Scritte da voi: Memorie di un fantasma ignorante. (Storia di nonna Ursula)


Memorie di un fantasma ignorante
(Storia di nonna Ursula)

Ho navantott’anni, ho visto cinque generazioni, i miei nipoti diventare nonni, ho vissuto due guerre, eppure tutto il mio mondo è stato quasi sempre rinchiuso nel cortile dove ho sempre vissuto.
Nella mia famiglia non si curano di quello che penso, parlano di me come se non ci fossi.
“Quando la nonna compirà cento anni faremo una grande festa verrà anche il sindaco …”
Io non ho fatto nessun patto col Padreterno!
Sono analfabeta, non ho mai potuto andare a scuola; mi sarebbe piaciuto ma mia madre mise al mondo il mio fratellino più piccolo quando avevo otto anni, poi ne vennero altri e dovetti aiutare la famiglia.
Ho sempre avuto un’anima da accudire.
Adesso vedo poco, ma mi sento più lucida di prima.
Guardo cosa sono diventate le mie figlie ed ho paura di loro: si scannano per la mia pensione. Potessero, venderebbero il mio scheletro già adesso, lo farebbero senza pensarci; loro e tutta la mia avida ed ipocrita discendenza.
Più passa il tempo e meglio mi trovo con i giovani.
Ho un nipote prediletto, l’ho cresciuto io; dormiva con me e il mio povero marito. Questo nipote e’ stato il mio vanto perché non aveva paura di niente.
Si arrampicava sugli alberi come un gatto quando era il tempo delle ciliegie; anche se bambino, lavorava nei campi.
Gli abbiamo insegnato la nostra semplicità contadina.
Il tempo veniva scandito dal lavoro: la raccolta dell’uva, delle castagne, delle mele, la nascita dei pulcini e così via.
Nel mio cuore una rotella dell’orologio si è fermata tanti anni fa con la morte di Nino.
A volte chiedo al Buon Dio se questi sono scherzi da fare ad una vecchia della mia età … sembrava ieri che il mio piccolo era ancora un bambino ed ora è diventato un uomo.
Un giorno di qualche anno fa arrivò a casa con una ragazza magra, con i pantaloni.
La ragazza è timida, fuma perché è a disagio, é una che studia, lui l’ha conosciuto all’Università.
Povera ragazza !
Non sa l’inferno che l’aspetta quando conoscerà bene mia figlia.
Mia figlia, abituata a comandare tutto e tutti, aveva già predisposto il futuro di mio nipote, dei suoi futuri figli e altro ….
Sono troppo vecchia per avere pregiudizi sui giovani; so solo che quando i due giovani sono insieme hanno una luce che li circonda, e io quasi cieca riesco a vederla.
Lui é di poche parole ma a me aveva già raccontato di lei.
Ho parlato con la ragazza, le ho detto che mi piace vederli quando si tengono per mano e che quando arriveranno le difficoltà nella vita dovranno affrontarle sempre così … tenendosi per mano.
La ragazza ha preso la mia mano tra le sue e mi detto:”Grazie Nonna”.
Ho deciso di raccontarle pian piano la storia della mia insignificante esistenza, perché sento che non mi dimenticherà mai; pur essendo una povera ignorante, conosco la vita e il dolore, mentre lei ha tutto il tempo per capirlo.
Forse la mia lunga esistenza potrà farle scoprire qualcosa che non si impara a scuola.
Mi piace il fatto che viene a cercarmi: é come i bambini che vogliono sentire le favole: si siede vicino a me per sentirmi raccontare.
Quante volte ho udito mia figlia chiamare: “ Dai, vieni a casa: la nonna capisce che le dai retta e non finisce più di raccontare!”
Ho anche visto la sua faccia magra, con questi occhi grandi guardarmi con tristezza quasi a chiedermi scusa della sgarbatezza dei nipoti; lei preferisce stare con me, non solo per sottrarsi agli interrogatori di mia figlia.
“Coraggio”, le auguro in cuor mio, ” non farti vincere da loro!” E soprattutto prego affinché lei non lasci mai mio nipote.
Sono giovani e potrebbero far naufragare il loro amore per stupidi litigi o incomprensioni fatti apposta per dividerli.
Invecchiare significa vedere fatti che si ripetono, ma continuare a sperare di non veder replicare dolori già vissuti.

