Recensione: Éric Chevillard – Santo cielo

L’eternità come pratica amministrativa
C’è un modo ricorrente di immaginare l’aldilà come luogo di rivelazione, giudizio o risarcimento. Santo cielo di Éric Chevillard si muove nella direzione opposta. Non promette verità ultime né distribuisce assoluzioni, ma mette in scena un “dopo” che non chiarisce nulla e registra tutto. È un aldilà che non risponde ma archivia, un dispositivo che funziona con impeccabile coerenza procedurale.
Il protagonista, Albert Moindre, è morto, o più precisamente ha smesso di vivere senza smettere di pensare. Si ritrova all’interno di un sistema post mortem organizzato come un apparato amministrativo, con uffici quali l’assistenza reclami, il servizio ricompense e l’osservatorio. Non c’è giudizio universale, non c’è un vero silenzio, ma un meccanismo che ascolta senza rispondere e accumula senza elaborare. La trascendenza assume la forma di una burocrazia perfettamente funzionante e radicalmente indifferente.
Albert parla, quasi senza tregua, racconta la propria vita, le frustrazioni, le piccole umiliazioni quotidiane, le infelicità strutturali e quelle accidentali. Non cerca redenzione ma una conferma minima, un segnale che tutto ciò che è stato detto e sopportato non sia stato inutile. La risposta è sempre la stessa. Nessuna risposta.
Chevillard tiene lontano ogni suggestione solenne e costruisce uno spazio saturo, attraversato da un eccesso di parole e spiegazioni che si moltiplicano senza produrre chiarimento. Il pensiero non viene purificato ma lasciato proliferare fino all’esasperazione, è qui che il romanzo destabilizza il lettore, non per oscurità ma per instabilità. Ogni volta che sembra di aver individuato una logica, il terreno si sposta mentre si continua a camminare.
In questo slittamento il confronto con Beckett si impone come strumento critico necessario. Se Beckett sottrae il terreno sotto i piedi del lettore, Chevillard ti cambia il terreno mentre stai camminando, senza avvisarti. In Beckett lo spazio si svuota, il linguaggio si consuma e il silenzio avanza; qui accade l’opposto, tutto si riempie, il mondo parla troppo, il linguaggio prolifera. L’effetto però è simile. Resta una mente che continua a funzionare anche quando non c’è più nulla di essenziale da pensare.
Beckett lavora per sottrazione, Chevillard per accumulo. Il gesto, in entrambi, consiste nel sottrarre alla coscienza qualsiasi funzione salvifica. Pensare non conduce a una verità né prepara una soluzione, serve solo a continuare. Da qui nasce quell’ironia che non è mai leggerezza: si sorride nel momento sbagliato, e il testo insiste proprio su quella dissonanza.
In Santo cielo il trauma non riguarda il corpo, che si spegne senza solennità, ma la mente che continua a funzionare anche quando non serve più a nulla. In questa persistenza inutile il pensiero si rivela per ciò che è, un meccanismo che procede per inerzia, ripetitivo e privo di qualsiasi forza salvifica.
Albert si adegua alla logica dell’apparato e porta fino in fondo il proprio sfogo, ma questa obbedienza rivela il paradosso su cui si regge il sistema. Quando ogni torto viene enunciato e registrato, non resta più nulla su cui intervenire. La sua domanda ritorna con ostinazione, non per invocare un’astratta giustizia ma per ottenere un segnale minimo che tutto quel parlare abbia un effetto reale. A questa attesa la risposta è sempre la stessa: nessuna risposta.
Il romanzo chiarisce così il proprio nucleo teorico, l’aldilà non è il luogo della risposta ma della registrazione infinita. L’eternità non è una durata bensì una sospensione. Il tempo non trasforma né consuma, e questa sospensione non è una promessa ma una condanna silenziosa. Se si era infelici, si resterà infelici con precisione eterna.
Santo cielo è un libro di una lucidità rara. Fa ridere nel modo sbagliato e confonde nel modo giusto. Non racconta l’aldilà per parlare del dopo, ma per dire qualcosa di molto preciso sull’oggi, sulla nostra ossessione per il reclamo, per la spiegazione, per l’idea che il mondo ci debba una risposta.
Chevillard non toglie il terreno sotto i piedi del lettore, fa qualcosa di più sottile e più crudele: lo lascia dov’è, ma lo rende inaffidabile, e costringe a camminarci sopra sapendo che non porterà da nessuna parte.

Titolo: Santo cielo
Autore: Éric Chevillard
Prezzo copertina: € 17,00
Editore: Prehistorica Editore
Collana: Chevillardiana
Traduttore: Finardi G.
Data di Pubblicazione: 19 settembre 2025
EAN: 9788831234429
ISBN: 8831234420
Pagine: 176

Katia Ciarrocchi
© Redazione Lib(e)roLibro

Share

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.