Recensione: Mariateresa Protopapa – Alessandra. Il dono che salva 2


ALESSANDRA. IL DONO CHE SALVA
VIAGGIO IN ACQUE STRETTE
DI MARIATERESA PROTOPAPA

“L’umanità è passione; senza passione, la religione, la storia, i romanzi, l’arte sarebbero inefficaci.” (H. de Balzac)

Il dono che salva.

Ci rendono umani natura, doveri, diritti, progetti, relazioni, valori, sogni ed emozioni. “La coscienza dell’umanità – scrive Giuseppe Mazzini – è suprema su tutti i governi: essi devono esserne interpreti, o non sono legittimi”. In una società in cui l’umanità è sempre più indifesa, ridotta a scarto, o spazzatura, ecco il dono di un libro di poesie di Mariateresa Protopapa, Alessandra. Il dono che salva, edit.Santoro, 2017.  Una raccolta di cinque  silloge, in cui il ritmo non è unitario, varia, si fa via via meno impetuoso, più calmo, ponderato, in una pronuncia sempre più interiorizzata, meno tecnica, più libera, ma con  più scavo dell’anima, più intensità, profondità, più umanità. Ed è allora che la sua poesia abbatte muri, crea ponti, annulla disuguaglianze sociali, economiche, etniche, mantenendo le differenze, esaltandole e gratificandole, secondo la grande lezione di don Tonino Bello: “Ciò che conta è /irrompere senza sconti/nel cuore dello straniero”.

Il papavero trascendente.

Come tutti i libri, anche questo è un viaggio, un viaggio tormentato di un io attraversato da voci plurime, ma anche da una tensione positiva, un filo rosso che trasforma le piccole cose in versi pieni di significato. “E’ il niente che trasforma il trascendente delle cose,” ed ecco che  “il rosso dei papaveri /in un campo dorato// è / un rosso che acceca”. Un’immagine  quasi ungarettiana della poetessa gallipolina, che ti rimanda a tante cose: ai “mille papaveri rossi”, alla Guerra di Piero, alla voce calda di  De Andrè, ma anche alla regina Elisabetta II d’Inghilterra e alla sua Corte, che l’11 novembre di ogni anno mettono nell’asola della  giacca un papavero rosso artificiale, come simbolo dei caduti di tutte le guerre.

Navigare in acque strette.

Il suo è spesso un tragitto nell’infanzia, su piccole imbarcazioni che sono nel Mar Piccolo: “Siamo come barche/piccole barche/attraccate al molo di un porticciolo/ a cui nessuno bada”. E’ come, -scrive il poeta Julien Gracq,- quando si naviga in “acque strette”. E’ in questo metaforico spazio che Mariateresa scopre la vocazione iniziatica, in una  piccola deriva che diviene l’enigma e l’incanto da cui prende avvio il  suo viaggio attraverso la fiaba dell’Isola della luce, nel mare di sale greco: mito, leggenda, poesia,  letteratura, fantasticheria, che ha il colore del sogno, ma che può diventare anche un tipo di immaginazione profetica, più alta e più scientifica della stessa scienza, rivolta al futuro, come soleva dire Baudelaire. Tu non sai dove ti condurrà questo viaggio, ma forse è l’unica possibilità che ci è data in grado di aprirci le porte e cambiarci davvero l’esistenza, un altro tipo di sortilegio, più nascosto, come originato da una bacchetta magica, ma è anche, allo stesso tempo,  un viaggio pieno di insidie, senza ritorno, in cui forse non troverai la terra promessa : ” lucida/come schiumosa scia/ di bava di lumaca/ la mia vita è niente/ se non schiuma /che resiste il tempo/ di un inutile passaggio/ di cui nessuno /si cura”

Il rispetto della parola “umanità”.