Una sera d’estate le aprii il mio cuore:
– Sono un fantasma che cammina, sono diventata un’ ombra che non ha più ombra e non vedo l’ora di andarmene: voglio stare vicina a mio marito e mio figlio … Era proprio una notte come questa quella che non dimenticherò mai. Quella notte divenni mamma di cinquanta ragazzi.
Ti ho già raccontato che avevo un altro figlio, e che fu mandato in Russia durante la guerra? Forse non sai che Nino riposa qua nel cimitero del paese e che ho fatto di tutto per farlo tornare a casa. –
Mi sono fermata per un attimo.
– Hai fatto bene ad andare a scuola. – le ho detto – quando arrivavano le poche lettere di Nino, dovevo trovare qualcuno che me le leggesse. Poi mi portavo nel petto quei tesori.
Avrei voluto leggere e rileggere le sue parole per sentirlo più vicino, ma una volta lette, nessuno voleva rileggermele.
Io non mi sarei mai stancata di risentire quello che mi aveva scritto mio figlio. –
Sospirai. La ragazza mi guardava attenta..
– Così imparai ad usare la memoria e, quando mi leggevano le lettere, io fissavo attenta le parole. Così le ricordavo una a una. Ogni tanto mi ripetevo quello che mi aveva scritto, cercando di immaginare il suo Inferno. –
Le stelle quella sera sembravano più luminose del solito. Continuai:
– Non mi rassegnavo, sai, poteva essere fra quelli che erano riusciti a scappare. Forse una notte avrebbe bussato alla porta e lo avrei abbracciato forte. –
Sentivo il ricordo del mio affanno:
– Le notizie arrivavano da altri paesi vicini e non erano buone.
Le mie notti erano piene di speranza. Parlavo con la Vergine Maria per chiederle la grazia di farmi rivedere mio figlio; le parlavo da madre a madre. Forse sbagliavo, ma nelle mie suppliche trovavo quel poco di conforto che nessuno poteva darmi. –
La giovane aveva occhi grandi: ora luccicavano nel buio. Ripresi:
– La guerra finì. Prima sbarcarono gli americani; ci furono altri morti. Ma di Nino nessuna notizia.
Un giorno un mio lontano cugino venne da un paese vicino con una lettera di suo figlio. La lettera aveva impiegato sei mesi per arrivare da lui e così venni a sapere che Nino era in Italia. –
A quel ricordo il cuore mi si strinse, lacrime scendevano quasi a mia insaputa lungo le mie vecchie rughe.
– Stava morendo! Il figlio di mio cugino Bastiano lo aveva visto: Nino aveva preso la tubercolosi, era in fin di vita!
Rimasi sconvolta, ma la candela della speranza non mi abbandonò: forse Nino era morto, ma forse si sarebbe ripreso, lo avrei rivisto. –
La ragazza pendeva dal mio racconto, la sentivo vibrare con me.
– Mio figlio era in un ospedale di Trieste, ripresi, pesava trenta chili e c’erano poche speranze che arrivasse a casa vivo.
Solo se fosse riuscito a riprendersi, avrebbe potuto affrontare il viaggio fino in Sicilia.
Io lo pensavo intensamente, quasi a inviargli energia attraverso il vento che soffiava sullo stretto, al di là del mare, delle montagne … fin lassù, al Nord, a quel letto bianco d’ospedale, al suo cuore stanco. –
La ragazza accettò il mio silenzio, poi lo interruppe:
– E poi? Si salvò? –
– Passarono altri mesi interminabili e Nino fu portato a Catania all’ospedale militare, ma non me lo facevano vedere, perché era contagioso. Allora, un giorno, mi decisi: misi in borsa quanto mi serviva, presi la corriera da sola, ed andai a trovarlo.
Non era facile per me cavarmela in una grande città, ma una madre sa trovare le strade che per altri sono più difficili.
In ospedale c’era un dottore duro, aspro, che non voleva farmi vedere mio figlio e di fronte alle mie insistenze urlava forte contro di me.
Mentre urlava ” Sei solo una contadina ignorante, una montanara cocciuta”, picchiava forte col pugno sul tavolo. Io stavo in silenzio e lo guardavo negli occhi.
– Cosa pensi di potergli dare che lui non abbia qui? La sua è una malattia contagiosa: volete morire tutti tisici? –
– Non ho altri figli, mentii, posso occuparmi di lui: ho una piccola stanza staccata dalla casa, Nino dormirà lì e avrà sua madre vicina. –
