RecensioneTeatrale: Ricino


Il Ricinus communis – recita testualmente la benemerita Wikipedia – è una pianta appartenente alla famiglia delle Euforbiacee. Procedendo nella lettura si scopre che… “Ricinus in latino significa zecca per la somiglianza dei suoi semi con il noto parassita”. L’olio di ricino esercita una potente azione purgativa. E, durante il fascismo, punitiva. Lo si dava, facendosi beffe del malcapitato ed esponendolo a una sorta di pubblica vergogna (oltre che al malessere fisico), ai dissidenti, agli avversari politici e agli omosessuali, castigati, questi ultimi, per avere osato infrangere il mito e il rito della virilità che il regime incessantemente propagandava.
Non è quindi un caso che lo spettacolo in scena al Teatro Litta sino all’11 febbraio s’intitoli semplicemente Ricino. Una pièce ostica e coraggiosa per una materia sempre di scottante attualità, se consideriamo i rigurgiti di omofobia anche in Paesi che avrebbero l’ambizione  di considerarsi evoluti o il trattamento riservato agli omosessuali in tante altre parti di questo strano globo chiamato Terra. E in Ricino alla purga forzata a base di ricino dovranno assoggettarsi infine Vito e Umberto, amanti napoletani: il primo è  un sarto; il secondo ha pure moglie e due figli, ma da sempre è costretto a camuffare la propria personalità, con la complicazione di essere il figlio del questore (uomo di potere, quest’ultimo, anaffettivo, quanto mai ambiguo, violento).
Claustrofobico nello svolgersi delle scene, che sia la casa-laboratorio, dove pendono da alti fili tessuti come pallidi sporchi fantasmi (quasi un richiamo alla scena del terrazzo fra Marcello Mastroianni, radiocronista dell’EIAR, omosessuale, e Sofia Loren, frustrata casalinga e fattrice seriale di figli, in Una giornata particolare di Ettore Scola) o la Questura o la stessa isola del confino, nelle Tremiti (definite poi, assieme a Ponza e alle Egadi, con crudeltà semantica “sataniche”), in cui finiranno gli sventurati: il pederasta attivo per due anni, quello passivo per cinque anni. E la violenza, come si potrà ben notare, vive già tutta nel linguaggio, non solo nella bevanda fatta ingurgitare con la costrizione o nel manganello (triste e tristo simbolo fallico) che intriso di follia invade soma e psiche, nella ipocrisia sociale, nella viltà perdurante del mondo esterno, che tace ed esclude o, addirittura, approva.
Da tutta questa complessità, da tutto questo dolore, dall’angoscia e dal tormento che aleggiano impietosi in ogni angolo dello spazio e del tempo della scena (perfetti gli stacchi musicali), ma anche dagli improvvisi momenti di tenerezza strappati alla cruda realtà, Antonio Mocciola e Pasquale Marrazzo hanno saputo trarre un’opera, come detto, coraggiosa, nonché un lavoro di altissimo livello artistico. Magistrale l’interpretazione di Diego Sommaripa, Antonio D’Avino e Vincenzo Coppola, coprotagonisti a tutti gli effetti.
Anche i salti comunicativi dall’italiano al dialetto non sono mero colore, rivestendo nella vicenda una valenza simbolica fondamentale: che sia di trasporto sentimentale o che sia un sonoro di greve sopraffazione.
“In un’Italia che subiva, quasi senza rendersene conto, la deriva della democrazia […] centinaia di “invertiti” venivano allontanati per anni dalla vita sociale, essendo ritenuti infettivi. Ricino parla dell’abuso di potere e delle miserie deontologiche che spingono un regime a sottomettere minoranze, costringendole a negare la propria identità. Nel grande affresco di un dramma di portata epocale, Pasquale Marrazzo ed Antonio Mocciola scelgono una traccia quotidiana, spicciola, persino familiare. Perché è dai piccoli dolori, dai troppi non detti, che nacque la repressione, autorizzata dal clero silente e da una società poco coesa.”
Citiamo dalle note di regia: “Ricino nasce da un vecchio testo di Antonio Mocciola dal titolo L’isola degli invertiti e, quando nacque la possibilità di entrare a far parte del progetto sia come regista che come coautore mi preoccupai, innanzitutto, di ambientare la storia a Napoli e non in Sicilia com’era originariamente. Poi, secondo il mio punto di vista, per creare un contrappunto a tanta crudeltà basata su fatti storici realmente accaduti, mi sembrava necessario plasmare una tenera e suggestiva storia d’amore fra due ragazzi per spostare l’asse del racconto dalla originaria morbosità fra padre e figlio, inizialmente scritta da Antonio Mocciola, a qualcosa di più popolare, come l’urgenza della richiesta di passione.”
Peraltro l’accusa di agire contro la morale corrente, contro la norma e il costume, di essere dei deviati, dei pervertiti, si intrecciava con la volontà di liberarsi di potenziali e indesiderati oppositori. Una crudeltà strumentale, programmatica. L’ennesima pagina bieca e indegna di un ventennio in camicia nera e orbace, trascorso a vagheggiare sogni imperiali e capace di sfornare l’aberrazione, giuridica ed esistenziale, delle leggi razziali e poi una guerra inutile, ingiusta e devastante. Il razzismo, nel suo senso più vasto, come il liberticidio, era la base di una marcia piramide.
Immenso merito al regista, ai drammaturghi, agli attori per avere creato una rappresentazione in cui il bello dell’arte non cela, bensì si rivela un formidabile strumento atto a svelare le storture imperanti nella Storia e nel presente.

Alberto Figliolia

Ricino. MTM Teatro Litta.  Corso Magenta 24, Milano. Sino all’11 febbraio 2024. Drammaturgia di Antonio Mocciola e Pasquale Marrazzo. Regia di  Pasquale Marrazzo. Con Diego Sommaripa, Antonio D’Avino, Vincenzo Coppola. Disegno luci, Emanuele Iovino; costumi Lucia La Polla; scene e suono Pasquale Marrazzo; grafica Andrea Cancelliere; foto di Scena Giovanna Marrazzo; produzione N.O.I FILM sas.
Durata: 90′.
Info e prenotazioni: sito Internet www.mtmteatro.it, e-mail biglietteria@mtmteatro.it, tel. 02.86.45.45.45. I biglietti sono acquistabili sul sito e con vivaticket.it. I biglietti prenotati vanno ritirati nei giorni precedenti negli orari di prevendita e la domenica a partire da un’ora prima dell’inizio dello spettacolo.
Orari: martedì/sabato ore 20.30 – domenica ore 16.30.

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