mente umana. Egli rileva come i compiti scientifici e matematici, apparentemente riconducibili a un’unica attività dello spirito, siano in realtà scindibili in due polarità distinte: una dimensione propriamente intellettiva e una dimensione puramente meccanica. La prima appartiene al dominio esclusivo del pensiero, della ragion critica, dell’intuizione e della formulazione teorica. La seconda è costituita dall’applicazione di regole algoritmiche rigide, ripetitive e predeterminate (Marcus, Rebooting AI, 2019; Floridi, The Logic of Information, 2019; Mitchell, Artificial Intelligence: A Guide for Thinking Humans, 2019). Per Menabrea, la mente umana non è destinata a impantanarsi nell’esecuzione sequenziale di calcoli aridi, poiché tali operazioni, proprio in quanto meccaniche e ripetitive, affaticano le facoltà cognitive e ne accrescono l’esposizione all’errore materiale. Il calcolo numerico assume il carattere di un’attività meramente strumentale che, pur richiedendo applicazione mentale, non esaurisce né valorizza la capacità creativa della ragione. Anticipando riflessioni oggi sviluppate da Brian Cantwell Smith (The Promise of Artificial Intelligence: Reckoning and Judgment, 2019) sulla differenza tra computazione e giudizio e da Mark Coeckelbergh (AI Ethics, 2020) sulla riduzione algoritmica dell’agire umano, Menabrea individua nella ripetizione meccanica un limite antropologico prima ancora che tecnico: l’uomo manifesta, infatti, la sua vulnerabilità quando viene relegato a mansioni seriali e alienanti, nelle quali la razionalità si riduce a mera esecuzione procedurale anziché esprimersi come invenzione, giudizio e progettazione. La necessità di delegare la componente meccanica dell’attività intellettuale a strumenti materiali non nasce, in Menabrea, dall’intento di sostituire l’uomo, ma dalla consapevolezza dei limiti fisiologici e cognitivi che caratterizzano l’attenzione e l’esecuzione seriale dei compiti. L’automazione assume una funzione eminentemente emancipativa: liberare la mente dalle operazioni ripetitive affinché possa esercitare le facoltà che le sono proprie – la riflessione, l’invenzione e l’interpretazione dei principi generali della natura-, una prospettiva che anticipa la distinzione tra computazione e creatività sviluppata da Margaret A. Boden (AI: Its Nature and Future, 2018) e la concezione della tecnologia come estensione delle capacità cognitive umane proposta da Andy Clark (The Experience Machine, 2023).
Il confine invalicabile tra la mente e l’automa: la macchina come mero esecutore
L’analisi di Menabrea definisce con estrema chiarezza la natura e i limiti ontologici del dispositivo meccanico nei confronti dell’uomo. La Macchina Analitica di Charles Babbage, di cui Menabrea descrive il funzionamento basato sull’impiego delle schede perforate derivate dal telaio Jacquard, costituisce una svolta nella storia dell’automazione, poiché rende possibile l’esecuzione di operazioni algebriche e numeriche complesse secondo istruzioni prestabilite, senza il continuo intervento correttivo dell’operatore umano. Menabrea, tuttavia, respinge con decisione qualsiasi assimilazione tra la macchina e l’intelligenza umana. L’automa non possiede coscienza, intenzionalità né capacità di comprendere il significato dei simboli che manipola: esso esegue regole formali senza accedere al contenuto semantico delle operazioni, anticipando una distinzione che Erik J. Larson (The Myth of Artificial Intelligence, 2021) individua tra inferenza algoritmica e autentica intelligenza e che Shannon Vallor (The AI Mirror, 2024) ribadisce distinguendo la mera elaborazione computazionale dalla comprensione e dal giudizio dell’essere umano. La macchina, precisa Menabrea, rimane un semplice «automa che agisce seguendo le leggi che gli sono state imposte». L’interpretazione dei simboli, l’impostazione logica delle formule matematiche e la comprensione dei risultati costituiscono, per Menabrea, prerogative proprie dell’intelligenza umana. Le schede perforate, contenenti le istruzioni operative e l’indirizzamento dei dati, rappresentano la traduzione materiale di un progetto razionale concepito dallo spirito umano: la macchina non genera autonomamente il pensiero, ma esegue una sequenza di operazioni determinate da un’intelligenza esterna. Tale distinzione anticipa una delle questioni centrali della filosofia della mente contemporanea, ovvero la differenza tra manipolazione formale dei simboli e comprensione del loro significato. Come osserva John R. Searle, «the computer understands nothing» (Minds, Brains and Programs, 1980, 417), poiché l’elaborazione sintattica di simboli non implica necessariamente una comprensione semantica.
