Recensione: Laura Imai Messina – Le vite nascoste dei colori


I colori rappresentano le diverse sfere della vita umana: comunicazione, emozioni, identità, marketing, cultura, influenzando il modo in cui le persone pensano, si sentono e si comportano.
“Le vite nascoste dei colori” di Laura Imai Messina narra la storia di Mio, una giovane donna dotata della straordinaria abilità nel cogliere ogni sfumatura dei colori, anche quelle impercettibili, e di assegnare loro un nome unico. Mio cresce nell’atelier della sua famiglia, dove si creano kimono nuziali, dove impara fin da piccola la potenza dei dettagli e la storia dei colori.
Aoi, giovane uomo dal cuore gentile, gestisce con la sorella, l’agenzia di cerimonie funebri della famiglia, Aoi possiede la rara capacità di comprendere immediatamente le esigenze delle persone che si trovano di fronte a lui, accompagnando con delicatezza sia i vivi che i morti nel giorno più triste e buio della vita.
Mio e Aoi, inesorabilmente, si incontreranno e si innamoreranno, ignari del fatto che il loro incontro è stato scritto dall’universo e che le loro vite, sono destinate a scontrarsi in un modo che cambierà entrambi per sempre.
Il romanzo rappresenta un viaggio nella cultura giapponese e nei suoi antichi rituali, molti dei quali sono ancora vivi oggi; in Giappone, il matrimonio è considerato uno dei momenti più significativi della vita e molte coppie giapponesi continuano a seguire i rituali tradizionali: la cerimonia prevede l’uso di kimono formali per la coppia e per i membri della famiglia, e ogni dettaglio, dal colore ai tessuti, è scelto con cura per esprimere il rispetto per la tradizione e l’amore della coppia.
Anche i funerali giapponesi sono altrettanto importanti e prevedono una serie di rituali specifici, tra cui l’incenerimento del defunto e la disposizione delle ceneri in una urna. Questi rituali riflettono la profonda spiritualità e la forte connessione con la tradizione che caratterizzano la cultura giapponese, in cui ogni aspetto della vita è intriso di simbolismo e di significato profondo. “Le vite nascoste dei colori” esplora con attenzione questa cultura millenaria, mostrando come i rituali dei matrimoni e dei funerali siano espressione della ricchezza della tradizione giapponese.
L’autrice con maestria e sensibilità riesce a trasmettere il potere magico delle cose quotidiane attraverso una scrittura poetica e delicata. Oltre all’amore tra due persone uniche e diverse, il romanzo esplora il tema del dolore e della perdita, un concentrato di emozioni che coinvolgono profondamente il lettore. La famiglia, con i suoi segreti e le sue ombre, rappresenta un elemento essenziale dell’identità personale dei protagonisti, e quando questi segreti vengono alla luce, si scatenano sentimenti contrastanti che portano a scelte difficili e dolorose.
Attraverso la metafora dei colori, l’autrice ci invita a riflettere sulla bellezza e sulla complessità della vita, mostrandoci come siano proprio i piccoli dettagli a darle senso e significato, e rivelando la magia che si cela dietro ogni cosa, anche la più semplice e quotidiana.

Titolo: Le vite nascoste dei colori
Autore: Laura Imai Messina
Prezzo copertina: € 18.50
Editore: Einaudi
Collana: I coralli
Data di Pubblicazione: 5 giugno 2021
EAN: 9788806248475
ISBN: 8806248472
Pagine: 328

Citazioni tratte da: Le vite nascoste dei colori

Capita spesso, verso le cose che amiamo maggiormente, di sviluppare un senso di protezione. E insieme maturiamo anche una specie di resistenza nei confronti del modo in cui le intendono tutti.

L’amore, la rabbia – avrebbe pensato allora Mio – lasciano segni.

Con l’inseparabile album da disegno, Aoi tracciava l’anagrafe dell’orto. Talvolta, smuovendo le zolle, il padre gli parlava della misura del lutto. Di come pareva servissero diciotto mesi per consolarsi per la morte di un genitore e di come, per digerire la fine di una storia d’amore, servisse un tempo piú o meno uguale.

«Gli impedimenti esistono solo se li si va a cercare»

Ci sono sempre ricordi sotto la pelle di altri ricordi.
Tutto rimane nascosto finché quella pellicola da qualche parte non si sfilaccia.

«Ciò che non si chiama sparisce», aveva detto calmo. Chi moriva veramente, moriva cosí. Per questo nelle cerimonie funebri si pronunciava tante volte il nome del defunto.

«Siamo cosí tanti, Aoi, – aveva replicato il padre con tenerezza, – che ci manca il tempo per ricordare. Il tempo di vivere già non ci basta».

