Citazioni: Muriel Barbery, L’eleganza del riccio


Citazioni tratte da: L’eleganza del riccio

A quanto pare, ogni tanto gli adulti si prendono una pausa per sedersi a contemplare il disastro della loro vita. Allora si lamentano senza capire e, come mosche che sbattono sempre contro lo stesso vetro, si agitano, soffrono, deperiscono, si deprimono e si chiedono quale meccanismo li abbia portati dove non volevano andare. Per i più intelligenti diventa perfino una religione: ah, spregevole vacuità dell’esistenza borghese!

“La vita ha un senso e sono gli adulti a custodirlo” è una bugia universale cui tutti sono costretti a credere.

Presto lascerò l’infanzia e, nonostante sia certa che la vita è una farsa, non credo di poter resistere fino alla fine. In fondo siamo programmati per credere a ciò che non esiste, perché siamo esseri viventi e non vogliamo soffrire. Allora cerchiamo con tutte le forze di convincerci che esistono cose per cui vale la pena vivere e che per questo la vita ha un senso.

C’è gente che si suicida buttandosi dalla finestra del quarto piano oppure ingoiando della varichina o addirittura impiccandosi! Non ha senso! Lo trovo perfino osceno. A cosa serve morire se non ha evitare la sofferenza?

Alcune persone sono incapaci di cogliere l’essenza della vita e il soffio intrinseco in ciò che contemplano, e passano la loro esistenza a discutere sugli uomini come si trattasse di automi, e sulle cose come se fossero prive di un anima e si esaurissero in ciò che di esse si può dire, sulle base di ispirazioni soggettive.

Nella nostra società essere povera, brutta e per giunta intelligente condanna a percorsi cupi e disillusi a cui è meglio abituarsi quanto prima. Alla bellezza si perdona tutto, persino la volgarità. E l’intelligenza non sembra più una giusta compensazione delle cose, una sorta di riequilibrio che la natura offre ai figli meno privilegiati, ma solo un superfluo gingillo che aumenta il valore del
gioiello. La bruttezza, invece, di per sé è sempre colpevole, e io ero già votata a quel tragico destino, reso ancora più doloroso se si pensa che non ero affatto stupida.

Non so bene come spiegare, ma durante lo spostamento il movimento verso in qualche modo ci disgrega: siamo qui e allo stesso tempo non siamo qui perché stiamo già andando altrove… Per smettere di disgregarsi bisogna stare fermi. O ti muovi e non sei più intero, o sei intero e non ti puoi muovere.

Chi sa fare fa, chi non sa fare insegna, chi non sa insegnare insegna agli insegnanti, e chi non sa insegnare agli insegnanti fa politica.

Quindi la mamma nutre le sue piante così come ha nutrito i figli: acqua e concime per la kenzia, fagiolini e vitamina C per noi. Ed ecco il nocciolo del paradigma: rimani concentrato sull’oggetto, procuragli i principi nutritivi che dall’esterno vanno verso l’interno e che, agendo da dentro, lo
fanno crescere e gli fanno bene. Una spruzzatina sulle foglie, ed ecco che la pianta è pronta per affrontare la vita. Guardala con un misto di inquietudine e di speranza, consapevole della fugacità della vita, preoccupata per gli incidenti che possono capitare, ma nello stesso tempo soddisfatta per aver fatto tutto il possibile, per aver svolto il tuo ruolo di nutrice: per un po’ ci si sente tranquilli e al sicuro. È così che la mamma vede la vita: una serie di azioni esorcizzanti, inefficaci quanto una spruzzatina, che danno una breve illusione di sicurezza. Sarebbe molto meglio se potessimo condividere la nostra insicurezza, penetrare tutti insieme dentro noi stessi e dichia-rare che i fagiolini e la vitamina C, pur nutrendo l’animale, non salvano la vita e non sostentano lo spirito.

Si, la caduta… Tutti vi siamo destinati. Ma quando un uomo giovane raggiunge prima del tempo la condizione da cui non si risolleverà, allora essa è così visibile e brutale che il cuore si stringe di pietà.

…l’attesa è insopportabile, questo vuoto sospeso del non ancora che ci fa avvertire l’inutilità delle battaglie.

