Lo spettacolo di Cesare Catà dedicato all’Odissea, andato in scena a Montelparo, piccolo borgo dell’entroterra marchigiano, mi ha fatto scoprire una voce capace di rendere Omero sorprendentemente vicino e mi ha ricordato che, a volte, le scoperte più importanti ci aspettano proprio a pochi passi da casa.
Esistono scoperte che non nascono dall’incontro con qualcosa di nuovo, ma dalla consapevolezza di avere avuto per anni davanti agli occhi ciò che non avevamo mai imparato a vedere. La mia riguarda la filosofia e una delle sue voci contemporanee. Per molto tempo ho cercato il pensiero nelle pagine dei grandi autori, nelle opere che attraversano i secoli e nelle conferenze di studiosi arrivati da lontano, convinta, forse senza averlo mai formulato davvero, che gli incontri capaci di cambiare il nostro modo di guardare il mondo debbano necessariamente arrivare da altrove. Non ho mai preso in considerazione la possibilità che una di quelle voci potesse trovarsi a pochi chilometri da casa.
Fino a pochi giorni fa Cesare Catà, per me, è poco più di un nome, non avevo mai assisto a un suo spettacolo, non ho letto i suoi libri e conosco soltanto in modo superficiale il suo lavoro. Lo riconosco senza
alcun imbarazzo, perché credo che una delle forme più sincere della curiosità consista proprio nell’accettare i limiti della propria conoscenza, ed è con questo spirito che mi accomodo tra il pubblico, senza aspettative particolari, ignara del fatto che quella serata sta per mettere in discussione una convinzione che, senza accorgermene, mi accompagna da anni.
Chi è Cesare Catà? È la domanda con cui torno a casa. Non nasce dalla curiosità di conoscere la biografia di uno studioso, ma dal desiderio di comprendere da dove prenda forma una voce capace di rendere così naturale l’incontro tra filosofia, letteratura e teatro. Cerco il suo percorso, gli studi, i libri, le esperienze che ne hanno accompagnato la formazione, ma nessuna biografia riesce a contenere ciò che ho appena visto, perché esistono persone il cui pensiero non si lascia raccontare attraverso un elenco di titoli o di pubblicazioni. Bisogna ascoltarle.
Ascoltando Cesare Catà si ha l’impressione che l’Odissea ritrovi la voce dell’aedo, il cantore che nell’antica Grecia affidava alla parola i grandi poemi epici, perché ciò che accade non riguarda il testo, che rimane intatto nella sua complessità, ma il modo in cui torniamo ad ascoltarlo. I versi dell’Odissea smettono di apparire lontani e recuperano qualcosa che la pagina, per sua natura, non può custodire fino in fondo: il ritmo del racconto, il respiro dell’oralità e quella forza originaria che testimonia come la grande letteratura, prima di essere affidata alla scrittura, sia stata innanzitutto parola viva.
Nel corso dello spettacolo accade un episodio che, pur appartenendo al caso, finisce per assumere un valore quasi simbolico. Il vento si alza e la grande tela che rappresenta il viaggio di Ulisse prende vita, si tende, si gonfia e per qualche istante sembra davvero una vela sospinta dal mare. Non è soltanto una suggestione scenica, è il momento in cui la rappresentazione sembra ricordare che l’Odissea non nasce come un testo destinato alla pagina, ma come un racconto affidato alla voce, al movimento e alla presenza di chi ascolta. In quella coincidenza si coglie con particolare chiarezza ciò che accompagna l’intero spettacolo: i versi di Omero cessano di apparire come il documento di un passato remoto e ritrovano la loro natura di esperienza condivisa, conservando intatta la complessità che li attraversa e, proprio per questo, rivelando come i grandi classici non abbiano bisogno di essere attualizzati per continuare a parlare al presente.
Ciò che sorprende non è soltanto la profondità delle riflessioni, ma l’equilibrio con cui Cesare Catà attraversa registri diversi senza mai incrinare l’unità del racconto. L’ironia, i richiami alla nostra terra e il dialogo continuo tra filosofia e letteratura convivono con una naturalezza che dà l’impressione di un pensiero capace di seguire liberamente il ritmo della narrazione. È proprio questa fiducia nel racconto a rendere ogni riflessione così vicina, fino a trasformarla in una domanda che continua a lavorare dentro chi ascolta ben oltre il tempo dello spettacolo.
L’incontro con Polifemo è stato uno dei momenti più illuminanti dello spettacolo, perché siamo abituati a ricordare Ulisse come l’eroe dell’astuzia, colui che escogita l’inganno del cavallo di Troia e che riesce a salvarsi chiamandosi “Nessuno”. Eppure, ascoltando il racconto di Cesare Catà, affiora un’altra forma di intelligenza, forse ancora più decisiva, è la capacità di guardare oltre ciò che appare, di non fermarsi all’evidenza, di immaginare possibilità che agli altri restano invisibili. Guardare, in fondo, significa proprio questo: sottrarsi all’immediatezza delle cose per continuare a interrogarle, nella convinzione che la realtà custodisca sempre un significato ulteriore; ed è questa disposizione dello sguardo, prima ancora dell’astuzia, a rendere Ulisse capace di trovare una via d’uscita quando ogni possibilità sembra esaurita.
Da quel momento il viaggio di Ulisse non appartiene più soltanto al suo protagonista. Ogni grande racconto, finisce per trasformarsi in una domanda che riguarda il lettore e il modo in cui sceglie di guardare il mondo.
La scoperta di Cesare Catà finisce così per oltrepassare la figura dell’uomo incontrato sul palco e per interrogare il modo in cui attribuiamo valore alle cose. Siamo spesso inclini a cercare lontano ciò che possa sorprenderci, formarci o trasformare il nostro sguardo, quasi che la distanza costituisca una garanzia di profondità, mentre ciò che ci è vicino rischia di rimanere invisibile proprio perché appartiene da sempre al paesaggio della nostra esistenza. Riconoscere ciò che abbiamo accanto diventa allora un esercizio dello sguardo, forse uno dei più difficili, perché richiede di sottrarre la realtà alla consuetudine e di tornare a osservarla come se potesse ancora rivelarci qualcosa.
L’Odissea suggerisce che nessun viaggio si conclude davvero nel luogo in cui approda. Il suo esito più profondo coincide con la trasformazione dello sguardo, perché è nel modo in cui impariamo a vedere il mondo che ogni esperienza rivela il proprio significato. Forse è questa la richiesta che la grande letteratura continua a rivolgere ai suoi lettori: non offrire risposte definitive, ma educare uno sguardo capace di oltrepassare l’evidenza delle cose per continuare a cercarne il senso.
Le domande che Cesare Catà affida al racconto non appartengono al tempo dello spettacolo. Continuano a vivere nel pensiero quando tutto sembra concluso. È in questa persistenza che un incontro rivela il proprio valore.
Katia Ciarrocchi
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