Aoi organizzava funerali, con la consapevolezza che l’inizio delle cose fosse importante almeno quanto la loro fine. E la morte, secondo lui, consisteva nel prendere per mano i Rimasti e aiutarli a trasformare la presenza in assenza.
A rinunciare definitivamente all’idea di sapere qualcosa in piú su una persona.

La morfologia di Kagurazaka, il quartiere in cui era nata, glielo ribadiva: dopo una salita arriva sempre una pendenza vertiginosa.

Chi scrive si identifica con la nostalgia delle cose perdute. Emil Cioran – che Mio leggeva e rileggeva, immaginando che la sua scrittura coprisse tutte le possibili gradazioni del marrone e del verde – s’identificava con la nostalgia del tempo da cui si sentiva estromesso.

Se glielo avessero posto come un problema, Mio si sarebbe identificata con la fame, con il senso di incompleto che le restituiva la vita. Tutto per lei era parziale e impreciso, l’approssimazione travolgeva il nome delle cose, e il nome era la linea di demarcazione tra quanto esisteva e quanto invece non c’era.

Solo il colore, per Mio, era precisione.
Ogni persona ne aveva uno addosso, e quello era la soluzione.

Di come il colore degli occhi del padre influenzi le scelte sentimentali delle figlie. Di come sarebbe cambiato qualcosa (o forse nulla), se Mio ne fosse stata a conoscenza

Mio isolò gli occhi acquosi di Aoi.
Parevano pozzanghere, luminosi globi di ocra, terra e giallo colza. Poi cosa? C’era quel punto spostato lievemente a destra, una sorta di luce nervosa che oscillava come sole tra i rami.

…non appena il sangue smette di circolare e l’anima si sfila dal corpo, questo perde volume in tanti, impercettibili punti.
«Quando l’anima se ne va i lineamenti ne risentono sempre, solo che a parole dove sia diverso nessuno lo riesce a spiegare».

Pensò soprattutto alla madre, che fino all’ultimo dei suoi giorni non aveva fatto altro che parlare della differenza tra le persone, della necessità sbagliata di uniformare le cose.

Il colore del mascara che si sciolse all’angolo dell’occhio sinistro di Mio era ankokushoku . Spesso usato nei romanzi storici o di fantascienza: un nero completo che esclude e assorbe la vista senza lasciare neppure una parvenza di luce. È, in giapponese, il colore della cecità.

Emil Cioran scriveva che «la vita è uno stato assoluto di insicurezza, che è provvisoria per definizione, che rappresenta un modo di esistenza accidentale». Continuava sostenendo che «non esiste guarigione, o piuttosto, tutte le malattie da cui siamo “guariti” le portiamo in noi e non ci lasciano mai».

Yōsuke Yoshida si era convinto che, proprio come gli splendidi ricami di uno shiromuku, che restano tali quando il kimono invecchia e si usura, anche gli esseri umani possono nascondere un’anima infetta in un corpo che si finge guarito.
Eppure la guarigione, quella vera, non c’è. La salute pare ristabilita, si esce dal letto, ma è una bugia: da certe cose non ci si risana.

Sapeva che per ogni persona che entrava nella vita di un’altra si creavano nella testa nuove sinapsi, e piú era grande il sentimento che restava impiastricciato a quei raccordi, piú a lungo sarebbe rimasto nella memoria.

Rivelare cosí tanto di sé era pericoloso: non per la paura che i suoi ricordi venissero dispersi nel mondo, ma per lo smisurato potere emotivo che ognuno di noi consegna agli altri, quando racconta la propria storia con le proprie parole.

«Ci sono due emozioni cui dovrai sempre fare attenzione, Mio. A quando sarai molto triste, e questo probabilmente è piú facile da capire, ma soprattutto a quando sarai molto felice».
«Perché? Che c’è di pericoloso nell’essere felice?»
«Ci si sopravvaluta nella felicità, ci si sente piú forti. Ma la forza ha dentro un mucchio di debolezza che la gente di solito ignora. Ti senti fortissimo quando sei felice, pensi che potrai affrontare ogni conseguenza».
«Non è cosí?»
«No, non è cosí».

Solo perché hai l’antidoto, non diventare dipendente dal veleno.

… la leggenda del filo rosso del destino voleva che si nascesse con il mignolo già fermamente legato a quello di chi ci era predestinato, e lui si sentiva esattamente a quella maniera, allacciato a lei per l’eternità.

Diventò un’ape che si accuccia in un fiore, succhia il nettare e impollina campi interi di viole.
E dei fiori che ha esplorato, con intento e dedizione, non serba alcuna memoria.