È ciò che succede in tanti momenti felici della nostra esi-stenza. Sollevati dal fardello della decisione e dell’intenzione, navigando sui nostri mari interiori, assistiamo ai nostri movi-menti come se fossero le azioni di un altro e tuttavia ne ammi-riamo l’involontaria eccellenza. Quale altro motivo potrei avere io per scrivere questo, il ridicolo diario di una portinaia che invecchia, se non che la scrittura somiglia all’arte del fal-ciare? Quando le righe divengono demiurghe di sé stesse, quando assisto, come un miracoloso insaputo, alla nascita sulla carta di frasi che sfuggono alla mia volontà e che si imprimono sul foglio mio malgrado, esse mi fanno conoscere quello che non sapevo né credevo di volere, gioisco di questo parto indolore, di questa evidenza non calcolata, e del fatto che seguo senza fatica né certezza, con la felicità delle mera-viglie sincere, una penna che mi guida e mi porta.
Allora accedo, nella piena padronanza di me stessa, a un oblio che confina con l’estasi e assaporo la beata quiete di una coscienza spettatrice.

lo ho capito molto presto che la vita passa in un baleno guardando gli adulti attorno a me, sempre di fretta, stressati dalle scadenze, cosi avidi dell’oggi per non pensare al domani… In realtà temiamo il domani solo perché non sappiamo costruire il presente, e quando non sappiamo costruire il presente ci illudiamo che saremo capaci di farlo domani, e rimaniamo fregati perché domani finisce sempre per diventare oggi, non so se ho reso l’idea.

Ecco a cosa serve il futuro: a costruire il presente con veri progetti di vita.

Sapete che cos’è l’insaputo? Per gli psicanalisti è frutto delle insidiose manovre di un incoscio nascosto. Che teoria aleatoria, in verità. L’insaputo è il segno più dirompente della forza della nostra volontà cosciente, la quale, quando la nostra emozione vi si oppone, usa tutte le astuzie per raggiungere i propri scopi.

Non vediamo mai al di là delle nostra certezza e, cosa ancora più grave, abbiamo rinunciato all’incontro, non facciamo che incontrare noi stessi in questi specchi perenni senza nemmeno riconoscerci. Se ci accorgessimo, se prendessimo coscienza del fatto che nell’altro guardiamo solo noi stessi che siamo soli nel deserto, potremmo impazzire.

Ma se nel nostro universo esiste la possibilità di diventare quello che ancora non siamo… saprò coglierla e trasformare la mia vita in un giardino diverso da quello dei miei Padri?

Giorno dopo giorno percorriamo la nostra vita come si percorre un corridoio.

lo credo che ci sia una sola cosa da fare: scoprire il com-pito per il quale siamo nati e portarlo a termine il meglio pos-sibile, con tutte le nostre forze, senza complicarsi l’esistenza e senza pensare che ci sia qualcosa di divino nella nostra natura animale. Solo così avremo l’impressione che stiamo facendo qualcosa di costruttivo, nel momento in cui la morte ci coglierà. La libertà, la decisione, la volontà e compagnia bella: sono solo chimere. Pensiamo di poter produrre il miele senza condividere il destino delle api: ma anche noi siamo sol-tanto povere api, destinate a portare a termine il proprio com-pito per poi morire.

Mi affascina semopre molto l’abnegazione con cui noi esseri umani siamo capaci di consacrare una grande energia alla ricerca del nulla e alla formulazione di pensieri inutili e assurdi.

Forse essere vivi è proprio questo: andare alla ricerca degli istanti che muoiono.

La quiete che avvertiamo quando siamo soli, la sicurezza di noi stessi nella serenità della solitudine non sono niente in confronto al saper abbandonarsi, al saper aspettare e al saper ascoltare che si vivono con l’altro, in una complice compagnia…

Adesso so quello che dobbiamo vivere prima di morire: posso dirvelo. Prima di morire, quello che dobbiamo vivere è una pioggia battente che si trasforma in luce.

…in fondo la vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso. E’ come se le note musicali creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai.

Titolo: L’ eleganza del riccio
Autore: Muriel Barbery
Prezzo copertina: € 18.00
Editore: E/O
Collana: Dal mondo
Traduttori: Caillat E., Poli C.
Data di Pubblicazione: settembre 2007
EAN: 9788876417962
ISBN: 8876417966
Pagine: 384

 

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