Recensione: Sofia Stevens – Le voci del vento


1.Annagrazia Abbate.

Annagrazia  Abbate ha curato  “ Le voci del vento” , edizioni Milella, 2020, un libro che raccoglie tutte le poesie  di Sofia Stevens – , pubblicate, postume,  nel 1877 – subito dopo la prematura morte della poetessa – come fogli sparsi, da un biografo anonimo, col titolo “ Canti” , un omaggio al suo poeta preferito, tanto amato, e talora imitato, l’inarrivabile Giacomo Leopardi, uno dei più grandi poeti dell’umanità.
Io credo che nessun’altra persona meglio di Annagrazia Abbate potesse accostarsi all’anima delicata di Sofia Stevens, nata a Gallipoli il 22 dicembre 1845, secondogenita del viceconsole inglese Henry Stevens e della nobildonna Carolina Auverny, che ha lasciato dietro di sé un’ombra delicata e tenera, un  profumo discreto e appartato di candido giglio sulla riviera di tramontana; tale è la piccola via che le è stata dedicata nella “città bella”, e rimarrà per sempre come emblema della delicatezza e della femminilità romantica, ma anche della tenerezza di un angelo inglese, sulla sfondo di un acceso tramonto di Gallipoli.
Nessuna persona avrebbe potuto avere più “cura” di queste liriche meglio di Annagrazia Abbate,  che possiede quella naturale discrezione, quel garbo, quell’estremo pudore, quel riserbo, quella grazia per entrare nel mondo più intimo di Sofia , negli suoi anditi più nascosti, nei suoi recessi più fondi, e saperne coglierne la luce attraverso i minimi respiri e sospiri clandestini , lo sfolgorio di brace equorea , i segreti mai svelati , gli echi di sillabe che si sgranano in parole o grumi e filtrano significati e miscugli non sempre risolti di anima e corpo. Il tutto per dare un senso del divenire, un’attualità all’opera e alla vita spesso dolorosa di una figura, un personaggio raro e nobile,  che visse nella Gallipoli ottocentesca, che è stato forse il momento storico più epico ed esaltante della città “bella”, con la presenza di grandi personaggi, – di cui accenna Giuseppe Albahari nella “presentazione”  ambientale e storica di quell’epoca ( Antonietta De Pace, Bonaventura Mazzarella, Epaminanda Valentino, Emanuele Barba, Pasquale Cataldi etc.) che contribuirono a fare di Gallipoli un centro di cultura e di patriottismo di considerevole portata nella storia del risorgimento meridionale e nazionale.

“Il fiore sulle rocce a punta acuta”
Annagrazia Abbate , in spirito di “sorellanza” , anzi, oserei dire quasi un’anima gemella di Sofia , con questo libro , custodisce con ammirazione, affetto e devozione, quasi con spirito di sacralità  la sua eredità spirituale, la sua valenza artistica. Quelle liriche , anche se non “limate” come l’autrice avrebbe voluto fare, non furono “esercizi d’ imitazione”,  ma , come osserva , nelle sue acute “riflessioni”,   un illuminato critico come Carlo A. Augieri , ma “un fiore sulle rocce a punta acuta”, e rappresentano il suolo natale come “eco-figura d’esistenza, l’intensità di un’ombra, un miraggio nel ricordo dell’anima, il riflesso creativo conservato nell’anima memoriale della poetessa italo-inglese , una sorta di “geointimità, che si traduce in interazione emozionale , figurazione verbale, profonde immagini del sentire , tradotto nella retorica e nella semantica della lingua poetica”.
Annagrazia, ripeto, nel prendersi cura di questo libro con lievi mani e con un’emozione indicibile “cerca di scostare le tenebre con le dita”  e tuttavia non può non lacerarsi  il volto e il cuore leggendo i suoi versi più accorati.  Ma prosegue: “Bisogna spezzare tutti ceppi e partire con le mani avanti”, facendo una scelta antologica delle composizioni , dando  ad esse un assetto filologico, un ordine e una compattezza del loro tessuto tematico, ed ecco  che i fiori sulle rocce a punta acuta della poetessa anglo-gallipolina si possono porgere come un vassoio di essenze, formando un unitario poema d’amore.
“ Sofia”,   – scrive Annagrazia – “canta l’amore in tutte le sue sfaccettature e sfumature semanticamente cromatiche: amore per i suoi Cari, per la Patria – per l’Italia, ed in particolare per il suo amato Salento, e per l’Inghilterra, terra a lei familiare, – per la Natura, per l’Arte, usando diverse forme metriche, quali la canzone, l’inno, il sonetto, la ballata, il monologo drammatico, la novella in endecasillabi sciolti, l’elegia”

Le voci del vento
E’ come se Annagrazia avesse  fatto un lungo sonno-sogno insieme a Sofia, sul cuscino della fanciulla , ascoltando i palpiti del suo cuore, i voli e gli aneliti della sua anima, nutrendosi delle sue emozioni quotidiane , degli oggetti familiari, di un linguaggio che trova la giusta misura nelle semplicità delle cose, che non è privo di discontinuità e di incertezze , e sfiora talora , intenzionalmente, toni prosaici, ma è vero, dolce, impetuoso, come il vento. E il titolo della raccolta non a caso è stato mutuato proprio  da un verso della poesia  “La valle”

Ti richiedo fedele mia valle
Un asilo sul vecchio tuo calle,
Donde possa mirar al mattino
Il curvarsi dell’elce e del pino
E sentire le voci del vento
E d’augelli festosi in concento.