«Diceva che la morte è come una pianta dentro ognuno di noi. Che nasciamo con quel seme all’interno e quello si sedimenta, spunta, cresce mano a mano che cresciamo noi»
(…)
«Ripeteva che la morte era una cosa preziosa, che c’è un limite naturale all’esistenza e sapere che ogni giorno facciamo un piccolo passo verso quel confine ci serve a vivere meglio».

«Dopo un lutto si impara da capo la vita», stava proseguendo lui.
Per alcuni era un ricominciare, per molti altri un disperato tentativo di compensazione. Di giorno in giorno si imparava ad avere di nuovo fame, ci si concedeva da capo la sete e pure il desiderio sessuale. Ma ci voleva del tempo, come ci si poteva abituare a vivere bene anche senza un piede, o un polmone. Non sarebbero ricresciuti, ma si sarebbe imparata la lezione del fare a meno di, che in fondo era tutto ciò che serviva sapere di un lutto. Imparare a fare a meno di. Anche crescere significava andare avanti senza, e ogni anno, a ogni svolta, bisognava lasciar andare qualcosa.

La gente usciva dal tempo, lo faceva ogni giorno, nel modo irregolare ma continuo delle cose che appartengono alla natura. E Aoi era convinto, per il mestiere che faceva, di toccare la vita, non solo di parteciparvi, ma di affondarci dentro le dita.
«Lo vedi proprio nella capacità di sopravvivere alla scomparsa dei genitori, quanto è forte la vita, – le disse. – Sono stati loro a metterti al mondo, e cosí facendo ti hanno garantito di esistere anche dopo la loro scomparsa».
Il mondo poteva permettersi di dimenticarli, ma i figli avrebbero conservato nella propria memoria l’ombra lunga degli antenati.

… nella morte c’è l’immortalità, disse, e l’immortalità è fondata sulla morte.

Il brano dei Veda che il professore recitò al funerale della moglie
La Morte parlò agli Dèi: «Se cosí è, di certo tutti gli uomini diverranno immortali. Quale sarà dunque il mio destino?» E gli Dèi risposero: «Da adesso in poi nessuno diverrà immortale con il suo proprio corpo. Dopo che avrai preso il corpo come tua parte, solo a quel punto chiunque stia per diventare immortale, per opere o saggezza, lo diventerà. Ovvero, dopo aver abbandonato il corpo».
SB X,4,3,9

… un sí non viene mai solo, ne implica un altro, tutta una serie di sí, finché la vita non si impone come un’affermazione definitiva».

«Una piantina in un bicchiere, annaffiata ogni notte con amore, vale piú di un bosco in fiamme»

Alle rinunce che pesano su noi stessi e sugli altri. Perché quando accade qualcosa di irreparabile si ha sempre bisogno di un responsabile per addossargli tutte le colpe.

… i nostri unici remi sono gli errori che facciamo, e che per andare avanti e migliorare serve usarli al meglio.

… il dolore è una cosa che aspetta, che concede piú di una tregua; all’inizio non sconfina dal suo piccolo spazio, da bravo, ma superato un certo livello di consapevolezza scoppia, esonda, e alla fine si fa un’enorme fatica a delimitarlo. Il dolore è come un bambino che non ascolta e tu dietro che arranchi, sempre piú schiacciato dalla stanchezza. Se non vince per forza, vince per debolezza. E tu, in qualunque caso, ne esci perdente.

Perché la nostra storia è sempre tramandata: il racconto della vita di ognuno di noi è talmente remoto ed eroso dal tempo che siamo in balia del ricordo degli altri, di chi ci ha allevato o conosciuto quando eravamo bambini. E ognuno di noi dovrebbe avere il diritto di conoscere per intero la propria storia, qualsiasi essa sia.

Sei un labirinto dai mille ingressi, per me.
È facile entrare dentro di te, mi tendi in continuazione la mano. Una volta che sono dentro di te poi mi perdo. E allora resisto, chiudo gli occhi, riprendo i miei passi e in qualche modo ne esco.

«Nell’equilibrio delle nostre facoltà ci è impossibile percepire altri mondi»

Anche se poi, a pensarci, siamo tutti ai margini della vita degli altri, le avrebbe detto settimane piú tardi. Eppure basta pochissimo per ritrovarci al centro. Basta pochissimo perché nel nostro centro arrivi qualcuno che fino a un attimo prima era fuori dal nostro campo visivo.

Katia Ciarrocchi
© Redazione Lib(e)roLibro

Nelle citazioni riportate, non ci sono i riferimenti alle pagine, perché ho ascoltato il libro su Audible.

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