Scritto da voi: In visita di Corrado S. Magro


In visita di Corrado S. Magro

Una selva di croci.
Sghimbesce, alcune hanno abbandonato il piedistallo. Giacciono a lato in frantumi. Tante restano ancora erette tra putti lucidi marmorei che rifrangono i raggi solari e putti in pietra opachi, corrosi dal tempo, pronti a sgretolarsi.
Lapidi, tante. Un festival di nomi e date: n. il…, m. il…, incisi nel marmo paziente, polveroso.
Qualcuna solo con: n. il…, in attesa silenziosa, certa che prima o poi finirà. Una sequenza muta d’immagini in bianconero. Espressioni le più strane ammiccano dall’oblò ovale riconoscenti ai fratelli Lumières.
I cipressi, centenari rigogliosi pascolano nell’humus dei cadaveri che scola fino alle radici. Alti e schietti restano muti. Solo le pigne dialogano con il vento.
Ragazze eleganti, floride si danno contegno vicino a vedovelle sparute, pronte a cadere a lato del sarcofago.
Fiori sgargianti. Fiori appassiti, inodori, secchi nel cassettone dei rifiuti. Ragazzi rari, curiosi si aggirano irrequieti in un bosco di pietra dove di pietra saranno i nani e gli elfi che incontreranno ma non ne sapranno ascoltare le storie.
Giovani donne che sospirano… puntelli impazienti di chi maschio o femmina deplora la scomparsa del piacere, del sostegno, ormai pietra muta, immobile.

Mi arresto di fronte agli oblò ovali di due esseri al bando dal mondo, anche loro inseriti nell’anagrafe sepolcrale.
Lui calvo, il viso rotondo, quasi sorridente. La sua è una mimica burlesca, compiaciuta: mio padre.
Lei, bellezza arcigna, osserva senza lasciarsi distrarre pronta ad agire: mia madre.
Spazzo via foglie secche trasportate dal vento e aghi di cipressi che con la polvere soffocano le lapidi. Leggo nomi e numeri. A che serve?
Osservo, penso… non so cosa.
I pensieri volano, spariscono prima di essere fermati, abbandonano il mio capo ormai canuto. Il vento li ha portati via, dispersi. Non riesco a seguirli, sono finiti chissà dove. Non so più nulla di loro.
Provo e quando finalmente arrivo a inchiodarne uno, mi scuoto. Il sole del mezzogiorno siciliano è una fornace accesa. Brucia. Depongo i fiori che hanno già perduto freschezza, odore.
Poggio i palmi delle mani sulle lapidi, osservo le foto, abbozzo un sorriso di saluto.
Nessuna risposta. M’inchino e in silenzio vado.
Varcata l’uscita riattivo il mio cellulare.
I vermi, prima e ultima spiaggia del divenire, della vita sulla terra, continuano a fagocitare lentamente, inesorabilemente.
Wathsapp? SMS? Dov’ero pochi istanti prima? Giovani donne sorridono civettuole.

Corrado S. Magro
16.07.18

 

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