In libreria: Un frantume di luci di Alberto Figliolia


La mia scoperta della poesia haiku è ben ante 2000. Una sorta di folgorazione e timidi balbettii di prova… Poi l’abbandono dell’esperimento e, infine, il ritorno, imperioso, una necessità interiore, ai suoi moduli, complice l’incontro con Çlirim Muça, poeta, editore, amico fraterno, a sua volta innamorato di Bashō & Company.
Insieme ci siamo buttati nell’avventura e nell’esplorazione di tale genere. Anche se genere mi pare un termine piuttosto limitativo qualora si pensi alla infinita, pur nella sua semplicità, grandezza e sublimità dell’haiku (volendo essere perfetti dovremmo dire lo haiku). Esiti dapprima incerti, poi, forse (le formule dubitative aiutano a essere umili, ciò che non guasta nel panorama dell’attività poetica e dell’esistenza), sempre più sicure.
Invero, come già affermato, nutrire il dubbio è sempre lecito e porsi domande altrettanto importante che cercare risposte. E con l’haiku si è preda di un continuo interrogarsi e stupirsi e meravigliarsi della magia di ciò che ci circonda, perenni apprendisti dello hic et nunc, osservatori partecipi ed empatici della Natura e del suo manifestarsi/svolgersi (e osservanti in forma, oserei dire, sacrale), abbandonata ogni superbia egocentrica e presunzione antropocentrica, spettatori del minuto, dell’infinitesimale che si fa cosmo…
5-7-5, la formula magica. Tre versi in diciassette sillabe (more per gli amici nipponici), con il kigo 季語, vale a dire la parola della stagione, il riferimento essenziale al tempo.
Ampia è stata la discussione intorno al fatto che il rigido schema sillabico e l’ineliminabilità del kigo potessero ingessare la produzione poetica inchiodando gli haijin a uno schematismo stucchevole e ripetitivo. Noi contemporanei ci prendiamo le nostre libertà, se non altro per la varietà dei contenuti, ma non troppo… Ritengo che il 5-7-5 sia assolutamente da rispettare. Poi, che il dibattito su haiku o senryū e kigo o non kigo sia aperto…
Nel presente volume molto vasta è la sezione dei tanka/waka, con o senza stacco fra i primi tre versi, i canonici 5-7-5, e la coppia conclusiva, 7-7.  Assimilabili sì, ma talvolta la pausa, lo spazio, il vuoto devono essere più lunghi e sentirsi. Non è solo quindi un problema di continuità narrativa. Anche qui tanti dubbi, sovente amletici, risolti tuttavia da un ponderato istinto e dalla freschezza e genuinità del primo pensiero.
A un certo punto, partito dagli haiku, ho avvertito il desiderio di dilatare leggermente l’ispirazione; da ciò la scelta del 5-7-5-7-7, ancora perfetto nella contemporaneità.
Mi sono voluto anche cimentare in vari esperimenti, come a voler dimostrare la duttilità del genere. Qualcuno potrà intenderli come un mero divertissement, estraneo allo spirito che permea la materia. Ma forse la vita esclude il riso, il sorriso, l’ironia, il tentativo di percorrere inesplorati sentieri o tracciare nuove rotte? Si giudichi – la richiesta da parte di chi scrive – il contenuto più che il contenitore.
E poi ci sono il sedōka (5-7-7-5-7-7), il baishù (cipresso in cinese, 7-9-7-9), il katauta (5-7-7) e, per concludere, il keiryū  (torrente di montagna in giapponese, 7-9-8-9-9, suddivisibile nelle parti denominate sorgente, primi tre versi, e enigma del vento, ultimi due) – inventato nel 2010 da Luca Cenisi – cui mi sono avvicinato per il piacere della sperimentazione e per le potenzialità meditativo-esistenziali intrinseche a siffatta, oltremodo interessante, composizione.
Oltre qualsivoglia cerebralismo – molto complessa la scelta della punteggiatura adottata: canonica? Più libera? Assente? Risolta nella presente circostanza, in contrasto apparente (soltanto apparente…) con altre scelte maturate nel passato, per un impianto più connesso alla tradizione.
Ho lavorato anni per questo libro. Voglio qui salutare e ringraziare  i miei compagni di viaggio: il valentissimo editore Riccardo Burgazzi, il già citato Çlirim Muça, Silvana Ceruti con cui da anni conduco il Laboratorio di lettura e scrittura creativa nella Casa di reclusione di Opera-Milano, la splendida illustratrice Ornella Bonetti.
E al lettore auguro il piacere immersivo della lettura, rivolgendogli nel contempo i più affettuosi auspici di serenità e armonia.

Alberto Figliolia

 

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