E ha scoperto , in questa timida ed esigente fanciulla , metà gallipolina e metà inglese, che ha una grazia suprema, la sua “gemella”. Certo, è altro tempo, altra storia, altro prezzo, altra misura, altro destino, ma al fondo di tutto c’è una forza, una grazia, una dolcezza , una speranza che le accomuna. Oltre le bufere, la gente nelle strade, i rovesci , i portoni chiusi, il confine che ricaccia di nuovo l’onda nuova e ci esclude dal cerchio , Annagrazia trova qualcosa in Sofia che le lega, intimamente , alla loro città, alla loro stagione della giovinezza, a una magnolia solitaria , ai ricordi perigliosi, alle amare o atroci disillusioni.   Della sua anima gemella spirituale, Annagrazia  conosce tutto, non solo perché anche lei è nata a Gallipoli e ne conosce tutti i luoghi che ella descrive – “Ah non può dir nessuno quanto sia cara/ La sponda dove al mondo s’è venuto.”( vds. La terra natale),  ma perché le sue poesie sono anelli di un’opera unitaria , i rumori leggeri dei primi pomeriggi d’estate, le campane del vespro , i bastioni e i parapetti, le spume delle sirene notturne che fanno gemere gli ardori, il lampo , il tuono e poi la luce che non ha mai smesso di splendere, le barche dei pescatori e i battelli d’oltremare che disegnano le onde, il salire della scala di luce che arriva fino al cielo, le strade che non finiscono mai, il battito d’ali dei gabbiani e il battito di cuore, il centro del silenzio, gli specchi d’acqua e le ombre che danzano a sera, le foglie che tremano contro il cielo, e l’angelo che viene tutti i giorni a posarsi sul suo davanzale, e poi il volto devastato , triste e muto di  Sofia quando morì , ancora giovane, suo padre Henry, il vice console tanto amato a Gallipoli, gli occhi che ingoiano fiumi di lacrime tra i corridoi o sperduti in mezzo ai muri , la stanzetta dei Cuti, il giglio, il papavero rosso sangue, la menta, la luna e l’allodola, il merlo e la viola, la terra natale:

Ah non può dir nessuno quanto sia cara
La sponda dove al mondo s’è venuto.
E se ben anche la natura avara
Tanti doni per essa non ha avuto,
Ciò nulla cale, e l’anima più impara
Ad adorarla, incanto sconosciuto
In lei trovando e ne’ suoi nudi sassi,
appena tocchi da soletti passi.

4.I fanciulli giocano sulla sabbia
La  poesia come movimento verso l’essere ,  movimento dallo smarrimento verso la chiarezza , dal turbamento verso la pace. La luce come apparizione incontaminata dell’essere è il suo valore sommo, che sempre luce o controluce. Ma il vero avvenimento di questa poesia è il divenire, il  filtro, lo schermo del passaggio dell’anima attraverso la sorte del nero inchiostro del libro della sua storia, che è frutto non casuale di una ragione che consuma il tempo , ripete gli eventi , placa le voci, per svelarne altre, liberando tutto dalla distinzione di generi , tra apparenze ed essenze.
La sua lirica scaturisce dalla sua tensione verso le cose semplici , ma le trascende, innalza una cosa a perfezione della sua essenza, fa il giardino più giardino, il ponte più ponte, barca più barca, per sprigionare un’essenzialità sopra la quale scorre la luce della perfezione dell’essere.
Questo procedimento investe tutto il regno del vivente e del sensibile dove la materia ha provato la grazia , le cose si inchinano piangendo all’idealità pura , la lingua più vieta scopre la sua nuda essenza  su la “città  bella” dove  passa la serica luce e chiarendo le sue linee essa diviene ebbra di geometria araba e bizantina , gioia dell’esattezza , città essenziale dove i paesaggi diventano immateriali intrecci di tensione , i fanciulli giocano sulla rena , tutte le cose hanno uno sguardo  nella chiarezza , sul confuso fruscio di un grido di primavera passa un altro grido e si perde in lontananza e i fanciulli giocano sulla sabbia,  giocano col sole nei capelli e le conchiglie nel cuore, la poesia si fa musica, concerto , scia di navi che trascinano rosse catene di cielo e conchiglie  e la vita si mostra nel suo splendore.

Roma, 29 aprile 2021
Augusto Benemeglio

 

Titolo: Le voci del vento
Autore: Sofia Stevens
Prezzo copertina: € 15.00
Editore: Milella (Lecce)
A cura di: A. G. Abbate
Data di Pubblicazione: settembre 2020
EAN: 9788833290744
ISBN: 8833290743
Pagine: 248

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