Il medico mi guardava severo, non sembrava commuoversi alla mia preghiera:
– Non è possibile donna, tu hai la testa di un mulo, ma dovrai capire le mie ragioni. –
Girò le spalle e se ne andò urlando.
E’ vero che sono una contadina cocciuta, non mi ha mai fatto paura la fatica; il mio povero cuore ha sopportato tanti dolori. Anche questa volta non mi sarei arresa.
Mi guardai intorno e chiesi ad un infermiere dove erano i ragazzi tornati dalla Russia. L’uomo mi indicò una camerata con la porta chiusa da cui uscivano gemiti e lamenti da Purgatorio.
Mi nascosi nel gabinetto tutto il giorno e, quando sentii che andavano via ( lasciavano solo un infermiere di guardia), io aprii la porta ed entrai. –
– Che coraggio, nonna! –
Sorrisi. Poi ripresi seria vinta dai ricordi:
– Sai, quello che avevo ascoltato dietro la porta era niente. Sapessi quello che mi apparve!
Erano degli scheletri di ragazzi che chiamavano la mamma.
Li guardai uno per uno.
Un giovane allungò la mano e mi disse:
– Portami a casa! – Gli asciugai il sudore, lo accarezzai e andai avanti. Gli occhi avidi, il cuore in ansia, cercavo Nino. Ma non lo vedevo. Finalmente mi avvicinai ad un letto che sembrava vuoto: c’era Nino! Non si vedeva neanche la forma del suo corpo. Avevo fatto fatica a riconoscerlo, ma l’avevo trovato.
Nino mi riconobbe e scoppiò a piangere, sentii trambusto, mi nascosi sotto il suo letto e passai sotto il suo letto il resto di quella notte. –
Mi fermai al ricordo di quella notte. La ragazza taceva in attesa. Ripresi:
– Cominciò ad apparire un leggero chiarore; dal mio fagotto tirai fuori i pantaloni, le calze, la camicia. E lo vestii. Povero figlio mio!
Il suo corpo era scosso da tremiti; bastava un piccolo sforzo o un’emozione a farlo tremare.
Lo abbracciai forte e gli dissi :
-Coraggio Ninuzzo, sangue mio, ti porto a casa e non ti lascio più. –
Uscimmo di nascosto. Io lo sorreggevo. Arrivammo fino alla corriera e lo portai a casa.
Prima di arrivare in paese fu preso da un’altra scossa di tremiti. Io lo stringevo fra le braccia; pian piano si calmò.
Lo tenni nella stanzetta da solo, lo imboccavo come un bambino; la notte dormivo con lui. –
La ragazza mi guarda con ammirazione:
– Ma non avevi paura che ti cercassero? –
– Nessuno venne a cercarci, ma passai le prime settimane nel terrore che me lo riprendessero.
Tre mesi dopo Nino moriva fra le mie braccia. Aveva solo ventitre anni.
Ho continuato a vivere e ringrazio Dio per avermi fatto godere gli ultimi mesi della vita di mio figlio vicino a lui.
Non c’è notte in cui non prego per lui e per quei ragazzi che avevano bisogno di conforto e amore.
Sono passati tanti anni, quella casetta si è ingrandita: è la casa di tua suocera. Quando l‘hanno buttata giù per ricostruirla ho chiesto al tuo ragazzo, l’unico dei nipoti che mi avrebbe capito, di non bruciare le cose di Nino che avevo conservato. Poche cose: le lastre dei suoi polmoni, qualche paio di pantaloni … Volevo che quel poco che rimaneva di lui stesse nelle fondamenta della casa che stavano per costruire.
In qualche modo Nino doveva continuare ad esserci.
I muratori demolivano la casa e sentii mia nipote, la figlia dell’altra mia figlia, dire al tuo fidanzato di non darmi retta.
Lui, è cresciuto montanaro, testardo come me ( non riesco a trattenere un sorriso pieno di orgoglio)!
Infatti, mio nipote venne a cercarmi, mi prese per mano e mi disse:
– Dammi le cose di zio Nino. – poi scavò un fosso e le seppellì..
Dopo hanno buttato sopra la colata di cemento.
Quando morirò qualcuno dimenticherà questo fatto, o altri ne parleranno come i desideri di una vecchia bizzosa. Che mi importa? Io sento che Nino mi è ancora più vicino.
Alla mia età si apprezzano tante piccole cose: é bello avere qualcuno che ti ascolta e forse un giorno potrà ricordarsi di questa storia.

Maria Grazia Armone

 

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