Pagina 69: Suite francese di Irène Némirovsky


Suite francese di Irène Némirovsky
pagina 69

«Vuoi dirmi cosa faremo all’estero? Come vivremo? Tutto il tuo denaro è qui, visto che hai fatto la sciocchezza di ritirarlo dalla banca di Londra… A proposito, non ho mai saputo perché!».
«Perché credevo che l’Inghilterra fosse più in pericolo di noi. Scusa tanto se ho avuto fiducia nel mio paese, nell’esercito del mio paese: non mi rimprovererai anche questo, eh? E poi, di che cosa ti preoccupi? Grazie a Dio, sono famoso dappertutto, credo!».
Si interruppe di colpo, sporse la testa dal finestrino e subito la ritrasse con fare irritato.
«Che c’è ancora?» mormorò Florence alzando gli occhi al cielo.
«Guarda quelli…».
E indicò la macchina che li stava superando. Florence osservò gli occupanti: avevano passato la notte a Orléans accanto a loro, sulla piazza. La carrozzeria rovinata, la donna con il bambino sulle ginocchia, l’altra con la testa fasciata, la gabbia degli uccelli e l’uomo con il berretto in testa li si ricordava facilmente.
«E tu non guardarli» fece Florence esasperata.
Gabriel colpì istericamente, a più riprese, il piccolo nécessaire da viaggio con guarnizioni d’oro e avorio sul quale appoggiava i gomiti.
«Episodi dolorosi come una disfatta e un esodo che non siano nobilitati da un po’ di dignità e di grandezza non meritano di essere ricordati! Non ammetto che questi bottegai, questi portinai, questi pidocchiosi sviliscano un clima da tragedia con il loro piagnucolio, le loro chiacchiere, la loro volgarità. Ma guardali!… Guardali! Eccoli di nuovo. Parola mia, mi esasperano!…».
E gridò all’autista:
«Henri, acceleri un po’, per favore! Non riesce a seminare questa gente?».
Henri non rispose nemmeno. L’automobile faceva tre metri e si fermava, bloccata da un’incredibile confusione di veicoli, biciclette e pedoni. Di nuovo, a due passi da lui, Gabriel vide la donna dalla testa fasciata. Aveva folte sopracciglia scure, lunghi denti bianchi, scintillanti, serrati, e il labbro superiore ombreggiato da una peluria. La fasciatura era macchiata di sangue e ciocche di capelli neri erano appiccicate sull’ovatta e sulle pezze. Gabriel rabbrividì di disgusto e girò la testa dal lato opposto. La donna invece gli sorrise e cercò di attaccare discorso.

Titolo: Suite francese
Autore: Irène Némirovsky
Prezzo copertina: € 11.00
Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
A cura di: D. Epstein, O. Rubinstein
Traduttore: Frausin Guarino L.
Data di Pubblicazione: ottobre 2012
EAN: 9788845927522
ISBN: 8845927520
Pagine: 415

Citazioni tratte da: Suite francese

Un romanzo deve somigliare a un viale pieno di sconosciuti, in cui passano solo due o tre creature che conosciamo a fondo, non di più. Prendi certi scrittori, come Proust: hanno saputo utilizzare le comparse. Se ne servono per umiliare, per sminuire i personaggi principali. Niente di più salutare, in un romanzo, di questa lezione di umiltà inflitta ai protagonisti.

Non era esattamente inquietudine ma una strana tristezza che non aveva più niente di umano, perché non portava con sé né coraggio né speranza: è così che gli animali aspettano la morte. Ed è così che il pesce preso nelle maglie della rete vede passare e ripassare l’ombra del pescatore.

Mi chiedo…» rispose la signora Angellier stringendo le mani l’una contro l’altra con tanta violenza che Lucile vide le unghie diventare bianche. «Mi chiedo perché hai sposato Gaston».
Niente è più costante, in un essere umano, del suo modo di esprimere la collera; quello della signora Angellier era generalmente subdolo e sottile come il sibilo della vipera, e Lucile non si era mai vista aggredire in modo così aspro e diretto. Ne fu più addolorata che offesa; d’improvviso capì quanto la suocera doveva soffrire. Le tornò in mente la gatta nera, sempre querula, ipocrita e affettuosa, che mentre faceva le fuse dava unghiate sornione. Una sola volta, però, era saltata agli occhi della cuoca quasi accecandola; era il giorno in cui avevano annegato la sua cucciolata. Poi era sparita.

… la pupilla scintillante sembrava staccarsi e andare a colpire la gente come una pallottola.

«Individuo o collettività?… Dio mio, questa non è una cosa nuova, non hanno inventato niente. I nostri due milioni di morti, durante l’altra guerra, sono stati sacrificati anche loro allo “spirito dell’alveare”! Loro sono morti… e venticinque anni dopo… Che inganno! Che illusione! Ci sono leggi che regolano il destino degli alveari e dei popoli, ecco tutto! L’anima stessa del popolo, probabilmente, è governata da leggi che ci sfuggono, o da misteriosi capricci. Povero mondo, così bello e così assurdo… Ma quel che è certo è che fra cinque, dieci o vent’anni questo problema, che secondo lui è il problema del nostro tempo, non esisterà più, sarà sostituito da altri… Mentre questa musica, questo rumore della pioggia sui vetri, questo lugubre scricchiolio del cedro nel giardino di fronte, questo momento così dolce, così strano in mezzo alla guerra, questo non muterà… È eterno…».

«Coraggio, signora, gli faccia vedere che non abbiamo paura! Il suo prigioniero sarebbe fiero di lei» e si mise a piangere, non perché qualcuno dei suoi fosse prigioniero (da tempo aveva passato l’età per avere un marito o un figlio in guerra), ma perché i pregiudizi sopravvivono alle passioni e lei era patriota e sentimentale.

 

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