E tuttavia, nonostante momenti di sconforto, di incertezza, di dubbio, Mariateresa continua la sua escursione, con maggior lena, in luoghi e volti che lei ha conosciuto, che conosce da sempre , o che sono legati alla sua adolescenza, alla sua prima giovinezza, ai suoi studi “matti e disperati”, alla sua frequentazione ostinata, appassionata, ossessiva, insieme alla scienza che le dà il pane quotidiano ( è dirigente medico di pronto soccorso),  le amate lettere: Jung , Freud, Rimbaud, Leopardi, Foscolo, Goethe, Shelley, Poe, Proust, Tolstoj, ma anche Vanini , Bodini, Pagano, Verri, etc. E’ una rievocazione che si accompagna ai vivi ricordi delle sue letture, in una sorta di cortocircuito temporale, che hanno illuminato (e illuminano) i suoi percorsi familiari, scolastici, professionali e soprattutto umani. E’ in questo settore che – non venendo mai meno al rispetto della parola “umanità”- diventa  protagonista per slancio, generosità , impegno senza limiti, e scopre che la bellezza e la ricchezza dei nostri “umani tesori”  si nutre di diversità. Ed ecco che  il suo irrinunciabile idillio d’infanzia si trasforma  in un manifesto di vera e propria poetica della reminiscenza: “il tempo andato/profuma di mosto,/ di botti umide/e mazzi di finocchio;/ di gigli bianchi, /di erba nei campi,/di  fichi al sole/ e mandorle nuove; / di fieno sui carri/e grappoli d’uva/ nei cortili stanchi…// Non lo svendo/ciò che rimane/ di un sogno”

Una schiera d’angeli appesi al cielo

C’è qualcosa  de  “La luna dei Borboni” di bodiniana memoria, ma senza la sua amara ironia, anzi s’avverte la tenerezza e la serena certezza che esperienze di vita ed esperienze di lettura concorrano, indissociabili le une dalle altre, nell’atto della scrittura, concepito come la virtù  di “rianimare, risvegliare e congiungere” tutto ciò che si è amato.  Ci sono anche i momenti di profonda disillusione, di amarezza, di “fatal quiete” foscoliana, in cui dorme “lo spirto guerriero” , che indubbiamente Mariateresa possiede:   “gli stupidi versi /che vomito/sono il riflesso/ di ciò che non vuole/ che non vuole rimanere/ carcerato tra le ossa/e la carne/ e vuole risalire /al cielo/ con l’anima”. E’ il suo destino quello di scrivere versi perché, ” sono i poeti che ancor oggi raccolgono i nostri silenzi per esprimere l’invisibile e il non detto “, come scrive Roberto Muci. Perchè denuncia – con coraggio – una situazione che forse è peggiore della stessa violenza, in cui viviamo:  quella dell’apatia e  dell’indifferenza morale e grida: “voglio essere testimone dell’assenza”//Prenderò d’assalto / I muri della tua coscienza”. E Mariateresa – come tutti i poeti – possiede il dono della visione: “li ho visti/ho visto una schiera di angeli/appesi al cielo….// ma niente è al sicuro/ dentro di noi. E ora che siamo in dicembre, nel periodo dell’Avvento,  ricupera i nostri ricordi più autentici che un tempo ci rendevano “felici di vivere questo dicembre /profumato di zuccheri /cannella/e scorza di limone/levitante di pace/ emozionato/impegnato a capire/sotto la coltre di neve/ le mancanze, /in un angolo di terra/ che non posso chiudere/ con un mazzo di chiavi/perduto.

Ciò che conta.

Vieni, Mariateresa, cara scienziata moltiplicata, sorella gallipolina del vento, che soffia per ogni dove, tu hai fatto a pezzi le antiche gramaglie di tante estati feroci  e sei andata a cercare il respiro nel bosco per “ristabilire tutto ciò che andava/ (che) ha un prezzo”, vieni a contare le gocce della pioggia che ora , in quest’istante, cadono copiose dal cielo, come una rinascita,  mettono il verde alle foglie e lucidano i prati, vieni a dormire in pace sotto il grandioso tetto del cielo e il pigolio quieto delle gallinelle-stelle pascoliane. Fabbrichiamo insieme la pazienza, antidoto all’ira, gentilezza delle mani, passe-partout della poesia, che è il tuo sguardo , ed è tutto ciò che conta.

Augusto Benemeglio
Roma, 24 novembre 2018

Titolo: Alessandra. Il dono che salva
Autore: Mariateresa Protopapa
Prezzo copertina: € 25.00
Editore: Edit Santoro
Data di Pubblicazione: 2017
EAN: 9788899584610
ISBN: 8899584613
Pagine: 352

 

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