La macchina deve dunque essere interpretata come un dispositivo tecnico di amplificazione dell’attività intellettuale, non come un soggetto cognitivo autonomo. In questa prospettiva, Gilbert Simondon afferma che «l’objet technique concret est celui qui est entièrement organisé selon sa cohérence interne» (Du mode d’existence des objets techniques, 1958, 46), mostrando come la macchina possieda una struttura funzionale propria senza tuttavia trasformarsi in un soggetto dotato di intenzionalità. Il dispositivo tecnologico rimane quindi subordinato alla progettualità dell’uomo: esso non produce autonomamente significato, ma riceve finalità, configurazione e direzione dall’attività creativa che lo precede. Come sintetizza Hubert Dreyfus, «computers cannot make sense of what they do» (What Computers Still Can’t Do: A Critique of Artificial Reason, 1992, 289), indicando il limite fondamentale che separa l’esecuzione automatica dalla comprensione.
La liberazione del genio: il «risparmio d’intelligenza» e la ricerca della verità
Il valore etico ed epistemologico dell’innovazione tecnologica, nella visione di Menabrea, risiede nel suo potenziale liberatorio e nel sostegno che essa offre alla fragilità dell’intelletto umano. Nel suo saggio, egli individua tre vantaggi fondamentali derivanti dall’impiego della Macchina Analitica: l’assoluta esattezza dei risultati, la sensibile riduzione dei tempi di esecuzione e, soprattutto, il «risparmio d’intelligenza». Menabrea osserva con profonda attenzione la condizione dello scienziato e dell’uomo di genio del suo tempo, frequentemente ostacolato non dalla difficoltà concettuale dei problemi affrontati, ma dal peso materiale delle operazioni necessarie per verificarne le conseguenze. La lunga sequenza dei calcoli aritmetici, infatti, sottrae energie alla ricerca teorica e vincola l’intelligenza creativa a procedure ripetitive, nelle quali aumenta inevitabilmente il rischio dell’errore umano. L’automazione della componente esecutiva del calcolo assume, nella prospettiva menabreaiana, una funzione emancipativa: liberare il pensiero dalle attività meccaniche affinché possa dedicarsi alla formulazione di ipotesi, alla scoperta e all’interpretazione dei principi generali della natura. Tale concezione anticipa una distinzione fondamentale della filosofia della tecnica: la macchina non sostituisce l’intelligenza, ma ne estende le possibilità operative. Come osserva Norbert Wiener, «we are not interested in machines that imitate human beings, but in machines that extend human capabilities» (The Human Use of Human Beings: Cybernetics and Society, 1954, 16), indicando nella tecnica uno strumento di potenziamento dell’azione razionale. Analogamente, Gilbert Simondon sottolinea che «la machine est un être qui fonctionne» (Du mode d’existence des objets techniques, 1958, 11), evidenziando come l’oggetto tecnico incorpori una razionalità operativa senza possedere tuttavia autonomia spirituale. L’automazione del calcolo non rappresenta quindi una sottrazione di umanità, ma una redistribuzione delle funzioni cognitive: alla macchina viene affidata la ripetizione materiale, mentre all’uomo rimangono il giudizio, l’invenzione e la capacità di attribuire senso. Questo «risparmio d’intelligenza» consente alla mente umana di concentrare le sue energie sui problemi di ordine superiore, favorendo l’avanzamento della conoscenza scientifica e lo sviluppo delle arti applicate. La tecnologia, in tale prospettiva, non rappresenta una minaccia alla centralità antropologica dell’uomo, ma una forma di potenziamento delle sue capacità cognitive e operative: essa diviene un dispositivo attraverso cui l’umanità amplia il proprio rapporto conoscitivo con il mondo, trasformando l’analisi e il calcolo in strumenti di esplorazione dei fenomeni naturali. Tale interpretazione trova eco nelle recenti riflessioni antropologiche sulla coevoluzione tra esseri umani e sistemi tecnici: Tim Ingold (Correspondences, 2021) ha evidenziato come il sapere umano emerga dall’interazione dinamica tra organismo, ambiente e strumenti; Thomas Hylland Eriksen (Small Places, Large Issues: An Introduction to Social and Cultural Anthropology, 2021) ha mostrato come le tecnologie ridefiniscano continuamente le forme dell’agire umano e dell’organizzazione sociale; Alison J. Clark (The New Materialism: Ontology, Agency, and the Anthropological Study of Technology, 2022) ha sottolineato il ruolo degli oggetti tecnici come mediatori dell’esperienza e della conoscenza. In questa prospettiva, la macchina calcolatrice non sostituisce l’intelligenza umana, ma ne costituisce un’estensione materiale: un mezzo attraverso cui l’uomo tenta di «sollevare il velo che copre i misteri della natura» mediante il rigore dell’analisi, della misura e del numero.
© Ivan Pozzoni
